Non ricordo quando cominciai ad amare i libri. Non prestissimo, mi pare. E forse nemmeno tanto come avrei voluto o come talvolta forse ho pensato. Forse mi sarebbe piaciuto amarli perfino di più. In ogni caso si trattò di una passione non precoce, verso i diciassette-diciotto anni, mi pare. Forse addirittura più tardi. Ricordo solo che a un certo punto, fra le altre cose legate ai libri e alla lettura, cominciai ad acquistare in edicola una costosa, patinata e nerissima rivista che si chiamava FMR. Erano altri tempi, le riviste mensili potevano avere un loro fascino. Le immagini e l’impaginazione erano in ogni caso splendide; il nome, che era composto poi dalle iniziali dell’editore, in francese suonavano come éphémère, effimero. Nulla lo sarà di più di una rivista del genere, si poteva pensare con qualche compiacimento. Nulla lo era, effettivamente, di meno.



Fu su FMR che vidi per la prima volta le formidabili illustrazioni di Luigi Serafini che mi hanno accompagnato tutta la vita: in particolare quella dei due amanti che si trasformano in coccodrillo. Quella sequenza mi colpì a tal punto che decisi a malincuore di strapparla dal giornale e di appenderla al muro della mia stanza. Andai anche alla libreria Cappelli (l’unica a quei tempi nella mia città) dove per qualche tempo il Codex di Serafini fu in vendita, ad un prezzo per me del tutto proibitivo. Lo guardavo dalla vetrina passando sotto il portico di Corso della Repubblica. Mi pare costasse 150 mila lire. E quando molti anni dopo scoprii che Rizzoli ne stava per pubblicare un’edizione economica (si fa per dire) mi precipitai a comprarla.

Tutto questo per dire che devo molto a Franco Maria Ricci, la cui idea effimera della cultura è stata per me saldissima. FMR è morto oggi all’età di 82 anni. Appena potrò farò un salto a Parma a visitare il suo labirinto.


Un commento a “Nulla è effimero”

  1. maurix dice:

    …in quegl’anni lavoravo nello studio di Giulio Confalonieri, che di Franco era l’art director e nelle stanze di via Lanzone, a Milano, presero forma i primi menabò di quella che secondo Fellini sarebbe diventata la perla nera dell’editoria mondiale, per poi modificarsi nella inconfondibile grafica che caratterizzò la rivista per decenni, fortemente voluta da Franco Maria Ricci: il Bodoni, il nero, le gradi immagini raccontate come mai prima, ma anche le pagine promozionali, che venivano rifiutate se non conformi alla qualità della rivista, i fotografi istruiti in maniera maniacale e i grandi scrittori che negli anni si son avvicendati, Giovanni Mariotti, Gianni Guadalupi abili sarti in redazione, e gli autori, da Roland Barthes a Borges, da Fernand Braudel a Umberto Eco e poi Arbasino, Calvino, de Seta, Gombrich, Hersant, Manganelli, Mauriés, Paz, Sciascia, Sgarbi, Strong, Testori, Zeri…
    “una volta varcata la soglia della copertina, la disposizione delle parti impedisce che la rivista si legga come una semplice sequenza di articoli. Infatti un’immagine si presenta d’un tratto agli occhi del lettore, cogliendolo di sorpresa e strappandolo al succedersi delle frasi per costringerlo alla visione della cosa stessa, contemplazione e lettura, conoscenza e fantasticheria si susseguono in una felice discontinuità. La lettura delle parole non è che preludio o accompagnamento alla scoperta delle immagini”
    Geniale nel riconoscere capolavori nascosti (Ligabue e Tamara de Lempicka tanto per citarne un paio) eccentrico, ma mai volgare, dall’intuito sorprendente vedi quando coinvolse un Borges dimenticato nella collana La Biblioteca di Babele oppure quando, nel 1987, di ritorno da un viaggio a NY mi disse: procuriamoci questi Macintosh, il futuro dell’editoria sta lì…

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