01
Ago




Vedo molti commenti (e molta indignazione) in rete per questa risposta di Michele Serra a un lettore del Venerdì di Repubblica. Il tema del ricambio generazionale, specie negli ambiti culturali del Paese (quei pochi rimasti) è oggi uno dei punti rilevanti della nostra unicità nazionale: è la ragione, se non l’unica una delle più rilevanti, per cui siamo messi come siamo, ed è quindi una buona cosa che se ne parli.

La risposta di Serra al lettore sui vecchi babbioni che sbarrano la strada ai giovani (un po’ una citazione dal Dylan post-adolescente euforico che suggeriva ai vecchi di spostarsi per non essere travolti) è un breve componimento a metà fra l’infortunio e la provocazione, con in più la colpa di suonare fastidiosamente elitario. Nonostante questo, e nonostante il fatto che no, mi spiace Michele ma i ventenni di oggi NON ascoltano Guccini o De Andrè, quando ho fatto leggere il passaggio a mia figlia si è fatta una bella risata, quella risposta è secondo me sostanzialmente corretta. Non tanto perché come scrive Serra:


Quando qualcosa di nuovo e di importante accadrà, il ricambio sarà naturale, e irresistibile, per il semplice fatto che ci sarà chi avrà le parole giuste per raccontarle


ma perché l’industria culturale del Paese, alle prese con un business costantemente declinante e sempre meno attraente, ha ormai come unico bacino di utenza pagante i lettori di Michele Serra o quelli di Ernesto Galli della Loggia, quelli di Cazzullo o di Severgnini, quelli di Scalfari o di Travaglio.

Si tratta del resto di una delle usuali distonie che riguardano la vecchiaia: i luoghi della conoscenza e dell’informazione sono ormai del tutto differenti da quelli ai quali eravamo abituati. Noi invece, vecchi e prevedibili come siamo, ci immaginiamo che il futuro passi nei pressi di dove siamo, in luoghi a noi noti, familiari, dei quali sappiamo tutto. Accadrà che non lo vedremo arrivare e ci convinceremo che sia per qualche ragione in ritardo. Mentre in quel medesimo istante il futuro è in onda da qualche altra parte. In un luogo che non conosciamo e di cui non sappiamo nulla.

Serviranno certamente “le parole giuste per raccontarlo” come sempre, ma quello che è certo – quello che Serra temo non abbia capito – è che quel ricambio naturale avviene comunque, anche in Paese allergico al cambiamento come il nostro, ma avviene altrove. In un luogo differente che probabilmente non ci piacerà e che non capiremo. E del quale, appena ne sapremo nome ed indirizzo, saremo prontissimi a parlare male alla nostra fida platea di affezionati. Perché così funziona. Perché così facciamo. Da sempre.


8 commenti a “Serra-menti”

  1. milena ambrosini dice:

    Caro Mantellini, il problema è che avete ragione tutti e due, anzi tutti e tre, anche il sig. Ramaglio e probabilmente pure tua figlia e così fanno quattro.
    Questa è la complessità, da cui non sappiamo sgrovigliarci e trarre il/i filo/i da dipanare….
    Eppure ogni tanto ci si riesce.
    In un bel libro di storia, “Storia mondiale dell’Italia” l’autore (A. Giardina) dimostra che tutte le volte che l’Italia è riuscita a gestire positivamente i flussi immigratori, inevitabili essendo una penisola, questo ha corrisposto a un periodo di grande sviluppo del paese.
    L’Italia adesso è un vecchio paese, in ogni senso…

  2. Stefano Cingolani dice:

    “Se non fate carriera è perché siete pippe, non perché vi arrubbano il futuro” Guia Soncini

    https://www.linkiesta.it/2020/08/serra-giovani-lavoro-pippe/

  3. Massimo Mantellini dice:

    @stefano cingolani eccerto, come no

  4. Massimo dice:

    Ma quali “parole per raccontarlo”?

    Non bastano i video su TikTok? ;-)

  5. domenico dice:

    ricordo al “brontosauro riflessivo ” che la “sua”italia opulenta ha lasciato in eredita’ a tutti un debito stellare, e solo alui magnifiche case in campagna.

  6. marcell_o dice:

    avete ragione tutti. le cose son complicate: non c’è un “noi” e un “loro”. ci sono tanti “noi” e “tanti “loro”. direi che i giovani hanno inventato cose, ma non sono tutte renumerative: per una chiaraferragni (immagino non abbia chiesto o dovuto chiedere il permesso a micheleserra o nataliaaspesi) ci sono migliaia e migliaia di affamati aspiranti influencer, stesso discorso per i ricchi youtuber o instagrammer (dei quali ignoro i nomi, grazieadio) e i loro poveri e patecici epigoni.
    poi c’è il potere (l’ebrezza del)… una gerontocrazia che occupa vertici di società pubbliche e private, banche, giornali… i vecchi lavorano bene coi vecchi e in Italia il merito non è riconosciuto: tutti preferiscono lavorare con amici e parenti (la fedeltà e la gratitudine vince sempre sulla competenza).
    un’ultima cosa: per dieci anni ho insegnato a ragazzi di quarto e quinto anno di un istituto professionale l’uso dei programmi di grafica, quindi ho lavorato con alcune cinquantine di 18-19enni: ne avrei voluto bastonare diciamo l’80%, il restante 20% mi faceva sperare per l’umanità, per l’umanità italiana intendo.
    comunwue sì, ammazza che palle: ma quanto straparlo?

  7. Roberto Cerchio dice:

    Michele Serra ha 66 anni. Potrebbe andare in pensione ma non ha ottant’anni. Non ricopre un ruolo pubblico elettivo. Non credo che possa essere considerato un significativo esempio dell’effettiva gerontocrazia da cui l’Italia stenta ad affrancarsi.

  8. Beppe Ravera dice:

    Interessante la risposta (il commento del commento?) di Natalia Aspesi su Rep di oggi. Sono certo che la leggerà con interesse e (forse) pure con piacere. Non so cosa ascoltino i giovani oggi. Non so cosa leggono (ammesso che leggano). Non so praticamente nulla di loro. La sola cosa che credo di sapere è che le cose interessanti (stimolanti, creative etc etc) se ne fottono dell’età. Rimbaud ha rivoluzionato il linguaggio poetico a 17 anni e poi non ha avuto più nulla da dire. Goethe, contrariamente al povero Scalfari, è stato piuttosto bravetto con le parole sino alla fine dei suoi giorni. Diciamo che in questo paese era difficile negli anni’60 come nei ’70 e negli ’80. Cioè sempre.

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