Il sentimento di rivalsa.


È il sentimento nazionale dominante, da sempre. Oggi il sentimento di rivalsa abbandona la sua proverbiale riservatezza e si mostra senza infingimenti.

Il sentimento di rivalsa è figlio di un’insoddisfazione dolorosa. Una condizione che ci ha preceduto e che ci seguirà, passando da noi ai nostri figli. I figli (cioé tutti noi), in questo Paese, in assenza di uno Stato nel quale riconoscersi e al quale sarà semplice attribuire ogni colpa, utilizzano la cerchia come rifugio: la propria piccola comunità diventa così il proprio Paese. Tutto ciò accade a costo di sofferenze personali, di aspettative sfumate e aspirazioni interrotte. Siamo soliti paragonarci agli altri Paesi ma non siamo come gli altri. Quando la Patria diventa la contea minuscola del familismo, tutto quanto attorno a noi, anche a pochi metri da noi, si trasformerà in un luogo straniero. E quando quel luogo straniero collasserà, come è accaduto negli ultimi mesi all’Italia intera, il sentimento di rivalsa esploderà potentissimo.

Sopita la paura del contagio ora è il tempo della recriminazione.
I medici non sono più gli angeli salvatori ma i carcerieri delle nostre vite asintomatiche, la politica non è più il luogo delle decisioni coraggiose ma l’ambito in cui vengono sottostimate le nostre esigenze ed ignorate le nostre istanze. I luoghi di lavoro, le metropolitane, i treni, le spiagge e le piazze sono gli avamposti nei quali sperimentare le bugie degli esperti. Mille piccole comunità isolate si ritrovano ora unite da un’unica grande recriminazione covid.

La lista delle rivalse è lunghissima, ognuno mostra con orgoglio le proprie agli altri che assentono. Quello che sfila in questi giorni è un elenco di colpevoli, ora finalmente in piena luce.
Tuttavia l’occhiale attraverso il quale osserviamo le nostre rivalse resta una lente locale. Un vetro geografico, incapace di allontanarsi troppo da noi. Nessuna nazione potrà essere messa a fuoco dal nostro sguardo provinciale: tutto ciò che sapremo comporre sarà la lista delle ingiustizie di cui noi siamo stati vittime. Lo sguardo di insieme si interromperà – come sempre – sulla soglia di casa nostra. Non sapremo niente di niente al di fuori di noi.



Il sentimento di rivoluzione


Le modalità di rivoluzione in Italia sono sempre le stesse. Vale per esse la sintesi novecentesca e perfetta di Tomasi di Lampedusa. La rivoluzione non esiste, è solo un’idea immobile e affascinante. Esiste però il sentimento di rivoluzione, vale a dire l’elenco dei toni che descrivono la rivoluzione in potenza, e questi sono sulla bocca di tutti.
Quando il coronavirus arriva tutti faranno cenno ad una prossima rivoluzione, molti la descriveranno come un’occasione, un’inattesa opportunità. Una specie di colpo di fortuna.

È quasi commovente il già sentito che avvolge ogni dissertazione sul futuro dell’Italia nel momento del coronavirus. Un discorso il cui principio cardine è La Grande Occasione. Nel nostro caso specifico, la possibilità di trarre vantaggio dal nostro ritardo. Una fortuna che gli altri evidentemente non avranno. Il ritardo, il nostro essere un Paese povero di quasi tutto, nel sentimento di rivoluzione, si trasformerà da zavorra in valore. Quale migliore occasione di un diluvio inatteso di miliardi dall’UE per finanziare tutto quanto non abbiamo saputo finanziare negli ultimi decenni. Emetteremo fattura al coronavirus e ci trasformeremo nei primi della classe.

Il sentimento di rivoluzione è la dipendenza tossica dalle parole di cui soffre la politica in questo Paese. Una narrazione epica, a patto che nessuno si occupi poi dei fatti che (non) ne seguiranno, a patto che ci si limiti alla bellezza delle intenzioni. Il sentimento di rivoluzione degli italiani è una barzelletta ben conosciuta fuori dall’Italia che noi tendiamo a giudicare come una forma di pregiudizio nei nostri confronti o peggio, nelle parole ulteriormente semplificate dell’attuale Presidente del Consiglio, come semplice invidia altrui. Gli altri Paesi ci invidiano, mentre noi siamo qui intenti a progettare meraviglie.


Il sentimento d’odio


Siamo da sempre abituati all’ingiustizia e al silenzio. Esiste un sottofondo di odio che ci appartiene, che è nostro, che è italiano, e che ne è la conseguenza. Dentro l’ingiustizia e il silenzio siamo cresciuti e diventati noi stessi. È un Paese che odia in silenzio, il quale ora si ritrova una valvola di sfogo.

I tempi della crisi, così come quelli della guerra, sono quelli nei quali l’odio trova nuove giustificazioni. Poco importa che sia il nostro caro odio di una volta che finalmente si fa materia. Poco importerebbe se invece fosse una nuova quota prodotta dalla gravità dei tempi correnti. Odiamo per simmetria, perché il mondo ci odia. Ma odiamo anche per reazione, perché il fardello aggiuntivo del coronavirus è una peso troppo grande da sopportare in silenzio.

La ferocia è attualmente solo una possibilità. Tenuta a freno forse dalle rassicurazioni che la politica continua a ripetere sul lavoro che non scomparirà e sulle tutele che resteranno in piedi. Sulla malattia che non ritornerà e sulla normalità che prima o poi verrà ristabilita. Mentre ovunque nel mondo il lavoro si perde, le tutele scompaiono e la malattia sembra mantenere vigore.

Il sentimento d’odio ha rialzato la testa e ora ondeggia sul bordo della piscina come la linea dell’acqua in certi video da telecamera fissa registrati durante un terremoto. L’odio è una linea: fino a un attimo prima è geometrica e perfetta e, subito dopo, non più.


3 commenti a “Tre sentimenti Covid”

  1. Mariano dice:

    Per fare la rivoluzione serve una classe dirigente in grado di prendere il posto di quella al potere. In Italia qualcosa del genere non c’è, ma ci resta il “ci vorrebbe la rivoluzione”.

  2. Annamaria dice:

    Bellissima analisi.

  3. Emanuele dice:

    Io li vedo tutti i giorni sui social da sempre. E non c’è parte ideologico-politica che si salvi.

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