Questo mio tweet di ieri sera ha scatenato un putiferio. Ora io mi annoio anche al solo pensiero di doverlo spiegare, esattamente come ci si annoia quando si è costretti a spiegare una battuta, magari sottintendendo che gli altri non l’hanno capita per colpa loro e non per colpa nostra.
In realtà questo tweet non è venuto particolarmene male, esprime esattamente il mio pensiero di quel momento. Ha però un problema, oggettivo e molto evidente. Come moltissimi tweet delle persone che come me da sempre utilizzano Twitter come un canale sentimentale e non come uno strumento di personal branding, ha bisogno di un contesto. Lette fuori dal loro contesto quelle stesse parole potranno assumere i significati più bizzarri.

Il contesto, in questo caso, riguarda i dati appena pubblicati ieri sul numero di nuovi casi di coronavirus in Italia (dei quali l’80% in Lombardia) e anche, pur se in misura minore, la mia storia personale. Quello che scrivo di solito, anche solo su Twitter, le cose che mi interessano e quelle che detesto.

A questo punto il fatto che si crei un caso nazionale da un tweet del genere dipende da alcuni fattori. Alcuni risibili, per esempio il fatto che se io fossi più furbo cercherei magari di considerare un po’ di più cosa accada alle parole fuori dal loro contesto. Altri invece più importanti. Quelli importanti forse sono due.

Il primo è che la comunicazione sui social network è un flusso elementare. Chiunque sia fuori dalla tua bolla sentimentale estrarrà il senso grezzo delle parole e le interpreterà come gli sarà possibile. Ci sono centinaia di commenti a quel tweet di gente che semplicemente non ha capito di cosa si stava parlando. E non lo ha capito non perché è scema ma perché in quel tweet non c’è scritto esplicitamente. Gente che ha pensato in buona fede fosse un tweet razzista contro i lombardi.

Il secondo è l’utilizzo intenzionale malevolo e politico delle parole in rete. Questo è forse l’aspetto più interessante perché è il lavoro comunicativo quotidiano della peggiore politica, non solo in Italia. Nel caso di quel tweet, ripreso da tutta la stampa di destra e da Matteo Salvini (con molte mie foto esposte perché così usualmente si fa con i bersagli da indicare), e poi dall’Ansa e poi da tutti i media, trasformando come avviene usualmente il nulla in una notizia, l’appiglio per scatenare grandi indignazioni riguarda il fatto che io faccia parte di una commissione del Governo sull’odio online. Un aggancio fantastico per certi comunicatori abituati a rimestare in barili ben più maleodoranti, che si ritrovano per le mani un piccolo proiettile nel quale io divento immediatamente “l’Uomo di Conte” da licenziare per manifesta incapacità a non odiare i lombardi.

Ovvio che se potessi oggi scriverei diversamente quel tweet, anche per far preoccupare meno mia moglie e tenere a bada mia figlia che propone querele ovunque, ma è altrettanto ovvio che non ho alcuna intenzione di utilizzare in futuro Twitter in maniera differente da come ho sempre fatto.

Se deciderete di fare la fatica di provare a comprendere il contesto, magari chiedendomi di specificarlo meglio quando sarà necessario (perché sarà necessario non sono molto sveglio), sarete i benvenuti. Se invece rimarrete innamorati dei vostri pregiudizi, pazienza. Internet è grande e sarà sufficiente non incontrarci. Oggi – a margine – ho bloccato qualche decina di persone che mi ha minacciato in vari modi, compreso con l’utilizzo del forno crematorio. Sui metodi comunicativi di Salvini e i suoi sodali non c’è invece molto da dire: nulla che che non sapessimo già su quanto possa essere aggressiva e divisiva la comunicazione politica dei peggiori.


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