Per me la domanda più interessante di questa settimana è stata:

ma come fa l’industria culturale italiana a vivere, a sostentarsi, e magari perfino a crescere, a creare (appunto) cultura, se a guidarla è un piazzista arricchito?

La seconda domanda per me più interessante di questa settimana è stata:

ma come fa l’industria culturale a vivere, a sostentarsi e magari perfino a crescere, a creare (appunto) cultura, o al limite anche solo a salvarsi, se non trova un abile piazzista in grado di farla guadagnare?

Dopo l’imbarazzante video motivazionale di Urbano Cairo ai suoi sottoposti, frammento aziendale misteriosamente filtrato fuori dalle segrete stanze e comunque formidabile, for-mi-da-bi-le, c’è poco da fare, nel tracciare il cinismo e la noncuranza del business anche nel momento in cui la nave sembra affondare (nulla di nuovo, grandi famiglie europee guadagnarono fior di quattrini e prosperano per i decenni successivi grazie alle guerre mondiali) e dopo i successivi tentativi più o meno maldestri di Cairo stesso di umanizzare la propria disumanità, è successo quello che in fondo era prevedibile.

È sopraggiunto il comprensibile silenzio dei moltissimi che nell’industria culturale devono a Cairo il resistere del proprio stipendio, così come la grande cautela di molti altri, quelli che forse ora da tali risorse non dipendono, ma chissà poi domani, che il mondo è piccolo ed è meglio stare cauti.
Allo stesso tempo si è udito intorno lo strepitio indignato verso Cairo di quelli che non hanno molto da perdere, perché abitano già la terza classe della nave semiaffondata della cultura italiana, sia che lavorino nei media, coi libri o sui giornali, o perché sono iscritti alla curva sud del più intransigente purismo culturale. Infine, qui per ultimi ma non ultimi, come si dice, si sono fatti vivi i raffinati realisti.

I raffinati realisti certo non mancano mai, ma in situazioni simili improvvisamente emergono, e almeno per un momento sembrano farla da padroni, tali e tante sono le attestazioni di assenso e stima che ricevono per la loro pacatezza e il loro realismo.

Nel caso specifico gli argomenti dei fini realisti sono sostanzialmente due.
Il primo è una specie di rigore a porta vuota e cioè una domanda che non è una domanda, da sillabare con calma, con il tono di sfida e trionfo annunciato che richiede:

la principale industria culturale del Paese – amico mio – non la gestisce Roberto Calasso, è invece nelle mani di Silvio Berlusconi, e da ben più di due decenni.

Il secondo argomento, meno incontrovertibile – diciamo – è invece una domanda vera e propria ed è simile alla mia all’inizio di questo post (il che fa di me automaticamente “un realista illuminato”):

chi altri se non un piazzista di talento può gestire in Italia un’industria culturale che abbia anche una sola possibilità di salvarsi? Chi altri – recita il sottotesto suggerito e mai detto – che non sappia vendere libri e idee come fossero merendine o panche per far pesi nel salotto di casa, potrà far crescere la cultura in Italia?

(chiedo scusa per l’involontaria citazione ma mi è tornato alla mente un aneddoto attribuito a Berlusconi tanti anni fa, quando le cronache raccontarono che verso le tre di notte avesse chiamato di persona la televendita di una TV privata per comprare un attrezzo ginnico simile)

Il corollario di una simile affermazione, che è poi uno dei cardini difensivi di Urbano Cairo nei suoi tentativi subentrati di dare umanità alla propria attitudine di venditore evocando posti di lavoro ed altre questioni di grande importanza, evocando inoltre la necessità di scendere in campo e darsi da fare, di sporcarsi le mani – come dice testualmente – sarebbe che è il sistema stesso, è l‘industria culturale per sua definizione a contenere al suo interno tutti gli opposti: le Barbare D’Urso con gli Edoardo Camurri, la divulgazione scientifica di alto livello con i ciarlatani ospiti da Giletti, i libri di Roberto Bolaño accanto a quelli di Andrea Scanzi. E perdonatemi se ora dico nomi a caso, sono i primi che mi vengono in mente e ognuno di noi avrà i propri.

Si tratta del resto di un argomento ben solido che ho sentito ripetere moltissime volte, diffusamente assunto come dato di fatto: è il prodotto per il grandissimo pubblico, oppure l’audience alle stelle di un programma per deficienti, che rende possibile alla cultura sostentarsi, e poi, visto che ci siamo: ma siamo sicuri che quella che tu Mantellini ora stai evocando sia la vera cultura? E chi lo stabilisce? E via di questo passo, di punto interrogativo in punto interrogativo, distruggendo idoli, ridicolizzando talenti e innalzandone di nuovi, piallando – insomma – il piallabile, fino ad ottenere dentro il mortaio della cosiddetta “industria culturale” una poltiglia in cui ogni cosa sarà, se non sempre degna di stima, almeno tollerabile.

Ecco, sarà che a me non piacciono i realisti, compreso me stesso. E detesto il loro realismo. Mi suona così trito e provinciale, nonostante tutto. E non mi piace nemmeno quest’idea di industria culturale nella quale il discrimine fra cultura e puttanate lo stabilisce un capo azienda che ha grandi affinità con le puttanate e pochissime con la cultura. Che compra quadri di Van Gogh e squadre di calcio e poi mette il Van Gogh in cassaforte e si fa appendere una copia in salotto. Che usa il linguaggio, le posture e i gesti che gli sono propri per annunciare una subalternità assoluta della cultura rispetto all’industria, una nuova idea di industria culturale dentro la quale la cultura permane in numeri sempre più residuali mentre tutto il resto prosegue placido, come avviene da sempre nei luoghi in cui la cultura non conta ormai nulla e si è provveduto a sostituire gli originali con copie avariate. Non perché qualcuno potesse rubarli – per carità – ma perché le copie erano più maneggevoli da osservare, almeno da lontano.

È questa subalternità assoluta che è un tratto molto italiano, l’interruzione di un confine altrove meglio presidiato, spesso condito dall’altra insopportabile idea che esista una via italiana al fare le cose, che tale metodo vada descritto con i soliti accenni alla creatività, al genio, alla grazia e all’inventiva espressa d’improvviso dagli italiani nei momenti di grande difficoltà. Altro caposaldo al quale siamo affezionatissimi, che i nostri politici citano di sovente, ma del quale è così difficile trovar traccia appena usciti da confini patrii.

E pensare che il punto potrebbe anche essere assai semplice, e potremmo applicarlo all’industria culturale come a quasi tutto il resto.
Perché potrebbe essere che non abbiamo rispetto per niente, per la cultura come per tutto il resto, che siamo fatti così, anche se ci ripetiamo in continuazione che non è vero. Gli altri lo hanno capito, ci ripetiamo spesso, siamo noi per primi a darci la zappa sui piedi, ignorando e vituperando per primi e senza ragione i nostri grandi talenti. E Leonardo e i santi e i navigatori eccetera eccetera eccetera.

E se la strada italiana fosse invece la strada a rovinare tutto? E se la strada italiana fosse una strada ormai lunghissima in lieve inesorabile discesa?

6 commenti a “Il Guttuso ancora da autenticare”

  1. Andrea Contino dice:

    Penso che il problema sia un passetto prima. Penso che per l’italiano più o meno medio la cultura sia qualcosa da ottenere gratuitamente. Fruibile sempre e comunque gratis o a prezzi ridicoli. E penso sia questa semplice condizione che permetta a Cairo di fare ciò che fa senza che lo si possa giudicare come disumano per il poco rispetto per la situazione o troppo “buon padre di famiglia” perché cerchi di salvare le sue aziende e i suoi dipendenti. È una conseguenza, e arriva ahimè da molto lontano.

  2. Bruno Anastasi dice:

    buongiorno Massimo, l’editoriale è bellissimo (se avessi citato esplicitamente l’inverecondo atteggiamento di Mentana sarebbe stato perfetto), ma io continuo a seguire con difficoltà … se Internet ci ha portato qualcosa di buono è stato di consentire l’acquisizione gratuita – non la semplice fruizione, intendo proprio l’archiviazione permanente dei file nel pc – di tutti i dischi e i film che si desiderino … non sto a elencarvi quello che ho scaricato io in tutto il mese di Marzo per non annoiarvi … per i libri è la stessa cosa, anche se, diversamente che per gli altri due supporti solidi (CD e DVD), il volume cartaceo resiste bene e continua ad essere preferito agli e-book, purtroppo a fronte di librerie quasi sempre inadeguate a soddisfare la domanda … insomma, basta affinare quanto più possibile i propri gusti e il gioco è fatto … di cosa stiamo parlando? qual è il problema? vi prego, mi rivolgo anche a @Contino, aiutatemi a capire

  3. Emanuele dice:

    Forse il problema è quel 5% non ancora occupato dalla cultura di sinistra.

  4. emilius dice:

    Concordo.
    Non abbiamo princi’pi, e nemmeno un po’ di buon senso, ed eleggiamo chiunque.
    I furbacchioni lo hanno capito e si sono buttati in politica.
    Il resto viene di conseguenza.
    Compreso il fatto che la cultura sia assoggettata, come tutto il resto, al dio denaro, e quindi abbia ben poche speranze.
    Io vedo una netta differenza tra beni materiali e conoscenza/informazione. Forse vedo male.

  5. andy61 dice:

    Non è che la Cultura si è chiusa per troppo tempo in una torre inaccessibile rifiutando qualsiasi forma di contatto con il quotidiano in nome della difesa di una purezza condannandosi alla marginalità e lasciando il campo aperto ai piazzisti ? Quanti anni e sforzi ci sono voluti per far passare l’idea che i musei possano essere luoghi vissuti e non delle chiese in cui entrare con deferenza e gratitudine ? Se l’italiano medio associa alla parola “Cultura” le sensazioni di peso, noia e difficoltà non è che qualche colpa ce l’ha anche il sistema formativo ?
    Butto lì un sassolino… e la RAI, profumatamente sovvenzionata per svolgere un servizio pubblico ?
    A me sembra che senza rivoluzioni la strada sia inesorabilmente in discesa.

  6. Rocco dice:

    “…è un problema della stampa che non se la sentirà di voler rimanere tale anche nella storia, di chi pensa che la sua vita è solo nel momento in cui stampa ed incassa e non più nel tentare di elaborare materiali che diventino archivio nel momento stesso in cui nascono…” P. Daverio in una conferenza non so quando non so dove

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