“Mia madre lavorava molto. Non so se lavorasse bene oppure male, però ogni due o tre anni la trasferivano di posto e di provincia. Girammo così quasi tutti gli uffici di statistica (molte volte solo un eufemismo per indicare il suo stanzino, spesso piccolo e malconcio) degli ospedali del Cile meridionale. Una cima in matematica. Mia madre, intendo, non io. E lo sapeva: sono una cima in matematica, diceva sorridendo ma con una voce come assente. Per colpa della matematica aveva conosciuto mio padre a un corso di statistica accelerata (o avanzata o intensiva) di sei mesi frequentato in Messico. Era tornata in Cile incinta e dopo un po’ di tempo ero nato io. Poi mio padre era venuto in Cile a vedermi e quando se ne era andato mia madre era incinta di mia sorella. A me non è mai piaciuta la matematica. Mi piaceva viaggiare in treno, mi piaceva viaggiare in pulmann e non dormire mai, mi piaceva scoprire le nuove case in cui andavamo ad abitare, ma non mi piacevano le nuove scuole”.



Roberto Bolaño, Sepolcri di cowboy, traduzione di Ilide Carmignani, Adelphi 2020

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