Come si dice in questi casi?

“ho molti amici giornalisti”

Il che del resto è vero, anche se non è l’unica né la più importante fra le questioni in campo. No, la più importante questione in campo è che – come molti – penso da sempre che l’informazione sia uno dei cardini delle nostre società: è questo il motivo per cui così tanto mi interessa e affascina e anche perché negli anni ho finito per avere molti amici giornalisti. Una società evoluta riuscirà a produrre una comunicazione sana, si doterà degli anticorpi perché a comunicare non siamo solo i più ricchi o i più furbi, considererà insomma l’informazione come un presidio democratico. L’avrete sentita ripetere spessissimo questa tiritera, molte volte anche dalle persone sbagliate.

Non ho insomma iniziato ad occuparmi di informazione negli ambienti digitali oltre un paio di decenni fa perché, come dicevano alcuni giornalisti allora quando aprimmo i primi blog, volevamo prendere il loro posto ma semplicemente perché, nel momento in cui le barriere di ingresso improvvisamente cadono, chiunque lo desideri potrà iniziare a scrivere di ciò che lo interessa. E se in qualche maniera troverà qualcuno che lo legge ecco che confusione sarà fatta, la sindrome di accerchiamento finalmente completata e la prevista contrapposizione già almeno in parte costruita. Chi diavolo sono questi, come si permettono, diceva qualcuno e pensavano in molti a quei tempi negli ambienti giornalistici italiani, ignorando o non sapendo proprio niente (come dice il poeta) di quanto fosse chiuso, provinciale e ottuso quello stesso ambiente prima dell’invasione dei barbari e di quanto invece quella gente che iniziava a scrivere fosse in qualche modo simile a loro.

Che poi i barbari alla fine non invasero proprio nulla: qualcuno magari al massimo fondò un giornale online, altri continuarono a scrivere le stesse cose, altri ancora abbandonarono. L’informazione complessiva per un po’ forse ne ebbe un giovamento, giovani giornalisti digitali crebbero (anche se poco visibili, data l’età media dominante della classe intellettuale italiana in ogni campo, giornalismo compreso) alcune delle vecchie furbizie del giornalismo italiano più pigro (per esempio prendere un articolo della stampa estera di ieri facendo finta che sia il nostro oggi) diventarono impossibili per ovvie ragioni.

In seguito però, nel giro di poco, le cose cominciarono ad andare male, i soldi a diminuire, i privilegi di categoria ad assottigliarsi, le copie vendute a contrarsi moltissimo. Tutto questo per due ragioni principali: la prima, la più importante una ragione di sistema, una crisi che ha riguardato l’informazione in tutto il mondo; la seconda invece una ragione del tutto italiana: gli editori scelsero di investire sulla quantità piuttosto che sulla qualità. Lo hanno fatto tutti, chi più chi meno, per ragioni difficili da indagare e sulle quali non vorrei speculare, alienandomi in quel modo le mie amicizie giornalistiche residue che dall’inizio di questo pezzo sono passate probabilmente da molte ad abbastanza.

“Ho abbastanza amici giornalisti”

Poi sono arrivati i social network e questo è stato davvero un colpo terribile per l’intero sistema. Il modello economico dell’informazione basato sulla quantità ha mostrato la corda, con tutto il suo corteo di basso giornalismo, clickbait, banner enormi e urlanti che impedivano di leggere gli articoli, società di spammer elette a partner commerciali. E di nuovo non stiamo parlando dell’editore spregiudicato che esiste ovunque o di un tabloid su rockstar in overdose, ma dei principali editori italiani che, a questo punto, avevano sancito nei fatti la propria distanza dal buon giornalismo di riferimento all’estero.
A quel punto quella forma dominante di giornalismo, basato sui grandi numeri e sull’advertising, si è trasformato in una sorta di percorso senza ritorno. Quelle stesse cose che i giornali maneggiavano maggiormente erano improvvisamente già disponibili in uguale e maggiore quantità sulla timeline di Facebook o di altri social network, su piattaforme tecnologicamente migliori, più veloci, meglio gestite e più ampie, nelle quali, per forza di cose i denari della pubblicità si erano andati a riversare e nelle quali – soprattutto -i loro vecchi lettori si erano trasferiti con armi e bagagli. Lettori che nel frattempo non intendevano dare loro una mano, decidendo invece in massa che quella spruzzata informativa, piena di cazzate e notizie irrilevante, di fake news e di adulterazioni varie era per loro più che soddisfacente. Si informavano così e non avevano ulteriori esigenze. I giornalisti, sempre più arrabbiati e delusi per il loro lavoro che andava scomparendo, erano a quel punto giustamente nervosi ed abbattuti: il cosidetto presidio democratico era in fiamme ma assai raramente essi riuscivano a focalizzare che una quota significativa di quel disastro era anche colpa loro.

“Ho alcuni amici giornalisti”

Termino con un esempio pratico, perché so bene che pochissimi hanno le mie medesime ossessioni per il giornalismo e pochi sembrano essere consci del fatto che, invece, avremmo bisogno di un giornalismo più forte e autorevole e che – banalmente – un giornalismo autorevole significa oggi qualcosa di radicalmente diverso dall’informazione istantanea che ci viene offerta sui social network.

L’esempio pratico è questo ma il medesimo approccio riguarda tutte le notizie importanti ogni santo giorno:





Oggi alcuni media brasiliani hanno diffuso la notizia che il presidente del Brasile Bolsonaro era risultato positivo al Coronavirus. Quando ho visto la notizia su Twitter ho controllato i maggiori siti web informativi internazionali che consulto di solito. La notizia non c’era sulla homepage del Guardian (anche se poi mi dicono che il Guardian aveva fatto un tweet poi cancellato al proposito) non c’era sul New York Times, non c’era sulla BBC, non c’era su Der Spiegel, non c’era su Le Monde e nemmeno su El Pais. Era invece, in homepage e in grande evidenza, sui principali siti web italiani, in particolare sui due più letti: repubblica.it e corriere.it.

La notizia era un’indiscrezione in attesa di conferma ufficiale e i principali media mondiali avevano – come fanno sempre in questi casi – scelto di aspettare. Per chi non desideri aspettare ci sono Facebook e Twitter, che sfornano a getto continuo informazioni vere, false e non controllate, perché la vita è un lampo e condividere una cosa appena letta costa pochissimo e ci fa sentire importanti. E insieme a loro ci sono ogni volta i principali siti web italiani. Nel giro di un’ora la notizia è stata smentita e repubblica.it e il corriere.it hanno modificato la notizia vecchia sostituendola con la nuova, esattamente come la mia timeline di Twitter aggiornandosi cronologicamente mi mostra l’ultima notizia e non la penultima.

A volte va in onda quello che gli amici del Post definirono anni fa “È giallo”. Poiché da noi non usa ammettere di essersi sbagliati si usano giri di parole per trasformare una balla che si era diffuso per eccesso di velocità o scarsa accuratezza in un caso fintamente “misterioso” o, come va di moda ultimamente, in una notizia in aggiornamento.

Del resto, farsi carico dei propri errori evidenziandoli e segnalandoli ai propri lettori correttamente, è il discrimine fra fare informazione professionale e scrivere in rete o sui giornali la prima cosa che capita. Ovviamente la prima cosa che capita in alcuni casi genererà molti click e questo nel giornalismo della quantità è non solo importante ma ormai una vera ossessione. Tuttavia non servirà un genio per capire che se ancora esiste un modello economico residuo per l’informazione professionale questo risiede nel differenziarsi con chiarezza da tutto il rumore intorno. Il che oggi, nove volte su dieci significa controllare e soprattutto aspettare. In Italia praticamente nessuno oggi sembra disposto a farlo. Pensano di essere “presidio democratico” pubblicando sciocchezza a nastro come tutti noi.

“Avevo alcuni amici giornalisti”


2 commenti a “Ho molti amici giornalisti”

  1. Andrea dice:

    a proposito della nostra arretratezza digitale, forse hai già letto questo articolo di Al Jazeera, illuminante per capire come l’informatica può salvare il mondo

    https://www.aljazeera.com/news/2
    020/03/italy-south-korea-differ-tackling-coronavirus-outbreak-200313062505781.html?fbclid=IwAR1otw41yVyAXoIhGd-Kt3CmhsJNOwNM3ot5aj7gyt0fdwU8psSmb7BOvXk

  2. .mau. dice:

    Però quello che hai presentato è ancora un caso “buono”. Chi ha visto entrambe le notizie capisce la storia solo dai titoli, chi vede l’ultima ha la notizia corretta (e dal titolo può immaginare che c’era qualcosa dietro). Quello che non funziona è che nella prima notizia ci sarebbe voluto un punto interrogativo, in effetti.

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