Ieri a Rimini un paziente psichiatrico si è presentato in strada brandendo un coltello e urlando “coronavirus”. Avesse urlato “Ho il coronavirus” l’effetto sarebbe stato anche maggiore.

Che perfino nell’ideazione delirante il virus cinese si sia andato sostituendo ad altri più solidi temi (in genere quelli religiosi, complottisti e di controllo) dovrebbe darci qualche indicazione sull’ossessione comunicativa alla quale siamo stati sottoposti in questi giorni.
Il coronavirus è ormai ovunque, soprattutto dentro le nostre teste.

Un riflesso automatico al quale mi piacerebbe sottrarmi almeno un po’ consiglia di dare la colpa ai media. I quali, certamente, nel caso della diffusione ovunque del pensiero angosciante sull’agente invisibile che ci ucciderà tutti, hanno avuto un ruolo davvero importante. La lista sarebbe lunga e sicuramente limitata ai piccoli squarci informativi che mi raggiungono: mi piace comunque qui rapidamente ricordare gli enormi sconsiderati titoli di Repubblica, il ghigno di Enrico Mentana mentre presenta sibilando il suo TG e, sempre su La7, la scelta di trasmettere in prima serata il film Virus letale, così che la propria clientela potesse comodamente abituarsi al mondo che stava arrivando.

Mentre scrivo due sindaci di piccoli paesini in provincia di Napoli (zona nella quale non è al momento noto alcun caso di Coronavirus) hanno appena chiuso tutte le scuole per “aereare i locali”. Capace che qualche sera fa fossero sintonizzati su La7.

Ieri Giovanni Boccia Artieri ha scritto di un’improvvisa mutazione della comunicazione mainstream sul virus. Penso abbia ragione. Sono cambiati i titoli (specie sul sito di Repubblica che è la prima fonte informativa web italiana) si sono ridotti gli allarmi, si offre maggior spazio ad informazioni tranquillizzanti. Boccia Artieri parla della speranza di profezie che si autoavverano, io temo che sia in effetti ormai tardi.

È come se, improvvisamente, ci si fosse resi conto della gravità della situazione e che per farlo sia stato necessario osservare con occhi nuovi gli effetti del proprio cinismo professionale e i danni che i media da anni causano all’ambiente informativo italiano in nome della sopravvivenza del proprio modello economico.

Tuttavia, come dicevo, i media sono solo una (grossa) parte del problema ed il loro ruolo di orientamento funzionerà comunque egregiamente in senso peggiorativo (scatenare il panico) e molto meno nella sua nuova versione rassicurante (non è successo nulla è una normale influenza). La gente guarda Virus letale per spaventarsi, non per apprezzare il talento visionario del regista.

L’altra parte (grossa) del problema siamo noi stessi, che è poi una cosa ovvia di cui diciamo sempre. E la miglior rappresentazione dell’italiano medio in questi giorni sarà possibile rintracciarla ancora una volta nelle pieghe della cronaca. Abbiamo assistito al protagonismo sciocco degli esperti e all’orgoglio regionale dei governatori. Ogni categoria sgomita per mostrare la propria centralità (cito, come luminosa eccezione, il sindaco di Milano Sala). Non ci sono, alla fine, grandi differenze fra queste stupidità egoistiche e quelle dei media. Ritorna, ogni volta, il pensiero dominante che ha costruito la storia di questo Paese nei secoli, i campanili, l’egoismo e la frammentazione del volgo disperso di manzoniana memoria.

È questo il ritratto in alta risoluzione che la crisi coronavirus ci sta restituendo in queste ore. Un Paese che sembra e forse è senza speranza perché di fatto quella speranza non l’ha mai avuta.

Allegria! come direbbe l’italiano medio Mike Bongiorno.

6 commenti a “Il nostro virus letale”

  1. marcello dice:

    come sempre: ci vuole sempre meno tempo a rompere le cose che ad aggiustarle, cosa della quale (pare) si siano appena resi conto alcuni presidenti di regione (e forse anche qualche giornalista).
    Per vendere qualche copia in più o per propaganda stanno causando danni seri (per esempio al sistema produttivo) e ci vorrà un po’ per uscirne fuori e recuperare.
    Non voglio immaginare se il primo “focolaio” fosse iniziato in campania o in puglia, o in toscana… mah!

  2. Emanuele dice:

    Magari il fatto che in 24 ore siamo passati dal “tutto va bene, siamo organizzatissimi” di governativa memoria al record di morti e infettati nei paesi occidentali qualcosa c’entra.
    La storia che i media spettacolarizzano e fanno persino terrorismo psicologico è vecchia di decenni, ma che dietro ci sia l’incapacità di un governo di rassicurare e comunicare in modo da essere credibile al di fuori della cerchia dei suoi ultrà è una tragica realtà. E’ come un sottobosco non pulito pronto a incendiarsi alla prima scintilla giornalistica.

  3. Pierluigi Rossi dice:

    Non saprei dire se il nostro (di noi italiani) virus letale sia davvero la mancanza di una speranza. Concordo, però, sull’analisi della politica informativa dei mass media e sulla critica del protagonismo dei soggetti professionali e politici deputati alla gestione dell’emergenza. Per quanto mi concerne, la seconda parte del post mi spinge a chiedermi: in che misura e in che modo l’informazione condiziona/determina i miei comportamenti? In altri termini: perché corro al supermercato e in farmacia per fare scorta di generi di sopravvivenza come in previsione di un’apocalisse? Mi basta, cioè, spiegare la cosa con l’argomento della psicosi, ovvero della pazzia, che spiega tutto e niente?

  4. stefano dice:

    Puo’ anche darsi che la gente faccia scorta non per l’apocalisse,ma perche’ ha paura di restare senza cibo perche’ tutti fanno scorta e svuotano i supermercati

  5. Emanuele dice:

    Intanto siamo passati dal “moriremo tutti” al “è poco più di un’influenza” al “sbrigatevi a trovare il vaccino o moriremo tutti”.
    E siccome in Europa cominciano a spuntare focolai vedremo come i loro media tratteranno la cosa.

  6. Roberto dice:

    Il danno peggiore conseguente la sconsiderata gestione informativa e politica cui tutti abbiamo assistito in questi giorni, sarà quello prodotto proprio dall’effetto contrario; ovvero dalla ritrosia a farsi curare o a dichiararsi ammalato che buona parte della popolazione operosa del nostro paese sceglierà di adottare per non ricadere nuovamente in futuro nell’oblio del non-lavoro, non-stipendio, non-sociale, non-vita….

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