La prima casa in cui ho abitato, negli anni 60 del secolo scorso, era in un brutto mastodontico condominio a Forlì, al margine dei “giardini nuovi”. Anche se i “giardini nuovi”, a farci i conti ora che sono ormai passati cinquant’anni, tanto nuovi non saranno più. Come me, tipo.

Li chiamavamo nuovi forse perché noi eravamo lì, affacciati alla finestra di casa in calzoni corti e calzettoni quando furono costruiti agli inizi degli anni 70, in un progetto che estendeva verso la periferia la parte del parco cittadino del centro di Forlì. Un parco che esisteva già da inizio 800. La parte più antica, da allora, i forlivesi iniziarono a chiamarla “i giardini vecchi”. Poi, più avanti, con una funerea lapide posta in viale Spazzoli qualche anno dopo, i giardini di Forlì, nuovi e vecchi assieme, furono denominati “Parco della Resistenza”: i forlivesi hanno però continuato a chiamarli, semplicemente, “giardini”.

Forlì è da ben più di un decennio una cittadina affondata. Non ne conosco il motivo esatto ma che sia affondata temo non ci siano grandi dubbi. Il centro storico disabitato, la cura degli arredi urbani ai minimi storici, il verde pubblico continuamente offeso, le attività commerciali volatilizzate. Due ristoranti e tre pub in tutto per centomila abitanti. Un museo ben gestito a tenere in piedi la facciata e poco d’altro.

Di un simile tracollo — dicevo — non ne conosco il motivo esatto ma so per certo che si tratta di un motivo locale, perché nessuna delle cittadine limitrofe ha subito e mantenuto un degrado tanto evidente. Negli anni, dopo la crisi del primo decennio degli anni 2000 sono rifiorite Ravenna, Cesena, Rimini, perfino Faenza che è di un ordine di grandezza minore come abitanti e dimensioni. Forlì no, la mia città è rimasta ostinatamente una cittadina affondata.

E i giardini vecchi, luogo della mia infanzia e adolescenza ne sono uno specchio evidente. Così ieri mentre tornavo a casa a piedi mi sono forzato ed ho attraversato i giardini. È una cosa che in genere evito: ci tengo ai miei ricordi d’infanzia.





Questa che si intravede qui è una delle panchine dei giardini vecchi. Sembra un camaleonte da come è riuscita a mimetizzarsi con l’ambiente. È lì probabilmente da inizio 900, nel tempo è affondata nel terreno ed ora è bassissima, il muschio e anche altro l’hanno splendidamente ricoperta.





Gli alberi del vialetto non sono stati potati da anni, e sì che non è da molto che ci sono state le elezioni comunali: chi come me non è altissimo (diciamo così) camminando sul vialetto tocca con la testa le fronde dei rami più bassi. Foglie ovunque, il prato abbandonato a se stesso.





Questa è una delle due fontane dei giardini vecchi nella quale io e miei coetanei andavamo a dissetarci dopo aver giocato: non funzionano più e stanno lì abbandonate da decenni.





Questo è uno dei belvedere dai quali si osservava in lontananza l’obelisco di piazza della Vittoria: da quel muretto noi bambini, con grande sprezzo del pericolo, saltavamo di sotto. Tutta la struttura, da entrambi i lati è pericolante e transennata da molti anni.




In cima alla breve salità c’era la fontana con i giochi d’acqua e i pesci rossi: c’è ancora, anche se senza zampilli e senza pesci rossi. L’acqua in effetti un po’ c’è: piovana e imputridita dalle foglie macerate.




Come avrete intuito fotografare i giardini vecchi, come sempre del tutto vuoti di persone benché siano quasi nel centro storico e accanto ai licei cittadini, è un po’ come sparare sulla Croce Rossa. In questo caso la Croce Rossa sono forse una decina di amministrazioni cittadine di centro sinistra che hanno consentito tutto questo. Un parco affondato come la città che lo contiene, ignorato con ostinazione, splendida metafora dei forlivesi tutti e non solo dei loro amministratori.
Perché dove non ha potuto la cattiva amministrazione, ha potuto l’indolenza e il cinismo dei cittadini, la mancanza di iniziative e di attaccamento alle proprie radici e al verde, l’ignoranza e la modesta visione. Basterà guardarsi attorno con un po’ di attenzione e tutta la città parlerà di noi in quella medesima maniera: in ogni angolo, osservando bene, potremo riconoscere i segni di nostro degrado interiore, il DNA inconfondibile di una città affondata.

Sospetto, senza saperlo esattamente, che la rete di relazioni sempre più strette che la politica locale ha costruito attorno a sé in decenni di governi sempre uguali sia una delle cause, se non la causa unica, di un simile disastro gestionale. Insomma non credo che tutto questo sia solo il frutto della mediocrità dei sindaci e delle amministrazioni che si sono succedute.
Quando il potere locale resta sempre uguale aumentano e si fortificano gli amici, e gli amici degli amici, ai quali andrà di diritto una quota delle commesse pubbliche. Non ha molta importanza che questi siano i geometri degli anni 70 che hanno riempito Forlì di architetture inguardabili, i piccoli banchieri degli anni 90 con le loro potenti Fondazioni, questo o quel gruppo aziendale, sindacato, cooperativa o banda apostolica, con voce in capitolo sulle decisioni pubbliche. È il sistema nella sua interezza che, piano piano, mentre affonda negli interessi privati, trascina tutto e tutti dentro un gorgo che non salva nessuno.


Tornammo su, con lui che si sforzava di salire adagio, per non perdermi d’un passo, e mi teneva sulla spalla la mano libera dal forcone ed ogni tanto mi grattava col pollice, ma leggero come una formica, tra i due nervi che abbiamo dietro il collo.


Sono queste che ho riportato qui sopra e che mi sono tornate alla mente giusto ora le ultime parole de Il Gorgo, racconto brevissimo di Beppe Fenoglio che è forse la cosa più commovente e fulminante che la letteratura italiana abbia prodotto nel 900. Lo stesso secolo in cui la città di Forlì affondava.

Anche noi, da queste parti, dovremo a questo punto deciderci. Capire se desideriamo davvero lasciarci affondare o se invece ci sia ancora qualcuno o qualcosa qui accanto a cui teniamo sul serio. Qualcuno che ci salvi, qualcuno al quale, mentre ritorniamo verso casa, gratteremo col pollice i due nervi che abbiamo dietro il collo.

8 commenti a “Giardini pubblici e altre questioni”

  1. Emanuele (l'altro) dice:

    Da me (cittadina del Lazio) il degrado è stato uniforme sotto qualsiasi colore.
    Più che altro è iniziato con il passaggio dai giardinieri comunali agli appalti.

  2. ale dice:

    io ancora non ho capito perche’, come dici anche tu, forli tra le citta’ della romagna rimane sempre la piu miserabile

  3. Gabriel dice:

    Io penso che i giardini pubblici in molte città italiane non siano così di moda rispetto al passato e perciò le amministrazioni comunali non investono in manutenzione. Hanno già da mantenere (con molta fatica) tutto quello costruito o mal costruito durante la grande crescita del secolo scorso. Tutto ha bisogno di manutenzione ma non si trova tra le priorità di un paese in perenne stato di emergenza. Penso che i giardini pubblici siano visti dalla gente come posti marginali e rifugio dei drogati. La nostra società ha paura, di tutto, preferisce stare in casa, protetta, davanti a uno schermo grande o piccolo che sia. Al massimo va a cena a casa di amici o fa un giro nei confortevoli centri commerciali (fino a che anche essi non verranno divorati dal commercio on-line ). I bambini non giocano più per strada o nei giardini, neppure in quelli privati. E’ una triste realtà.

  4. Emanuele (l'altro) dice:

    Ma se non giocano più nei giardini è anche perché questi diventano terra di nessuno. Io in quello comunale della mia città ci giocavo senza problemi. Da quando sono spariti i giardinieri comunali, uno dei quali abitava al suo interno, è diventato luogo di bivacco e spaccio, e questa è realtà non un luogo comune.

  5. LuBe dice:

    Ma non è vero, dove i giardini sono curati c’è sempre un sacco di gente. Ai bambini piace ancora giocare all’aperto nei parchi.
    Però sai, nei posti pubblici potresti anche trovare i poveri o l’immigrato con i figli, magari pure musulmano… ecco la paura, il “degrado”, altro che i drogati degli anni ottanta.

  6. Emanuele (l'altro) dice:

    Va beh, se vogliamo fare polemica: negli anni ottanta nel giardino pubblico della mia città non c’era spaccio per un semplice motivo: c’erano sorveglianza e manutenzione continue e quindi era sempre frequentato. La mattina dai pensionati, il pomeriggio da famiglie e bambini. Negli anni novanta hanno tolto i giardinieri e sono passati agli appalti. Sorveglianza sparita e manutenzione sempre più stile foto Forlì. Il risultato è che è diventato un bivacchificio, e i primi a bivaccarci sono stati gli immigrati dell’est, quelli che trovi fuori dai bar anche alle 8 di mattina con la birra in mano. Nel tempo si sono aggiunte tutte le etnie arrivate. Oggi, per dire, lo spaccio è quasi esclusiva di un certo paese sub-sahariano. Sempre quello, non so perché.
    Ma se volete un esempio più famoso andate a Colle Oppio a Roma e poi ditemi se negli anni ottanta era peggio degli ultimi anni.
    Per quanto riguarda i bambini il discorso è che tra scuole orario ufficio e impossibilità di avere spazi li vedi sempre meno, ma quando si passa all’adolescenza il culto del bivacco alcolico ormai è dilagato anche tra gli indigeni.

  7. Massimo65 dice:

    Mi sembra un ritratto troppo impietoso. Per il verde pubblico c´è sempre il parco urbano, che è tenuto bene. Di ristoranti ne ho visti più di due nel solo centro cittadino. Forlì la conosco bene: ci passo parte delle mie vacanze italiane quando rientro dalla Germania. Quello che più colpisce (negativamente) è il gran numero di auto in circolazione a ogni ora del giorno e della notte.

  8. iper59 dice:

    mah .. da ragazzino ero un assiduo frequentatore dei giardini pubblici .. quelli cosi detti vecchi .. e ho visto nascere quelli nuovi .. devo dire che anche allora era luogo di bivacchi e di spaccio di ogni genere .. la mattina era bello pieno di ragazzi che marinavano la scuola .. in più era frequentato da individui alquanto bizzarri .. c’era anche il famigerato guardiano che rompeva le balle se giocavi a pallone o giravi in bicicletta .. sicuramente era più curato ma era comunque zona franca .. comunque il degrado non mi sembra appartenga esclusivamente a questa zona .. ma che comprenda anche infrastrutture di ogni genere .. per non parlare della viabilità o della manutenzione stradale urbana ed extra urbana .. sia a livello comunale .. provinciale .. regionale .. e nazionale .. per responsabilità della politica .. che soprattutto in italia .. ha perso nel tempo il suo potere decisionale vendendosi alla finanza e ora all’alta finanza .. il cittadino ha perso a sua volta potere di reazione a ciò che non gli sta bene .. perchè l’importante è che il proprio orticello sia sempre verde .. anche se attorno il deserto avanza .. regna il qualunquismo e la diffidenza .. le famiglie parcheggiano i loro figli davanti a monitor di qualsiasi dimensione .. senza minimamente illustrargli le mappe cognitive per una formazione che abbia un minimo di buon senso civile e sociale .. l’uomo ormai è divorato dalla tecnica .. quella stessa che ha messo in atto .. perdendo sempre di più il senso della misura .. e ora guarda perplesso e impotente la sua evoluzione costante ed inarrestabile .. e certi luoghi .. cristallizzati nel tempo .. ne sono una testimonianza

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