Ho scritto spesso in questi anni della variante italiana. Quella di un Paese di vecchi, pensato per i vecchi che però, in maniera un po’ strabica, ambisce dentro la propria protervia a rivolgersi a tutti (anche a quelli che vecchi ancora non sono).

Ho letto in questi giorni due o tre cose a ulteriore conferma di questa idea che ho da tempo e le aggiungo qui di seguito.

La prima l’ha scritta Piero Vereni, antropologo della Sapienza di Roma, in un torrenziale post sul suo blog a commento di un editoriale di Ernesto Galli della Loggia uscito sul Corriere della Sera di cui si è discusso molto.

In ogni caso Vereni non parla troppo di Galli della Loggia quanto del suo tentativo furbetto di intestare a Lévi-Strauss posizioni simili alle sue, disegnando così la parabola intellettuale dell’antropologo francese. La parte che mi ha colpito è questa:

 

Lèvi-Strauss è stato un autore così prolifico e così longevo (morto ultracentenario nel 2009) che ha fatto in tempo a incarnare in sé e nella sua scrittura le vette del pensiero occidentale prebellico e la crisi morale e cognitiva del pensiero occidentale postbellico e postcoloniale. Il vecchio Lévi-Strauss, quello ormai santificato nell’icona del professore dell’École pratique des hautes études che andava ogni mattina a prendere solitari appunti in biblioteca con il suo quaderno fitto di note sotto il braccio, non ha mai accettato la forza dirompente del giovane Lévi-Strauss (quello di Tristi tropici, della Forme elementari della parentela e della trilogia mito-logica, vere vette del pensiero occidentale e, direi, umano tout court) e si è poco alla volta rincantucciato in un conservatorismo imbarazzante, che gli veniva benevolmente concesso, almeno in Francia, per la grandiosità di quel che aveva pensato e scritto fino agli anni Settanta. Un po’ come è successo con altri personaggi pubblici, a Lévi-Strauss si dava parola (senza prestargli veramente ascolto) lasciandolo alla deriva del suo pensare sempre meno originale e sempre più imbarazzante.

 

La prima cosa che questa frase mi fa tornare alla mente è l’inevitabile citazione dell’immobilità della pietra nel saggio La vecchiaia di Natalia Ginzburg di cui ho scritto spesso e che temo continuerò a citare molto anche in futuro, la seconda è che qualcosa del genere mi pare sia accaduto anche ad altre figure cardine della cultura europea del secolo scorso. Gran parte del lavoro dell’età avanzata di sociologi come Bauman o intellettuali a tutto tondo come Umberto Eco è stato sottoposto, nel momento in cui andava confrontandosi con i temi della contemporaneità (e inevitabilmente con quelli della loro età anziana) ad una medesima severa analisi.

 

Si sta parlando evidentemente di lavoro intellettuale, quello più di tutti esposto agli insulti del tempo, come accade, in genere, a qualunque contributo culturale che abbia una quota significativa di “talento esposto” al giudizio altrui. L’immobilità della pietra, il saggio della Ginzburg, ma anche moltissime esperienze a noi circostanti, ci dicono che una simile capacità tenderà, negli anni, a spegnersi o a ridursi in grande misura.

Cosa rende l’Italia differente dalla Francia descritta da Vereni? Cosa determina la questione intellettuale italiana in tutta la sua inattaccabile drammaticità? È piuttosto semplice: il mancato ricambio, l’immobilità della pietra associata alla società intera. L’impossibilità di immaginare una forma di convivenza fra il vecchio pensiero fulgido che nel frattempo si è trasformato in barboso trombonismo conservatore e il nuovo pensiero fulgido di chi si applica ai medesimi tempi e alle medesime questioni sociali nel fiore della propria primavera intellettuale. Ecco, forse, la differenza principale fra il nostro Paese e gli altri. Se nessuna nuova onda sarà in grado di emergere il pensiero conservatore e reazionario diventerà la regola e la cifra intellettuale di quella Nazione.

Nessun Paese come il nostro mostra con così grande evidenza vecchi riformisti trasformati nel tempo in anziani conservatori circondati dal vuoto intorno.

Non dovrà meravigliarci troppo allora il razzismo naturale del 78enne Galli della Loggia, e nemmeno i commenti pubblici che hanno seguito la morte a 84 anni del giornalista Giampaolo Pansa, la cui storia professionale si presta forse ad essere inserita nella medesima traiettoria di cui dicevo poco fa. Ed è curioso che dentro il nihil nisi bonum che riserviamo volentieri ad ogni persona scomparsa vi sia stata, nel caso di Pansa, una vasta rimozione degli ultimi decenni, discutibilissimi, della carriera di giornalista e di divulgatore (qui Leonardo, forse con toni un po’ accesi, affronta la questione), dei danni enormi che le sue “equiparazioni” hanno creato nel sentire comune. Leonardo estende, secondo me molto opportunamente, la questione intellettuale italiana all’ambito giornalistico quando scrive:

 

Più in generale: perché in Italia i giornalisti invecchiano così male, e non smettono di scrivere mai? Al punto che i quotidiani nazionali sembrano diventati il bollettino di un gerontocomio: non li compriamo più per sapere che succede tra USA e Iran, anzi non li compriamo proprio; ma se lo facessimo sarebbe piuttosto per informarci sulla salute del tale giornalista, se è ancora spaventato per l’odore dei nigeriani che ha percepito da una panchina del parco, o se invece quell’altra prestigiosa firma ha ancora visto il Papa durante la pennichella.

 

Trovo che la differenza fra noi e gli altri sia tutta qui: nel collasso di ogni struttura culturale nel momento in cui da un lato i “vecchi” presidiano con i denti ogni spazio disponibile (spazi del resto sempre minori dato il prestigio calante che riserviamo al lavoro culturale) e dall’altro nessuna richiesta di nuove idee, nuovi pensieri e nuovi linguaggi sale dal basso per indicazioni e attenzioni che provengono dalla società.

La differenza fra noi e la Francia è che il pensiero intellettuale immobile e conservatore che produciamo da questa parte delle Alpi non ha alternative né possibili confronti. Le idee anziane e deprecabili del vecchio Lévi-Strauss o di Bauman o di Eco potranno essere tollerate e anzi sapranno perfino aggiungere valore ad una discussione sulla contemporaneità, a patto che la società sappia comprenderne anche altre, differenti, sul medesimo gradino. Esse rappresentano, in fondo, una parte rilevante della società, perfino dentro la propria incapacità di comprendere il mondo che cambia.

Ma nel momento in cui una simile dinamica di confronto e sostituzione scompare, dentro un Paese che si fa immobile di idee nuove, allora il pensiero conservatore dell’intellettuale anziano diventa una vera e propria iattura: un freno stabilmente tirato alla crescita culturale della società. Ed un aiuto, magari involontario ma inevitabile ad una società reazionaria.

Da quelle parti, più o meno, noi, in questo momento, stiamo.

 

 

5 commenti a “La questione generazionale (di nuovo)”

  1. Lele dice:

    Mantellini, mannaggia, di solito scrivi cose interessanti, ma perché non rileggi??
    Almeno la prima riga e l’ultima:

    Ho scritto spesso in questi anni della variante italiana. Quello di un Paese di vecchi
    QUELLO cosa??

    Da quelle parti, più o meno, noi, in questo momento, stiano.
    STIANO terza plurale del congiuntivo presente??

    Un pizzico meno di sciatteria, suvvia, per favore!

  2. massimo mantellini dice:

    @Lele hai perfettamente ragione. Chiedo scusa.
    Potrei provare a dire che inauguro una nuova forma di scrittura collaborativa ma non me la sento ;)

  3. Matteo dice:

    Molto si spiega con la demografia: un “combinato disposto” di calo delle nascite e prolungamento della speranza di vita (proprio per quella generazione del baby boom, quindi con un effetto amplificato).

  4. Giorgio dice:

    A proposito di questione generazionale, date un’occhiata a chi potrebbe essere il prossimo garante privacy.
    I candidati sono Ignazio La Russa (72 anni) e Raffaele Squitieri (78 anni).
    Nessuno dei due ha alcuna esperienza in materia privacy.
    Se dovessero essere eletti rimarranno in carica 7 anni.

  5. Erasmo dice:

    Non abbiamo tempo. Siamo troppo impegnati a convincerci che Prodi non sarebbe troppo vecchio a fine mandato PDR (2029).

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