Nel 1971 Henri Cartier-Bresson scatta una serie di foto al pittore Francis Bacon. Sul retro della stampa, conservata nello studio del pittore, il celebre fotografo scrive a penna una dedica affettuosa:

 

“À Francis, avec l’amieté e l’admiration d’Henry”

 

Bacon, come capitava con molte delle foto che utilizzava come ispirazione, riempie quella stampa di pieghe, per dare tridimensionalità all’immagine, forse immaginandone un utilizzo per un possibile autoritratto. Le foto per lui avevano quel principale significato.


Fonte: Stephanie Carminati


La storia della relazione fra Bacon e gli oggetti potrebbe iniziare e finire qui.


La pittura di Bacon senza la mediazione di oggetti e simulacri, senza le migliaia di istantanee scattate, le pellicole viste, i libri letti e sottolineati, gli atlanti medici, semplicemente non sarebbe esistita. Al pittore serviva un diaframma. Qualcosa che potesse essere distorto e trasfigurato: solo così poteva nascere l’opera d’arte. L’idea di avere di fronte un modello in carne e ossa era per lui inconcepibile. Bacon è un pittore che dipinge solo attraverso qualcosa d’altro.

Ho visto per la prima volta uno dei trittici più famosi del pittore irlandese moltissimi anni fa a Londra, quando la Tate Gallery era ancora una sola, a Pimlico. Ci andavo in metropolitana e quel nome così strano, Pimlico, non l’ho mai dimenticato. Il titolo di quel quadro (Bacon detestava mettere titoli ai quadri perché i titoli ne avrebbero determinato una qualche ineluttabile chiusura e così chiamava quasi tutto “Studio per…”) è
“Tre studi per figure alla base di una crocifissione”


Sono tornato molte volte negli anni a rivedere quel polittico sconvolgente: l’ultima volta che l’ho ammirato è stato pochi giorni fa. Non più a Pimlico, e nemmeno alla Tate Modern dove il quadro da anni risiede stabilmente, ma questa volta a Parigi, al Centre Pompidou dove era in corso una mostra molto particolare intitolata “Bacon en toutes lettres” che esplorava i legami fra i quadri di Bacon e i libri della sua biblioteca.

Altri oggetti, insomma, nel caso specifico i libri amati dal pittore (T.S Eliot, Shakespeare, Eschilo, Conrad) che nella mostra erano presentati nella versione cartacea originale posseduta da Bacon, dentro teche trasparenti a loro volta dentro stanze semibuie in cui una voce narrante recitava brani delle opere alle quali i quadri erano ispirati. La frase principale che sta dietro ai Tre studi, per esempio, è una frase di Eschilo in cui parla delle furie (che sono il soggetto principale ritratto nell’opera):

 

the reek of human blood smiles out at me

 

L’iconografia dei Tre studi per una crocifissione, che è forse l’opera più rappresentativa delle pittura europea del dopoguerra, è nota e molto citata. Così non vi tedierò con un bignamino di storia dell’arte contemporanea. Vale per questo quadro lo stesso discorso fatto all’inizio: Bacon dipinge una crocifissione dopo aver studiato Grünewald, essere rimasto frastornato dalle furie di Eschilo, così come da certi manuali di patologia del cavo orale, dalla scena di un film di Eisenstein noto perfino al ragionier Fantozzi e da una riproduzione di un crocifisso di Cimabue che — si dice — tenesse nel suo studio appeso al contrario. Gli oggetti, di nuovo, come unica mediazione e filtro interpretativo.

Il trittico fu dipinto nel 1944 e ha rappresentato, per chi lo ha osservato nei decenni successivi, il racconto esatto di un momento di passaggio: la fine della guerra mondiale e dei suoi orrori. Tutti o quasi i quadri dipinti da Bacon precedentemente a quello furono distrutti dall’autore. Poi, fortunatamente, un po’, anche se non del tutto, smise (di distruggerli, intendo).

Quando il 4 novembre 1966 l’alluvione di Firenze danneggiò molto gravemente il gigantesco crocifisso ligneo di Cimabue in Santa Croce, Bacon, che quell’opera aveva osservato per anni in una semplice riproduzione che conservava fra la polvere dei mille oggetti del suo incasinatissimo studio a South Kensinton, chiese che il denaro del Premio Rubens che aveva appena vinto fosse, direttamente e con discrezione, mandato a Firenze per contribuire al restauro dell’opera.




Per molti anni, in un processo di sciocca identificazione di cui non posso non vergognarmi, tutte le volte che sono stato a Roma con un po’ di tempo a disposizione sono andato alla Galleria Doria Panphilj, soprattutto per vedere da vicino l’Innocenzo X di Diego Velázquez. Non tanto per Velázquez, povero me, ma perché conoscevo la grande ossessione di Bacon per quel dipinto. A quei tempi avevo letto da qualche parte che Bacon (ma non ne sono sicuro), esattamente come stavo facendo io in quel momento, si fosse recato spesso in quello stesso stanzino, in fondo a quel medesimo corridoio, per ammirare quel quadro bellissimo. Così io, semplicemente, provavo a ripercorrere le tracce di un pittore che amavo moltissimo.


Fonte: wikipedia

 

Solo molti anni dopo ho scoperto (ma nemmeno di questa informazione sono del tutto sicuro) che in realtà la cinquantina di quadri sui “Papi” che Bacon ha dichiaramente dipinto nell’arco di vent’anni ispirandosi a quel singolo quadro di Velasquez, sono stati anch’essi il risultato della mediazione di una serie di oggetti. Foto, filmati e riproduzioni dell’opera di Velasquez, opera che Bacon si sarebbe sempre rifiutato di vedere dal vivo. Io sono andato una dozzina di volte ma Bacon a Doria Panphili pare non ci sia mai stato. Non era necessario.

 




 

Ancora una volta il diaframma indispensabile di un oggetto. il quadro che hai forse ammirato più di tutti nella tua vita, così come i volti dei tuoi amici ai quali dedicherai un ritratto, sono lì a tua disposizione. Tu però non sarai in grado di vederli e ritrarli, se non attraverso il filtro di una foto o di un filmato, di un libro o di un qualsiasi altro oggetto.




Per questa ragione la mostra di Parigi è una mostra importante. Non tanto per i quadri esposti, quanto per il racconto di un legame indissolubile fra il pittore e le cose. Un legame che nel caso di Bacon è di una potenza assoluta. Una potenza, tra l’altro, obbligatoria.

 

Alla morte di Bacon, avvenuta improvvisamente a Madrid nel 1992, la sua biblioteca, composta di circa un migliaio di volumi, fu donata al Trinity College di Dublino. Nel 2012 il dipartimento di Storia dell’Arte e di Architettura di quella Università iniziò un progetto di ricerca su quei libri. L’idea, bellissima, era di esplorare quegli oggetti alla ricerca di segni ed annotazioni dell’artista. Quei segni e quelle annotazioni erano per Bacon come per nessun altro le principali anche se non uniche fonti di ispirazione.




Dobbiamo al lavoro di questi studiosi la pubblicazione della lista di quei libri. Scorrerla è un po’ come entrare nello studio di Bacon, scoprire il suo interesse per i libri di cucina e per mille altre autori e temi che — a parte i libri di cucina — piacevano a lui esattamente come a noi.
La mostra parigina, per stessa ammissione del suo curatore Didier Ottinger, nasce da lì.

Il Beaubourg in questo periodo è un cantiere. E Parigi poco prima di Natale e con la metro in sciopero da settimane è un vero casino. Mentre usciamo dalla mostra Alessandra mi fa notare che sono stato molto zitto e che invece dei quadri ho fotografato quasi solo i libri di Bacon appesi alle pareti.



È che mi sarebbe piaciuto sfogliarli, quei libri (il progetto di ricerca del Trinity College prevedeva che le annotazioni di Bacon ai suoi libri fossero digitalizzate e rese pubbliche, chissà che fine ha fatto). Soprattutto non mi aspettavo una mostra del genere.

Il fatto è anche che negli ultimi due anni ho scritto un libro sugli oggetti, sul loro ruolo, sulla loro morte e sulla loro rinascita. Soprattutto su come gli oggetti che ci stanno accanto influenzano le nostre scelte. Uscirà fra qualche mese, con il mio solito paziente editore. Ed oggi quel libro, che per me è ormai chiuso ed archiviato, lo ritrovo tutto qui, dentro sei stanze di una mostra di quadri di uno dei pittori che ho amato maggiormente in tutta la mia vita. Sono brutti scherzi che fa il caso.

Brutti bellissimi scherzi.

 

5 commenti a “Francis Bacon e gli oggetti”

  1. Cristiano Locatelli Ravarino dice:

    Conobbi il buon Francis nel 1977 alla festa d addio di Balthus s Villa Medici a Roma e anche (tipico del suo carattere )se lui negava di averlo visto la prima cosa che facemmo fu andare a vedere la Innocenzo X del Velasquez cosa di cui il principe Jonathan Doria Pamphili quando ne abbiamo parlato era consapevole .I Flash Art dei primi anni ottanta trovati nel suo Studio ( in realtà ne aveva più d uno ) glieli regalai io così come il libro su di lui di Gribaudo della Fabbri editore che però non è stato trovato , penso se ne sia liberato perché detestava il saggio critico della Trucchi..Leggerò con interesse il suo libro. CLR

  2. massimo mantellini dice:

    Grazie mille del commento Cristiano, molto interessante

  3. Andrea dice:

    forse l’opera più rappresentativa delle pittura europea del dopoguerra…. Magari non hai pensato a Kiefer, a Richter, e neppure a Hamilton, ma sei perdonato: non è il tuo mestiere.
    Bacon è un grande, uno dei più grandi, ma non apparteneva al suo tempo. Forse appartiene di più all’oggi, perché stiamo ritornando a una pittura della realtà dopo le colossali provocazioni del dopoguerra, tra Pop Art, Minimalismi e scatolette varie.

  4. massimo mantellini dice:

    @Andrea magari ci ho pensato, magari no.

  5. Annesin dice:

    Grazie, bellissimo discorso sulle arti “incrociate” mi fa venire in mente un altro artista, un certo Listz…invece di una mostra, le passo questo spunto: https://www.youtube.com/watch?v=dWoMSxaLQ6g&feature=youtu.be&fbclid=IwAR0z-uDx7Tez5yGabpotZESwcWJUAS7xsQeGD-wV-verRydQ-ASMK5w30IQ
    Enjoy!

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