Le cronache politiche degli ultimi anni sono piene di prove inconfutabili. Mai abbiamo avuto una classe politica di un così misero livello intellettuale. Gli storici del futuro collegheranno la nascita di una simile evidenza agli schemi di rappresentanza ideati dal Movimento Cinque Stelle verso la fine del primo decennio del secolo, la cui principale novità strategica fu quella di aver intenzionalmente portato in Parlamento gente scelta più o meno a caso. I cittadini al posto degli onorevoli, come recitavano alcuni vademecum del Movimento ai suoi inizi.

Inutile fare esempi concreti, i nomi e i cognomi li abbiamo ripetuti tutti mille volte, ironizzando e dandoci di gomito, prendendo in giro questa inedita nuova classe politica del tutto impermeabile ai tratti marchiani della propria mediocrità, esposta senza imbarazzi apparenti sulla pubblica piazza.

Un simile livellamento verso i piani bassi dell’intelligenza politica sembra poco discutibile e tuttavia non mi pare abbia riguardato solo i grillini e il loro metodo per acclamazione familiare (qualche decina di amici e parenti trasformati in superelettori sul web da un sistema di selezione che lo consentiva) ma la classe politica in genere, compresa quella ancora selezionata con i vecchi criteri dell’emersione partitica. La prevalenza del cretino, insomma.

In un giudizio del genere sarà così possibile riconoscere immediatamente anche un (mio) tratto senile: confrontare le miserie che riconosciamo nel presente con i tempi d’oro – supposti o magnificati dalle distorsioni del ricordo – della propria età migliore.

Preso atto che i cretini odierni sembrano davvero dei supercretini, almeno se paragonati ai cretini precedenti, ciò che davvero mi pare sottostimato, nell’attuale analisi della prevalenza del cretino in politica, è la variabile mediatica.

Poiché la politica basata sulle scelte e sulle mediazioni si è andata annichilendo dentro i nuovi formati della comunicazione, il risultato che i primi due decenni del secolo (abbiate pazienza provo un’allergia assoluta per la parola “ventennio”) hanno determinato nell’offerta politica è stata duplice: da un lato hanno imposto la prevalenza dei comunicatori puri, dall’altro hanno accelerato la debolezza intellettuale e lo stigma sociale di ciascun politico in relazione alla sua continua e ripetuta esposizione mediatica.

Fare politica è diventato ancora una volta difficilissimo, ma in una maniera differente rispetto a quella precedente. Mentre un tempo servivano pazienza, abilità dialettica, sangue freddo, cinismo, determinazione e pelo sullo stomaco (oltre alle varie ed eventuali di buoni sentimenti e autentica passione civile) e tutto si tesseva in trame celate agli occhi dei più in luoghi sostanzialmente protetti, oggi gran parte dell’azione politica è comunicazione esposta in piena luce.
Così il problema non è tanto il fuoco d’artificio dei commenti che si scatena ogni volta quando si avvicina un microfono acceso alle corde vocali di un grillino che straparla di vaccini, di un leghista a Bruxelles con la scarpa in mano o di un tizio di Fratelli d’Italia che salta in piedi sui banchi di Montecitorio come fosse un primate, quanto la sorte che tocca a tutti i politici di vertice: l’immensa difficoltà nel districarsi, alle prese come sono con il fuoco di fila della comunicazione accesa ventiquattro ore al giorno, specie dentro gli ambienti digitali. Un problema che si acuisce mano a mano che la notorietà del politico, auspicabilmente per lui, si innalza.

Chiunque di noi fosse messo in condizioni di doversi esprimere, abbastanza a lungo, su temi disparati e complessi e con toni inevitabilmente accesi, di fronte ad una platea eternamente attenta e con il ditino alzato, si candiderebbe in fretta, alcuni più rapidamente altri meno, all’ambito scettro di cretino dell’anno. Esponi abbastanza chiunque su un social network, costringerlo a parlare di tutto e questa sua trasformazione prenderà forma e consistenza.

A questo punto si tratterà solo di intenderci, chiedendosi se una simile opera di disvelamento sia un valore imposto dagli ambienti digitali alla politica o, al contrario, vada considerata una iattura dalla quale la politica dovrebbe allontanarsi in fretta. O se non sia invece un segno dei tempi, tempi nei quali la cretineria dei nostri rappresentanti scatenerà un lazzo improvviso, per essere immediatamente dimenticata appena il medesimo personaggio capiterà nei nostri pressi per un amichevole selfie preelettorale.

Una delle caratteristiche più perfide e pericolose della sovraesposizione digitale è esattamente questa. Al nostro cretino di riferimento saremo disposti a perdonare quasi tutto. Subito e senza alcun pentimento. In quando nostro simile, certo, ma anche e soprattutto in quanto depositario di un’identità digitale semplice e riconoscibile. Dovremo considerare l’ipotesi che la cretineria digitale, in politica come altrove, possa essere considerata allo stesso tempo una forma di corrosione intellettuale così come il simbolo della nuova sapienza dei nostri giorni. E che la ghigliottina alla quale siamo sottoposti non sia tanto quella delle cose che diciamo, quanto la rapidità con cui essere saranno sostituite e dimenticate, nel rapido flusso dell’eterno accadere.


5 commenti a “La prevalenza del politico cretino”

  1. Emanuele (l'altro) dice:

    No Mantellini. Gli storici del futuro, molto remoto perché qui la guerra è finita da 75 anni ma ancora dobbiamo sorbirci storici ideologizzati e partigiani post 1945, indicheranno in tangentopoli la fine della classe politica italiana. Non c’è stato un politico di alto livello cresciuto dopo il 1992. Mi sentirei di fare una parziale eccezione per Renzi, nel senso che, pur con tutti i suoi limiti caratteriali, un certo piglio da prima Repubblica lo aveva. Ma parziale, appunto. Di statisti poi, neanche a parlarne.
    Tangentopoli ha decapitato, con il gentile supporto delle masse incazzate(1), la vecchia partitocrazia. Chi è sopravvissuto si è adeguato al vento che tirava. Berlusconi non sarebbe mai sceso in politica senza tantentopoli, eppure è bastato lui, che politico non era e non aveva le capacità di un politico, a mettere in crisi la sinistra italiana, che da tangentopoli era uscita vincitrice.
    L’unica costante è, appunto, “il vento che tirava”, quello che è stato messo da parte definitivamente è l’interesse nazionale perché così voleva chi eterodirigeva.

    (1) e non c’erano internet e i social. Non voglio neanche pensare che sarebbe stato Twitter nel 1992 in Italia.
    (1 bis) a dimostrazione che i media tradizionali, e nel 1992 in particolare i media della parte vincente, aizzavano come e più dei social.

  2. Massimo dice:

    L’unico politico della cosiddetta’seconda repubblica’ è stato Bossi, come dice Massimo Fini.

    Buona sconfitta il 26 gennaio.

  3. Emanuele (l'altro) dice:

    Bossi è arrivato dalla prima repubblica, dopo il 1992 c’è stato il vuoto e l’unico partito(*) che ne era uscito indenne ha dimostrato di non valere la metà della peggiore democrazia cristiana.

    (*) in realtà ci sono stati anche i radicali che però non sono un partito nel senso stretto del termine, sono più paragonabili a una ong.

  4. Amerigo dice:

    Certo che tra prima e terza Repubblica, di ladri sotto ai ponti ne sono passati. Saranno stati anche più furbi, o preparati quelli della Prima Repubblica. Ma hanno creato un danno a questo Paese che scontiamo ancora oggi.

  5. Emanuele (l'altro) dice:

    Lo scontiamo perché gli “onesti” successori si sono dimostrati incapaci. Considera che dopo 28 anni continuano a vedere il mondo in bianco (loro) e nero (tutto il resto).

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