Verso la fine di agosto del 2007 muore all’ospedale di Vigevano, la sua città natale, Vito Pallavicini.
Pallavicini è l’uomo ombra per eccellenza. L’uomo che scrive. Un signore che, nascosto da qualche parte, si applica al mestiere più bello del mondo. Lo fa benissimo e in silenzio.

Una delle frasi più note di Pallavicini fu resa famosa da Marcello Marchesi ed è una piccola battuta:


“Vissero infelici perché costava di meno”


Mi sono ricordato di questo aneddoto (di cui parla Camurri in Provincia Capitale) perché oggi mi è capitato sotto gli occhi un vecchio pezzo che Giulia Cavaliere ha dedicato a Franco Battiato su Minima&Moralia. E insomma Giulia è molto colta e appassionata ed è solo colpa sua se certi collegamenti mi sono venuti in mente ora. Poi ognuno di noi ha i propri, e non mi sembrava male mettere simili connessioni una accanto alle altre. Cavaliere tesse la sua tela di ricordi: leggendola a me è venuta voglia di scrivere di Battiato. Così, improvvisamente, mentre avevo altro da fare. Non ho saputo resistere ed eccomi qua.

Uno dei miei ricordi fondativi – diciamo così, sempre che si dica così – su Battiato, sapete quei piccoli punti di svolta della vita di ognuno di cui ci si rende conto immediatamente o molto dopo, fu una serata al Teatro Astra di Forlì nel 1978. Giorgio Gaber presentava “Polli di allevamento”. Lo spettacolo iniziava nel buio assoluto della sala così (i primi 40 secondi):









Gli arrangiamenti di Polli di allevamento erano curati da Franco Battiato e Giusto Pio. Battiato allora aveva 33 anni e una storia di musicista sperimentale. Il primo disco di grande successo di Battiato uscì due anni dopo, nel 1980. Iniziava così (i primi 40 secondi):








Vito Pallavicini non scriveva solo battute o articoli per L’informatore di Vigevano (giornale locale che componeva da solo). Scriveva anche testi di musica leggera. Musica talvolta nemmeno leggerissima. Questo per esempio:

Cerco l’estate tutto l’anno
e all’improvviso eccola qua.
Lei è partita per le spiagge
e sono solo quassù in città,
sento fischiare sopra i tetti
un aeroplano che se ne va.

Azzurro,
il pomeriggio è troppo azzurro
e lungo per me.
Mi accorgo
di non avere più risorse,
senza di te,
e allora
io quasi quasi prendo il treno
e vengo, vengo da te,
ma il treno dei desideri
nei miei pensieri all’incontrario va.

Sembra quand’ero all’oratorio,
con tanto sole, tanti anni fa.
Quelle domeniche da solo
in un cortile, a passeggiar…
ora mi annoio più di allora,
neanche un prete per chiacchierar…

Azzurro,
il pomeriggio è troppo azzurro
e lungo per me.
Mi accorgo
di non avere più risorse,
senza di te,
e allora
io quasi quasi prendo il treno
e vengo, vengo da te,
ma il treno dei desideri
nei miei pensieri all’incontrario va.
Cerco un po’ d’Africa in giardino,
tra l’oleandro e il baobab,
come facevo da bambino,
ma qui c’è gente, non si può più,
stanno innaffiando le tue rose,
non c’è il leone, chissà dov’è…
Azzurro,
il pomeriggio è troppo azzurro
e lungo per me.
Mi accorgo
di non avere più risorse,
senza di te,
e allora
io quasi quasi prendo il treno
e vengo, vengo da te,
ma il treno dei desideri
nei miei pensieri all’incontrario va



Qualche sera fa Paolo Conte – in splendida forma – era in una trattoria nell’astigiano con alcuni amici jazzisti. Da Asti a Vigevano ci sono un centinaio di chilometri.

Battiato, dicevo.
Quando avevo vent’anni facevo (fra le altre cose) quello che ci capiva di musica. Ero un po’ come molti miei amici: ognuno di noi pensava di capirne più di tutti gli altri. In realtà avevamo solo gusti differenti e non ci andava di ammetterlo. Sta di fatto che il mio amico Sandro, che era gentile e pacato come ora, provò a farmi notare quanto fossero belli bellissimi questi due o tre dischi di questo signor Battiato a me sconosciuto. Avevano nomi strani quegli elleppi, copertine stranissime, canzoni arrangiate in maniera del tutto inconsueta e con melodie di una immediatezza disarmante ma lo stesso non banale. Non lo considerai troppo. Così la prima canzone che ho amato veramente di Franco Battiato, quasi avessi bisogno di scoprirla da solo senza il suggerimento di nessuno, fu “La stagione dell’amore”.









Un amore incondizionato e fortissimo che dura tutt’ora. La musica è così: oggi, dopo così tanti anni, quando parte quella batteria elettronica dentro di me succede qualcosa di piccolo e personale. Quello scatto interiore è la ragione per cui amiamo i nostri idoli musicali.

Come capita a tutti i grandissimi talenti, ai tempi di Orizzonti Perduti, nel 1983, il momento magico di Battiato stava già terminando. Era durato forse cinque anni. Un fuoco d’artificio comunque lunghissimo. Ci sarebbero state in seguito altre splendide canzoni, Battiato avrebbe raggiunto una grande meritata notorietà ma la perfetta sincronia fra intuizione e risultato artistico si sarebbe lentamente sopita. Nella musica leggera accade quasi sempre: dopo una fulminea perturbazione il talento lascia il posto all’artigianato.

E se all’artigianato discografico della peggior specie appartiene l’ultima operazione di riciclaggio di vecchio materiale di Battiato in onda in questi giorni sui media, la storia della sua malattia merita invece grande rispetto. Perché quei cinque anni di assoluta sintonia fra Battiato e il suo futuro pubblico, tutto il periodo successivo di onesta presenza discografica, le migliaia di connessioni sentimentali che i suoi dischi nei decenni hanno creato e mantenuto salde, sono la ragione stessa del rimpianto e del ricordo. Che assume un differente significato nel momento in cui l’artista è vivo ma diventa inavvicinabile. Foss’anche solo per ripetere le solite citazioni orientali o russe, i dervisci rotanti o i concerti seduto a gambe incrociate sul tappetino arabeggiante ai quali Battiato aveva abituato il suo pubblico. Un pubblico che, come era evidente, da un certo momento in avanti lo avrebbe seguito ovunque, anche dentro piccole o grandi cialtronerie.

Essere vivi senza esserlo è una condanna riservata ad un circolo ristretto di grandi talenti. Penso a Daniele Del Giudice, grande scrittore che ho amato moltissimo, anch’egli ingabbiato da qualche parte a Venezia dentro l’oscurità senza scampo di una malattie neurologica. Una condizione che non piove dal cielo, che riguarda tutti ed è nell’esperienza di tutti, ma suona incredibile e doppiamente ingiusta se il cervello che spegne racchiudeva un grande talento. Anche se si tratta di un grande talento di tanti anni fa. Un doppio peccato comunque.

Nel 2001 esce “La stanza del figlio” di Nanni Moretti. In una delle scene centrali del film Moretti, Laura Morante, Jasmine Trinca e Giuseppe Sanfelice sono in auto e cantano, stonando, una vecchia canzone di Caterina Caselli intitolata “Insieme a te non ci sto più”







Nell’anno successivo, in uno dei tanti perdibilissimi dischi del suo periodo maturo, Battiato riprende quella canzone riarrangiandola da par suo. È un brano riuscitissimo, una di quelle scintille tardive di un grande talento non ancora del tutto sopito.









Si tratta del resto di un piccolo capolavoro della musica leggera italiana che nella voce e negli arrangiamenti di Battiato fluisce come meglio non si potrebbe.

La musica di quel vecchio brano sanremese è stata scritta da Paolo Conte. Le parole, le splendide parole leggerissime e poetiche di quel testo che Battiato interpreta con la sua inconfondibile voce nasale le ha invece scritte – così tanti anni prima – Vito Pallavicini.




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3 commenti a “A cosa serve Internet: Da Pallavicini a Battiato”

  1. Alessandro dice:

    Battiato lo incrociai qualche anno prima, quand’era ancora “sperimentale”. Venne a suonare nella nostra piccola città siciliana, per il “Circolo Ottobre” (Lotta Continua). No ricordo se prima o dopo il concerto, bello, il responsabile del circolo lo avvicinò: “scusa Franco vuoi sottoscrivere…” – porgendo il blocco delle ricevute.
    Firmò il foglietto e se andò. Ci restammo male.

  2. minimamoralia dice:

    sebbene quei 5 anni dal 1978 al 1982 furono anni di irripetibile ispirazione, è un po’ ingeneroso affermare che già nel 1983 viveva una china discendente. Battiato si mise alle spalle quell’incredibile successo di pubblico che non aveva nè cercato nè ipotizzato, e continuò per una strada che ancora doveva portarlo a realizzare album straordinari come Mondi Lontanissimi, Fisiognomica, Caffè della Paix, l’Imboscata. E anche negli anni 2000, quando ormai l’ispirazione se n’era andata, trovava il modo di stupire, anche solo arrangiando e cantando cover per nulla perdibilissime.

  3. Andrea Palloni dice:

    L’ombrello e la macchina da cucire, primo album con i testi di Sgalambro, è a dir poco perfetto. La parabola musicale di Battiato è stata lunghissima, certo non sempre con pietre miliari, ma certo sempre di livello. E comunque, anche se stesse bene, a 75 anni possiamo concedergli un po’ di riposo, se lo merita

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