Lorenza Boninu su FB:

Il giudizio degli insegnanti sta velocemente diventando inutile. E non solo perché ci sono genitori che lo mettono in dubbio, polemizzano, fanno ricorso etc. Non è quello. La delegittimazione è strutturale. E coinvolge, fatalmente, le discipline che insegniamo. Vi avverto, post lungo e tecnico. Ma forse può essere interessante anche per i non addetti ai lavori. La gente pensa che la scuola sia sempre quella di trent’anni fa. Bene, vi do una notizia, e ne sono certa, visto che insegno da trentasei anni: non è così, la scuola è proprio un’altra cosa.

Punto primo: il proliferare di progetti e progettini che provengono dall’esterno e ai quali siamo sempre pronti ad aderire con entusiasmo e buona volontà, progetti tutti ben intenzionati, interessanti e coinvolgenti, per carità, ma in generale estemporanei e poco connessi fra loro e con il resto, toglie tempo, e tempo prezioso, alla trattazione organica e sistematica delle discipline, dotate di una loro epistemologia, di un metodo e di una complessità culturale che non si esauriscono in quattro nozioncine in fila, e nemmeno nel fantastico e controverso concetto di “competenza”. Un tempo riuscivo a insegnare letteratura in modo sufficientemente articolato e critico, oggi sono costretta fatalmente a restare in superficie, perché mi manca il tempo, e soprattutto manca agli alunni, distratti e disorientati da millemila stimoli in contraddizione.

Punto secondo. Ogni mattina io osservo i ragazzi delle mie classi: il loro comportamento, la loro costanza, le eventuali problematiche, le ansie, le difficoltà e i progressi. Su questa base, nonché in relazione alla mia esperienza e alle mie abilità didattiche, alla fine propongo il voto di condotta. Così i miei colleghi. Ma oggi, nella valutazione della condotta, dobbiamo anche fattivamente considerare il giudizio dei “tutor aziendali” dell’ex alternanza scuola-lavoro, ora PCTO (Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento), figure che non possiedono competenze didattiche e che vedono i ragazzi in situazioni limitate nel tempo, situazioni le cui regole spesso non sono chiare. Valutano usando griglie precompilate, ma non ragionano sulle implicazioni. Per inciso, “fattivamente” vuol dire che il loro giudizio “fa media” con il nostro. Insomma appaltiamo all’esterno un bel pezzo dei nostri compiti originali: la valutazione. Giusto, sbagliato? Non lo so. Fatto sta che si tratta di sicuro di un’operazione di drastico ridimensionamento del nostro ruolo.

Punto terzo. La libertà di insegnamento non esiste più. Siamo soffocati da griglie, prescrizioni, obblighi. La didattica per competenze è imposta come vera e propria pedagogia di stato. Qualcuno resiste, ma spingendosi pericolosamente ai limiti di quello che ci è consentito. La questione è che siamo obbligati a certificare tutto quello che facciamo, e a certificarlo secondo schemi imposti dall’alto. È doveroso motivare i propri giudizi e valutazioni. Ma se dobbiamo farlo in rapporto a metodi che non ci appartengono e a criteri che non sono i nostri e che magari non condividiamo (esattamente il mio caso), come dobbiamo fare? Come ci orientiamo? Cosa rimane della nostra autonomia? Della nostra indipendenza intellettuale?

Punto quarto. Il punto terzo è precisamente dimostrato dall’imposizione delle prove INVALSI come criterio di ammissione agli Esami di Stato. Per quest’anno l’obbligo è saltato, ma quel che accadrà l’anno prossimo non è chiaro. In ogni caso la strada sembrerebbe tracciata: le prove INVALSI saranno di fatto obbligatorie. Sono una modalità di valutazione del nostro lavoro e dei risultati raggiunti dai ragazzi che proviene dall’esterno e che di fatto obbedisce a presupposti ideologici nascosti dietro una falsa pretesa di neutralità scientifica: la famosa “pedagogia di stato” di cui ragionavo prima. Opporsi non è possibile: sei obbligato a partecipare.

Avrei altro da aggiungere, ma mi pare già abbastanza.
Chiudo con una considerazione: ho iniziato questa professione perché volevo insegnare italiano e latino, convinta del valore formativo e culturale di queste materie. Dando per scontato che i metodi cambiano e cambiano le situazioni, e che di studiare non si smette mai, io vorrei ancora insegnare Letteratura Italiana e Letteratura Latina: e non i loro bignami (vi ricordate i bignami?), perché il tempo scuola è soffocato da altro:

Altrimenti cambio mestiere.


13 commenti a “Essere insegnanti oggi”

  1. Emanuele (l'altro) dice:

    Mai una volta che si facciano nomi e cognomi.
    Chi ha ridotto la scuola italiana così?
    Chi ha proposto e approvato le riforme?
    Quali governi si facevano belli davanti le telecamere dicendo che sarebbe stata introdotta l’educazione a questo e l’educazione a quello, mentre sparivano materie sacrosante come l’educazione civica e la storia?
    Chi ha deciso che in nome della scuola di massa andavano abbassate le pretese perché bisognava adeguarsi all’anello più debole invece che continuare con le difficoltà e gli esami che c’erano prima, e che venivano apostrofati come andazzo fascista delle scuole per ricchi e per poveri?
    ecc. ecc.
    Cominciate a rispondere a queste domande.

  2. Lo Scorfano dice:

    Tutti i governi, nessuno escluso, da 25 anni in qua. Con la grandissima parte degli elettori che, soddisfatta, annuiva.

  3. unAlberto dice:

    Esatto, sottolineando, anzi caricando su tutti gli elettori, cioè anch’io anche voi ed anche loro (ora ci sono anche i nomi!).
    Ad esempio, cosa si è fatto a proposito delle intromissioni ad cattium, e nello specifico sull’episodio che si è presentato di recente per una questione di mancato controllo dei contenuti in tema di “ricerche scolastiche”
    Infine per alleggerire un pochetto la polemica, c’è un fatto, diciamo di costume, visto che si è tirato in ballo anche il giudizio in condotta, tra gli incentivi sembra che dal paniere escano le carote a favore di un prodotto più fresco e gggiovane, il chupa chups.

  4. Signor Smith dice:

    Chiedo, (davvero) senza alcun intento polemico, come si fa a “valutare” la qualità di un insegnate, se non attraverso dei test, delle prove oggettive e comuni ad altri studenti? INVALSI no? Benissimo, ma allora… come?

  5. andrea dolci dice:

    A me pare che proprio l’opposizione ai test INVALSI sia proprio l’apoteosi di una visione ideologica. Siamo l’unico paese civile che non si pone il problema della qualità della classe insegnante con l’aggravante che arriviamo da decenni di regolarizzazioni a pioggia di gente che non ha mai dovuto passare una seria selezione. La politica ha sí una grande colpa ed è quella di non aver mai smesso di guardare alla Scuola come un immenso bacino elettorale dimenticandosi che il bene da preservare dovrebbero essere gli studenti e non solo chi nella Scuola ci lavora.
    Rifiutare i test normalizzati, strumento fondamentale per cercare di individuare i problemi e cercare soluzioni, è solo una becera difesa corporativa di chi si reputa al di sopra di tutto e di tutti.
    Persino una persona seria e competente come Berlinguer è stato fatto fuori perché ha osato sfiorare l’intoccabilità della casta insegnante. La Politica ha tante colpe ma la distruzione progressiva della Scuola ha come primo motore il sindacalismo corporativo.
    Se i nostri adolescenti sono nelle posizioni arretrate nei test internazionali non è solo colpa dei Governi e delle TV di Berlusconi.

  6. umberto dice:

    Chiunque abbia avuto a che fare con i potenti sindacati scuola sa bene dove risiedono le responsabilità primarie.

  7. Massimiliano Panichi dice:

    E’ veramente incomprensibile l’opposizione ad un sistema di valutazione, necessario per misurare la qualità di un componente fondamentale per la crescita di quelli che saranno i cittadini del futuro. Le preoccupazioni sulla delegittimazione sono comprensibili ma non possono essere lo spunto per contrastare un sistema di test che deve forzatamente provenire dall’esterno. Sarebbe veramente non logico un sistema di valutazione interno. Che senso avrebbe. Potrà non essere perfetto ma l’opposizione che in questi anni è stata fatta dal corpo insegnante (e che come genitore ho subito) non ha fatto altro che rallentare un processo necessario. Ho sempre assecondato i giudizi degli insegnanti e mai ho preso le parti dei miei figli; ho sempre riconosciuto la fondatezza dei giudizi anche in casi limite. Ma questo non vuol dire che la qualità del corpo docente e di un istituto non debba essere valutata. Mi spiace ma pensarla diversamente significa non fare un passo avanti.

  8. Emanuele (l'altro) dice:

    @Massimiliano Panichi, sono distante da troppo tempo dal mondo scolastico per conoscere nel dettaglio come vengono valutati i test invalsi ma da figlio e nipote di insegnanti di scuola elementare e media ho percepito molto bene i problemi che ci sono nelle diverse scuole. Mia madre in particolare ha insegnato in scuole in zone assolutamente disagiate e in altre “normali”, la differenza di risultati finali era condizionata in maniera evidente dall’ambiente in cui gli alunni nascevano e vivevano. Sai se i test di valutazione tengono conto di questo?

  9. Davide dice:

    Non vedo nulla di male nel terzo e quarto punto. Anzi.

    E chi dovrebbe controllare?
    Come garantire che a Trento e Reggio Calabria si insegnino le stesse cose?

    E poi questa idea di fondo che siamo tutti speciali, che nessuno dall’esterno possa mettere bocca in quello che facciamo nel nostro microcosmo.

    Mi spiace non funziona così il mondo fuori dalla scuola.

  10. paolo dice:

    @Massimiliano Panichi @andrea dolci GRAZIE.
    mi conforta sapere di non essere l’unico a pensarla così.
    Sono figlio di insegnanti. mia moglie è insegnante, e ho tre figli in età scolare. Confermo tutto.

    Attualmente la variabile che condiziona l’istruzione che avranno i nostri figli è il caso.
    Non importa dove ti trovi. se in città o in campagna, se in centro o in periferia. il fatto di avere una bravo insegnante è solo una questione di fortuna.
    La scuola di certo non ti garantisce un livello minimo

    ti può capitare di tutto, anche un ex fruttivendolo che per far fronte ad un periodo di crisi dopo 25 anni tira fuori dal cassetto un diploma magistrale mai utilizzato e prova a darsi all’insegnamento. e vista la carenza di personale (per lo più dovuta a gente che sta in aspettativa per avvicinarsi a casa dopo aver accettato il lavoro) ci riesce pure. puoi immaginare i disastri che provocano persone così.
    ma questo è solo uno dei mille aneddoti che ti può raccontare chi ha a che fare con la scuola.

  11. Erasmo dice:

    Il caso? Non direi. I “figli di” fanno scuole diverse.

  12. paolo dice:

    @Erasmo
    ma chi se ne frega dei “figli di”. quella non è una soluzione per nessuno. manco per loro aggiungo
    noi abbiamo bisogno di una scuola che funzioni per tutti. e mica ci dobbiamo rinunciare per i “figli di”

  13. Emanuele (l'altro) dice:

    I devastatori della scuola pubblica italiana a loro tempo hanno studiato nella scuola pubblica italiana. Dopo averla conciata per le feste ovviamente hanno mandato i loro figli in altre scuole.
    Quindi la domanda è: perché l’hanno devastata?

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