Questo articolo tratta il seguente argomento: perché la politica digitale è diventata pericolosa e dovremmo iniziare a considerarla meno.

Punto primo. La deriva totalizzante della comunicazione politica in rete è davanti ai nostri oggi ed è inevitabile. Si tratta di una strategia che è andata raffinandosi nel tempo ed ora mostra alcune caratteristiche molto chiare. Il tratto più importante è che ha cancellato ogni separazione di contenuto. Il feed del politico alterna in continuazione temi e toni differenti, tipicamente contenuti governativi, politici, elettorali, sentimentali, di cronaca. Il feed del politico di vertice è diventato una sorta di aggregatore sottoscrivendo il quale chiunque interessato a quella narrazione potrà attingere trovando, con buona approssimazione, le cose che lo interessano sulla politica ma spesso anche sul resto.

Punto secondo. La caduta delle barriere formali fra le varie forme di comunicazione ha ridotto le responsabilità politiche oggettive. Pur abitando noi in un Paese nel quale simili caratteristiche non sono mai state tenute in gran conto dagli elettori, comunicare la politica con una foto o uno slogan, ridicolizzare l’avversario invece che rispondere ai temi in discussione è estremamente comodo per chiunque. Una simile tendenza, storicamente fortificata in Italia dalla grande polarizzazione della stampa (da noi oggi non esiste di fatto nessun quotidiano che non sia chiaramente schierato, inoltre i politici hanno ottenuto da anni di comiziare in TV scegliendosi gli interlocutori pena la loro non partecipazione) e dall’abitudine, tanto che perfino il Presidente del Consiglio, l’emettitore per eccellenza, ha di fatto abolito le domande durante le conferenze stampa a Palazzo Chigi. In pratica la comunicazione politica ha spostato il proprio baricentro verso il politico mentre la controparte (giornali, siti web, TV, cittadini) andava polverizzandosi nel proprio ruolo ormai esclusivamente ancillare. Ovviamente un simile contesto favorirà fortemente chi controlla i media: non è un caso che l’occupazione dei TG (della Rai ma non solo) da parte dei partiti non è mai stata tanto netta.

Punto terzo. La comunicazione politica sui social ha peggiorato la qualità delle informazioni disponibili ai cittadini. Non tanto in relazione alla disintermediazione, ai numeri del consenso e attenzione che sarà possibile raggiungere da quelle parti (numeri difficili da raccogliere e certamente molto esagerati), ma perché la bassa risoluzione della politica è il carburante per tutta la restante proposta informativa italiana. La discussione del Paese è così facilmente controllabile e la politica, con poche frasi ben assestate su Twitter o su Facebook, detta l’agenda per i giorni successivi. Si veda al riguardo la recente discussione nazionale, a due settimane dalle elezioni europee dei cui contenuti nessuno parla, sulla castrazione chimica o sulla cannabis light. Temi irrilevanti introdotti con arguzia e prontamente amplificati da tutti i media.

Punto quarto. Una caratteristica accomuna i politici e i giornalisti in maniera molto netta. La paura dell’horror vacui della comunicazione. La paura di non essere ascoltati, di perdere consensi fra i propri adepti, il continuo escogitare metodi per guadagnarne di nuovi. In questo media e politici procedono di pari passo: comunicano sempre più forte e chiaro, con maggior sintesi ed aggressività misurando la propria capacità di essere pop e al passo coi tempi, nell’illusione che questa sia la cifra indispensabile. E non è strano che in una simile ricerca sia la politica che la stampa cavalchino vigorosamente il tema (e la disinformazione) sulle fake news. Quell’argomento parla di loro: per la politica rappresenta un alibi gigantesco fornito su un piatto d’argento (non abbiamo perso per colpa nostra ma perché i cattivi hanno utilizzato le misteriose magie dell’algoritmo), per la stampa è un continuo monito ai propri lettori sulla necessità di scegliere bene a chi affidarsi. Poco importa se i giornali stessi siano oggi giganteschi produttori di fake news su base pressoché quotidiana.

Cosa dovremmo fare, allora?

Eccoci alle note dolenti.
Servirebbe depotenziare la comunicazione irrilevante della politica e un simile compito spetterebbe in buona misura ai media. Esiste una discussione molto ampia sul fatto che la miglior opposizione della dieta mediatica imposta da Salvini o da Di Maio debba passare attraverso le singole persone che evitano le discussioni su ragù, cigni o cannabis light sui social. Probabilmente è vero, tuttavia, forse suonerà autoassolutorio (io per primo non riesco a sottrarmi ad una simile discussione), il grosso delle responsabilità in termini di propagazione ricadono sui media i quali anzi oggi sono convinti dell’esatto contrario. Urlano le proprie opinioni, tutti, su temi spesso del tutto irrilevanti, come un Mantellini qualsiasi, convinti che l’opposizione ideologica sia un compito etico in capo ai giornali. Non è così, non dovrebbe essere così. Ma i giornali oggi sono in grande crisi economica, e devono vendere click e prime pagine roboanti per sopravvivere. O questo almeno credono.

Servirebbe produrre e dare voce ad una contronarrazione (si veda al riguardo il formidabile contributo di Virginia Di Vivo a commento di una conferenza del dott. Di Bartolo sui migranti). Simili pezzi di verità possono essere prodotti da chiunque (un video di 10 secondi al comizio di Salvini a Forlì da me prodotto qualche tempo fa ha ricevuto su Twitter centinaia di migliaia di visualizzazioni), dai cittadini prima di tutto e i media non di regime dovrebbero considerare la possibilità di diffonderli al posto della polemica sull’ultima frase del politico di vertice. Contenuti del genere vengono prodotto in rete quotidianamente, non c’è davvero bisogno che i temi della politica siano ricondotti alle interviste di Cazzullo.

I cittadini potranno mettere striscioni alle finestre, riempire i commenti sui social, creare meme ma oggi il primo passo significativo per depotenziare la comunicazione politica dei peggiori sembrerebbe essere in capo ai giornalisti che presidiano intanto l’informazione verso quella metà del Paese che non sa nulla di Twitter e Facebook e del quale ci dimentichiamo troppo spesso. È la parte del Paese più fragile e anziana ed oggi è in balia come mai in passato della cattiva informazione di regime. E della cattiva informazione di controregime.

13 commenti a “Sulla comunicazione politica digitale”

  1. egidio scrimieri dice:

    Sarebbe a dire che Mantellini propone di passare dall’informazione controllata da un fantomatico regime -che non c’e’- all’ informazione “fai da te” costruita con (ricopio) “pezzi di verità prodotti da chiunque”. Proprio cosi’. Invece dei telegiornali, “formidabili contributi” scritti dal primo che si alza la mattina incazzato con Salvini o contro Renzi, foto di pizze mozzicate, sproloqui d’ogni genere, post di insulti e fesserie a piacere. La Facebookizzazione dell’informazione. La verita’ “fai da te” al posto di quella mandata sulla terra dal buon Dio. Le notizie della politica che vorremmo invece delle notizie della politica del giorno: tanto per salvare “la parte del Paese più fragile e anziana” (quella che, grazie a Dio, non se ne sta 24 ore al giorno a scrivere stupidaggini su tuitter o fesbuc).

    Magari pure le previsioni meteo: “domani, sole su tutta la penisola, perche’ a me mi piace il sole. E voi siete dei brutti fascisti !”.

    Abbiamo capito bene, caro Mantellini?

    (Aridatece Mussolini, Stalin e Hitler: tutt’e tre).

  2. egidio scrimieri dice:

    “chi non salta populista e’…e’…
    chi non salta populista e’…e’…”

  3. Emanuele (l'altro) dice:

    “La caduta delle barriere formali fra le varie forme di comunicazione”

    E’ qualcosa che riguarda tutti i settori ormai. Ricordo a metà anni novanta le prime apparizioni dell’edutainment nei discorsi di educatori e professionisti della didattica. Avevo strani cattivi presentimenti.
    L’infotainment, che credo nella tv italiana sia iniziato con Funari a TMC e poi alla Rai, è ormai la norma.

    p.s.: ricordo che fecero togliere uno striscione con “viva la fica” durante un gay pride ma non mi risultano indagini giornalistiche sulle norme e gli ordini dall’alto. Tanto più che i decreti del ’48 non valgono per i gay pride.

  4. Massimo65 dice:

    Primo commento a caldo: un regime è tale quando lo decido io.
    Secondo commento a caldo: “pezzi di verità”… Facepalm.

    Ovvero: facciatostismo 3.0.

    Saluti

  5. Maurizio dice:

    Ammiro sinceramente la sua pazienza, Mantellini. Come puo’ ancora sopportare questi strani individui cosi’ pieni di rancori e malignità e che vivono solo, cosi’ mi pare, per seminare zizzania e stupidità. Io sarei piuttosto un paolino paperino nei loro riguardi: quak, quak quak, quaraquaquak !!!! Continui cosi’, caro Mantellini, che mi serve prendere esempio da persone come lei, perché di fronte a certi suoi “commentatori” a volte … io non mi sento italiano ma per fortuna o purtroppo lo sono.

  6. egidio scrimieri dice:

    “Pezzi di Verita’ Prodotti Da Chiunque.”
    Notiziario delle 8.30.

    “Ieri sera Salvini ha mangiato troppi peperoni. Gli hanno fatto male. Ben gli sta. Salvini e’ un populista. Egli oppure esso e’ morto stamattina, saranno state più’ o meno le otto e un quarto (l’ho letto su facebook e stavano pure 75 mi piace). Alle otto e mezza e’ morto pure Di Maio. Così’ il governo e’ caduto e il popolo e’ contento. Salvini e’ un razzista che non e’ altro. Allora il presidente della repubblica, ultimo baluardo della costituzione contro il nazifascismo dilagante, ha nominato ministro dell’interno Roberto Saviano, ultimo baluardo del popolo italiano contro il razzismo dilagante. Alle otto e tre quarti Saviano ha aperto tutti i porti italiani, ultimo baluardo di Salvini contro gli africani dilaganti. Appena gli africani dilaganti lo hanno saputo sono dilagati a Lampedusa. Erano 60 milioni e scendevano dai barconi cantando tutti in coro “Ora si’ che sono cazzi! Ora si’ che sono cazzi!”. Ad accoglierli Saviano, Mantellini e il portinaio di Mantellini, ultimi baluardi del popolo italiano contro la cattiva informazione dilagante, ma gli africani non li hanno visti e gli sono dilagati, oppure gli e’ dilagati addosso. Il fascismo e’ caduto. Nelle citta’ e nei paesi di tutta Italia il popolo italiano, ultimo baluardo del popolo italiano contro il populismo, e’ sceso in piazza per festeggiare la caduta del fascismo, del populismo, del razzismo e del banditismo sardo (saranno stati 60 milioni di italiani più’ 60 milioni di negri secondo la questura fascista). Appena il popolo italiano sceso in piazza ha visto quanti erano gli africani scesi in piazza insieme al popolo italiano pure gli italiani gridavano “Ora si’ che sono cazzi!” .

    Fine del notiziario.

  7. mauro dice:

    si una bella proposta, concordo, costruttiva, la politica degli slogan, degli striscioni da stadio o peggio su twitter e facebook

    P.S.
    per chi ha buona memoria ricorda anche il post sulle brigate Bersani, ma questa volta l’autore è pregiudizialmente favorevole
    è lecito anche cambiare idea, tifosi si nasce

  8. mauro dice:

    Una contronarrazione è un’altra narrazione non è la verità, e Virginia Di Vivo lo sa bene visto che accompagna la narrazione (anche condivisibile, nonostante furbate retoriche stile pokemon per gonfiare il differenziale orrorifico) ad una proposta politica sommaria e strumentale. In Italia o in Europa le proposte politiche non sono solo due, bianco o nero. Sostenere che una proposta politica è la verità è l’indice di un’ideologia totalitaria che riduce violentemente il pluralismo ad una polarizzazione estrema, falsata e strumentale, buoni contro cattivi, assolutamente antidemocratica e illiberale.

    Considerando poi che per gli elettori la comunicazione politica più rilevante rimane ancora, nonostante tutto, la comunicazione terroristica: lacrime e sangue. Sangue e lacrime. Marchiata a fuoco sul braccio. Comunicazione politica tuttora insuperata nell’horror autoritario contemporaneo. Il terrorismo buono, a reti unificate. A un passo dal baratro! Il potere della paura sarebbe già dittatura tecnocratica se non ci fossero ancora libere elezioni democratiche (e nonostante il rimaneggiamento delle regole elettorali)

    Il desiderio odierno di voler riarmare la protesta, a comando, dopo aver governato con pezzi di verità berlusconiana (Angelino è tornato silenziosamente alla base) è encomiabile. Ma per ricostruire una verginità ci vorrà ancora del tempo, a meno che non si voglia cancellare totalmente la memoria storica. Dopo Bersani, Letta e Renzi, converrà ancora una volta chiedere democraticamente aiuto a Berlusconi, duce spirituale delle televisioni e della comunicazione politica, prima che gli angeli del paradiso ce lo portino via per sempre privandoci di un ultimo compromesso stoico.

    cordiali saluti

  9. Roberto dice:

    Basta osservare il “trend’ gossiparo (fake o non fake: fa lo stesso) di televisioni (tutte) e giornali (tutti) per depotenziare i ‘servirebbe’. Le contronarrazioni sono episodiche e vengono velocemente sommerse, senza sedimentare (strumentalizzate, a volte, per piccoli calcoli discorsivi). Langue la scuola, e con essa il futuro…

  10. Emanuele (l'altro) dice:

    La scuola attuale è il frutto delle riforme che si sono avute a partire dagli anni settanta.

  11. Raffaele dice:

    @ Massimo Mantellini
    La tirata d’orecchie ai media non è scorretta perché autoassolutoria, ma perché muove da un’errata valutazione dei pesi e delle forze in campo.
    I media” storici” sono del tutto irrilevanti e ininfluenti ai fini della formazione della pubblica opinione. Se Corriere, Repubblica, Stampa e Messaggero (Curva Nord), tutti insieme, fossero in grado di influenzare l’elettorato, l’attuale governo non sarebbe mai nato. Se è nato e sopravvive, del resto, non è certo grazie a Libero e Giornale (Curva Sud), che stanno al giornalismo come Bombolo e Alvaro Vitali alla cinematografia. C’è una cistifellea che secerne tutta la bile “popolare” che è il carburante antropologico prima che politico di questo governo. E quella cistifellea, sempre gonfia, sempre straripante, sta sui social, non sui media.
    I media hanno scelto, anni fa, di rincorrere i social, anziché contrapporvisi. Di imitarli, non di differenziarsene. I risultati sono esattamente quelli che descrivi.

  12. Emanuele (l'altro) dice:

    Raffaele dimentichi che nei media ci sono anche le tv e in Italia, paese sempre più vecchio grazie alle tasse nordiche con servizi da terzo mondo e alla mentalità nichilista che ha preso piede, milioni di italiani si informano solo in tv.
    I giornali della curva nord, i Fellini della cinematografia, evidentemente non erano così capaci se hanno scelto di inseguire Bombolo e Vitali.
    In quanto alla cistifellea, se si è infiammata è grazie ai governi seri, non populisti, che per anni hanno incancrenito i mali della società invece di curarli, troppo presi a parlarsi addosso e a rincorrere le utopie neoliberiste e gli ordini di Bruxelles.

  13. Raffaele dice:

    @ Emanuele:
    Il nostro ospite ha chiarito in precedenza di non amare la prolissità, nei commenti. Dunque, grato per l’ospitalità, provo a esporre solo l’essenziale.
    TV: Non la dimentico per niente.L’irrilevanza dei giornali è dovuta proprio al fatto che sono letti da una minoranza sempre più esigua.
    Curve: La curva nord ha scelto di inseguire i social, non la curva sud. Non ancora, per lo meno. Ha scelto cioé di suicidarsi, abdicando al suo ruolo e facendo il gioco di una politica grottescamente autoreferenziale, come rileva Mantellini. Ma si sta suicidando, perdonami, con un po’ più di stile – e di decenza – rispetto alla curva sud. L’antipatia per gli ultras non impedisce di notare che ci sono striscioni e striscioni.
    Cistifellea: Sull’eziopatogenesi dell’infiammazione siamo in totale, consonante, sintonia.

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