Qualche giorno fa mi ha colpito una piccola notizia che avevo letto per caso. Era più o meno questa: Ciriaco De Mita si ricandida alla carica di Sindaco di Nusco. De Mita a febbraio ha compiuto 91 anni.
I cittadini di Nusco alla precedente elezione, quando il politico ne aveva 86, gli avevano assegnato il 77% delle preferenze. Un numero enorme di voti.

Così ho scritto un tweet e ho letto le solite risposte che si leggono sempre in questi casi. Molti chiedevano cosa ci fosse di strano, altri sottolineavano la grande capacità politica di De Mita il quale, non troppo tempo fa, aveva tenuto testa al giovane Renzi in un confronto TV eccetera eccetera eccetera.

Ogni domenica in Italia il fondatore di Repubblica occupa la prima pagina del quotidiano con un torrenziale editoriale. Si tratta quasi sempre di pezzi modesti, in gran parte basati su piccoli ricordi, relazioni particolari (col Papa per esempio) o saldi pregiudizi personali: quegli articoli sembrano essere lì semplicemente perché Eugenio Scalfari è Eugenio Scalfari. Scalfari ha 96 anni e di domenica ci spiega il mondo. Sono convinto che anche in questo caso a moltissimi sembrerà normale così.

Non sarà bellissimo da dire ma, benché esistano rare eccezioni, la maggioranza delle professioni intellettuali non reagisce troppo bene allo scorrere del tempo. Per provare a giustificare una simile affermazione andrà considerata la questione biologica (l’ossigenazione cerebrale ed il numero di neuroni conteranno qualcosa) mentre sull’altro piatto della bilancia troverà posto l’esperienza (la mitica esperienza) e una certa qual saggezza legata spesso all’età. Quando calano i riflessi si diventa paradossalmente più riflessivi. Dovremo poi aggiungere che i più bravi fra i giovani di oggi, per ragioni legate ai progressi della conoscenza, della didattica e della tecnologia, sono senza grandi dubbi più bravi dei loro omologhi di qualche generazione fa.

Eppure, per conto mio, andranno considerati anche altri due ulteriori fattori. Il primo è che il talento (che nei lavori intellettuali conta) è una prerogativa giovanile, il secondo è che superata una certa età subentra quella che Natalia Ginzburg definisce (meravigliosamente) l’immobilità della pietra, il non meravigliarsi più di niente. Oltre una certa età insomma il nostro talento, grande o piccolo che fosse, andrà sfiorendo, il nostro cervello funzionerà meno bene, avremo dalla nostra un po’ di mestiere ed esperienza ma rischieremo vistosamente di diventare immobili come la pietra.

 



Insomma agli intellettuali, ai politici come De Mita, ai giornalisti come Scalfari, agli scrittori, agli artisti ecc. a un certo punto di presenterà di fronte l’inevitabile e sarà complicato accettarlo.

Noi nel frattempo, contro ogni logica, preferiremo il vecchio al giovane, senza sapere che il primo sarà mediamente peggio del secondo da quasi tutti i punti di vista. Un’eventuale scelta di rinnovamento non sarà in grado di produrre alcun valore economico aggiuntivo: così anche chi mette i denari tenderà alla conservazione. Meglio uno Scalfari per i suoi anziani affezionati lettori che un Mario Rossi qualsiasi dalle intuizioni geniali e innovative ma senza pubblico pagante. Quando Tremonti pronunciò la famosa frase idiota “Con la cultura non si mangia” si sbagliò, ma non di così tanto. La frase corretta era “In Italia la cultura è un menù a prezzo fisso, sempre uguale da anni”. E lo stesso ci si meraviglia che gli avventori siano in calo.

E l’aspetto più problematico di questa scelta sociale di forte conservazione riguarderà l’effetto paralizzante che genera su tutta la società. Il punto non sarà tanto la polilalia domenicale di Scalfari o il protagonismo senza remissione di De Mita ma lo spazio vitale che quelle parole tolgono ad altre parole: uno spazio che dovrebbe essere nostro e che invece resta indisponibile. Ogni editoriale di Scalfari, ogni candidatura di De Mita, ogni analisi politica affidata alle solite 4 firme che galleggiano da decenni, sono occasioni perse, spazio negato a nuovi talenti e soprattutto a noi, loro potenziali lettori. I talenti poi, con tanti venerati maesti ancora in circolazione, nemmeno riusciranno a passare alla berselliana categoria dei soliti stronzi, per la semplice ragione che nessuno nel frattempo avrà avuto modo di conoscerli. Stronzi forse sì, lo diventeranno, ma senza il “soliti” davanti.

Ogni pensionato ripescato dagli amici per una consulenza, ogni anziano editorialista (76 anni) che scrive viva la figa su Facebook per darsi aria da giovane è un fallimento complessivo della nostra comunità. È la dichiarazione della nostra incapacità a rappresentare qualcosa che non sia la reminescenza novecentesca di un anziano signore in ottima salute e con una bella giacca di tweed addosso.

Mentre scorreva sullo schermo la notizia di De Mita prossimo sindaco ultranovantenne stavo legggendo una cosa che Martin Amis scrive su Nabokov, autore di un talento immenso che, come quasi tutto a un certo punto, comincia a scrivere cose meno memorabili. Amis si riferisce a un romanzo intitolato Ada:

 

Avrò letto almeno una mezza dozzina di romanzi di Nabokov e ciascuno almeno una mezza dozzina di volte. E almeno una mezza dozzina di volte ho provato, e subito rinunciato, a leggere Ada o ardore. Il mio primo tentativo risale a una trentina di anni fa. Lo misi giù al primo capitolo con una strana senzazione, una specie di vibrazione negativa. Più o meno ogni cinque anni (lo schema era diventato questo), ho provato a riprenderlo, e a un certo punto ho cominciato a cercare di esprimere a parole questa mia difficoltà. “È un libro morto”, mi son detto. La strana sensazione, la vibrazione negativa mi è ormai tristemente familiare: è la tipica reazione del lettore davanti a quello che succede a tutti gli autori che superano i biblici settanta. Lo splendore, la potenza creativa, cominciano a svanire. L’estate scorsa sono partito con Ada e mi sono rinchiuso a leggerlo. Avevo ragione. Con le sue seicento pagine, il doppio se non il triplo del normale peso forma di Nabokov, il romanzo è quello che gli investigatori della squadra omicidi chiamano buster: un cadavere gonfio d’acqua fino quasi a scoppiare.

 

Questo è quello che di regola succede. La sensazione è che in Italia non solo il ruolo degli intellettuali sia andato negli ultimi decenni diluendosi oltre il numero di Avogadro per ragioni complesse e inevitabili che ci accomunano ad altri Paesi, ma che da noi esista, in più, una diffusa e insensata idolatria per l’esperienza, per la reputazione, per l’anzianità, garanzia di non-si-capisce-bene-cosa.
Che da decenni si perpetuino, per codardia, noia o per qualche altra ragione, quelli che Borges (sempre citato da Amis) definiva gli “elogi terrorizzati” della critica letteraria per Finnegans Wake. Del resto poteva l’autore dell’Ulisse aver scritto un pessimo libro?
La risposta è sì, poteva. Le professioni intellettuali sono fatte così. Si diventa immobili come la pietra e nemmeno ci se ne accorge.

Servirà a quel punto una figura che in Italia solitamente si fatica a trovare. Qualcuno abbastanza innamorato del futuro e dell’interesse comune da trovare il coraggio di fare un cenno a James Joyce traendolo in disparte per dirgli:

Senti Giacomo, vieni un istante, che ti devo parlare.
 

15 commenti a “Il Paese degli elogi terrorizzati”

  1. Annamaria dice:

    https://www.corriere.it/salute/neuroscienze/18_aprile_06/anche-cervello-anziani-puo-produrre-nuovi-neuroni-rigenerarsi-08368b1c-396a-11e8-8e49-98826bd21e1a.shtml

  2. Daniele dice:

    Non accetterei in linea assoluta, cioè senza sfumature, il contenuto del post (forse perché anch’io sono sulla cinquantina abbondante e qualche illusione la nutro ancora), però ritengo che fotografi molto bene una struttura della nostra società e della nostra cultura che è forse permanente: un’idolatria del passato e una noncuranza (paura?) del futuro. Per lavoro insegno storia e ho potuto constatare che quando in Francia levava i primi vagiti l’Illuminismo con la sua idea di progresso, in Italia Vico scriveva il De antiquissima Italorum sapientia andando alla ricerca di una filosofia primordiale degli Italiani

  3. Luca dice:

    Ottimo pezzo, grazie della riflessione.

  4. Maurizio dice:

    Bravo Mantellini. Lucida analisi che, in forma piu’ disordinata e varia, avevo fatto mia dal compimento dei miei 50 anni. Ora ne ho 62. Nel mio piccolo spesso mi interpello : ” Senti Maurizio, vieni un istante che ti devo parlare….”

  5. sandro dice:

    Sono poco convinto dagli esempi portati a sostegno della tesi. Per quanto Amis sia slick e Ada un po’ rambling, Ada ha a tratti una capacità di commuovere che mi pare manchi ai romanzi di Amis. La polilalia di Scalfari direi che si è solo accentuata con l’età. Accade davvero così spesso che degli intellettuali che ascoltavamo con interesse diventino meno rilevanti invecchiando? O invece la nostra insofferenza nei confronti di certi vegliardi è il frutto di riserve già presenti prima che invecchiassero?

  6. Dario dice:

    Va bene prendersela con la gerontocrazia, ma tacciare di senilità Joyce, che aveva quarant’anni quando iniziò a scrivere il Finnegans Wake, fa pensare a una furia di rottamazione un tantino eccessiva.

  7. deid00 dice:

    Mamma mia, che post pessimo.
    Qualche esempio a caso:
    “l’ossigenazione cerebrale ed il numero di neuroni conteranno qualcosa” Neurobiologia da salotto?
    “Dovremo poi aggiungere che i più bravi fra i giovani di oggi, per ragioni legate ai progressi della conoscenza, della didattica e della tecnologia, sono senza grandi dubbi più bravi dei loro omologhi di qualche generazione fa.” In base a cosa?
    “la mitica esperienza”: Riconducibile all’ambito del mito ( narrazioni, credenze m. ; le m. origini delle città antiche ) o a quello di una esemplare idealizzazione ( la m. figura di Garibaldi ). No comment.
    E basta, che sono anche stufo. Concludo con un gioco: si sostituisca Eugenio Scalfari con Piero Angerla, o Ciriaco De Mita con Sergio Mattarella.

  8. enrico dice:

    Concordo in linea di massima col post ma non mi è chiaro cosa intendi dicendo che il ruolo degli intellettuali si è diluito oltre il numero di Avogadro ( che è un numero grandissimo : 602.000 miliardi di miliardi).

  9. Insula dice:

    Aridaje con la rottamazione, Mantellini. La prima ci ha regalato il giovane Salvini, la seconda?
    Quanto a De Mita, quando ti sarà passata la cotta per “le perle incommensurabili” di Martin Amis, prova a rileggere Cicerone. Che, molto prima dei siciliani, aveva scoperto che “cumannari è meggiu ca futtiri”.
    “Quae sunt igitur voluptates corporis cum auctoritatis praemiis comparandae?”
    La sensazione è che un certo blogger, autore di un talento immenso, in grado da giovane di scrivere stroncature capaci di mettere fine a una cariera, oggi cominci a scrivere cose meno memorabili.
    Senti Massimo, vieni un istante, che ti devo parlare.

  10. massimo mantellini dice:

    @sandro a me pare accada continuamente, fare esempi non è carino ma quella dell’intellettuale geniale che diventa opaco con gli anni mi sembra la regola. Con l’aggravante che viene continuamente interpellato su tutto

  11. massimo mantellini dice:

    @deid00 vado a memoria e potrei sbagliarmi ma così a occhio direi che i tuoi ultimi dieci commenti su questo blog sono serviti a sottolineare la mediocrità delle cose che io ho scritto e tu hai letto. Ecco, non so come dirtelo gentilmente ma insomma, non ti obbliga nessuno. Dopo così tante esperienze negative io nei tuoi panni avrei già desistito da un pezzo.

  12. massimo mantellini dice:

    Sulla questione più volte ripresa nei commenti qui sopra di Joyce faccio notare che il punto del ragionamento è che Borges a un certo punto usa un’espressione, riferendosi alle reazioni imbarazzate a un libro di Joyce e che Amis a sua volta adotta quella frase (molto bella secondo me) per descrivere i suoi sentimenti verso un libro di Nabokov. Quindi abbiate pazienza ma l’eta di Joyce quando ha scritto Finnegans Wake non c’entra granché.

  13. Erasmo dice:

    C’è qualcuno qui sopra che ha letto Finnegans Wake?

  14. Erasmo dice:

    “Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani.”

  15. Claudia Pittelli dice:

    @Erasmo Che domande, ovvio che no

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