Oppure a metà le Frattocchie, doveva spengere: al passaggio dell’Appia, o a Ca’ Francesi, a Tor Ser Paolo, alla stazione di Ciampino: incurante altre volte a’ più perentori enunciati: Svolta pericolosa! Passaggio a livello! Cunetta! o a’ loro simboli venuti di Milano. I milanesi, il Luigi Vittorio, avevano perseminato l’Italia del seme raro de’ loro ammonimenti, dei loro «cartelli stradali». Il loro spiccato semaforismo, un bel dì, fece dello stivale vecchio, un semaforo nuovo. Ammonir le genti, inculcare a’ velocipedastri il rispetto delle discipline viatorie, e, a un tempo, del loro proprio osso del collo: insegnare al prossimo come si fa a star al mondo: rizzar ferri in tutt’Italia, inarborarvi «cartelli stradali» smaltati per oblazione pubblica, di quella voglia si sentan venir la bava: presi a pretesto i più innocui, i più sonnacchiosi livelli, ogni curva, ogni bifurcazione, ogni cunetta, come dicano loro, ogni zanella. Il memento tecnico del Bertarelli, del Vitòri, del Lüis, a quegli anni: poi, su riscialbate muriccia ad ogni entrar di borgo, il politico-totalitario del Merda: («è l’aratro che scava il solco! ma è la spada… che non lo difende un fico secco.»)



(Carlo Emilio Gadda, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana)

Un commento a “Il semaforismo dei milanesi”

  1. Alessandro dice:

    Questo mi rimanda agli audiolibri, nel passato millennio ( e si sono millenario) a Farhenight su RAI3 mandarono la lettura del “Pasticciaccio…” era l’ora che tornavo a casa e quanto mi piaceva guidare piano per ascoltare il racconto.
    Bravissimo l’attore.
    Alessandro

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