“Discutere di Proust con chi non ha mai letto Proust”. Dalla bella lettera di addio di due dei fondatori di Le parole e le cose

Quando abbiamo fondato «Le parole e le cose» insieme a Massimo Gezzi, non eravamo certo dei pionieri. Semmai degli epigoni. Nel settembre del 2011 Internet aveva già trasformato il modo di parlare di cultura da almeno un decennio. Sui giornali e sulle riviste cartacee che leggevamo e per le quali scrivevamo la critica militante e la discussione culturale erano quasi scomparse; i siti letterari sembravano averle resuscitate e al tempo stesso trasformate. Erano il corrispettivo delle riviste politico-letterarie degli ultimi due secoli, ma lo erano in modo inedito.

Noi venivamo dalla cultura cartacea, e perdipiù dall’accademia, che ferma gli orologi; eravamo abituati a parlare di letteratura in forme molto diverse da quelle che circolavano in rete negli anni Zero. Per formazione e per temperamento non eravamo e non siamo adatti a stare in rete. Sui siti letterari leggevamo cose che nel dibattito degli anni Cinquanta, Sessanta o Settanta sarebbero state impensabili, e che ci suscitavano dei sentimenti misti. Scorrere le pagine di «Nazione indiana», in particolare, era per molti versi sorprendente. La metamorfosi più vistosa riguardava le maniere: scrittori, critici e lettori si delegittimavano, si insultavano senza problemi, si trollavano, si davano del tu a prescindere; le discussioni erano selvagge e includevano una quantità enorme di equivoci e di errori; la riflessione razionale si mescolava senza filtri alla ricerca di visibilità, all’espressione di sé o all’esibizionismo puro. Il dibattito era orizzontale e caotico: scrittori affermati parlavano con perfetti sconosciuti, magari eteronimi; persone che avevano una firma si scontravano con personaggi dal nickname cretino che potevano tranquillamente avere sedici anni, e a volte ce li avevano davvero. Le affinità letterarie e politiche sembravano contare tanto quanto gli interessi, le convenienze, le amicizie, che peraltro si sfasciavano e si riformavano vorticosamente, come succede in un’epoca nella quale gli interessi personali contano più delle appartenenze. La dépense era estrema: alcuni dibattiti duravano a ritmi intensissimi per giorni, o settimane, come se gli interlocutori non avessero nulla da fare nella vita, inseguendo un sentimento del tempo che qualche anno dopo i social network avrebbero reso normale, ma che all’epoca era nuovo, era d’avanguardia. Nelle pagine di «Nazione indiana» sembravano galleggiare gli effetti di alcuni momenti decisivi della storia psichica e sociale recente: la rivoluzione delle maniere esplosa col Sessantotto e con gli anni Settanta, per esempio, ma anche il soggettivismo irrelato, autopromozionale degli anni Ottanta e Novanta, spesso sedicente di sinistra, in realtà inconsciamente neoliberale – modi di essere in apparenza distanti, con radici lontane, ma uniti, alla fine, da quella forma di individualismo anarcoide che è l’ethos dominante del nostro tempo.

Il fenomeno aveva una sua barbarica vitalità e una sua necessità epocale; per certi versi era tragico, o almeno un po’ umiliante, per altri versi ilare, liberatorio e a volte perfino divertente. Faceva emergere alcuni tratti dello Zeitgeist: il narcisismo di massa, l’approssimazione come dato di fondo del dibattito contemporaneo, nell’epoca in cui la divisione del lavoro intellettuale e la quantità di informazioni in flusso rendono impossibile parlare dei problemi di fondo senza risultare approssimativi; ma anche la debolezza delle gerarchie ufficiali, la creatività diffusa, la presenza di outsider intelligentissimi e non toccati dal danno della storia per la vita, privi di riverenza e di paura. Sui siti culturali poteva e può capitare di discutere di Proust con chi non ha mai letto Proust ma pretende di avere un’opinione su Proust; però capitava e capita di leggere commenti di sconosciuti che dicono cose più intelligenti degli autori che hanno una firma e, in teoria, una competenza. Del resto alcuni dei più importanti scrittori degli ultimi vent’anni, marginali rispetto ai circuiti consolidati, sono emersi grazie a internet, insieme a un gruppo nutrito di cialtroni di cui non si sentiva la mancanza.


2 commenti a “Proust per non addetti”

  1. annamaria dice:

    prova

  2. annamaria dice:

    Chiedo scusa per il fuori tema, ma ho l’impressione che ci sia qualche problema tecnico di ricezione per i commenti al post su Pizzarotti.
    Ho provato più volte, ma il mio commento non passa, non va nemmeno in moderazione e probabilmente nemmeno nel cestino.
    Qualcosa non va?

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