A chi affidare le nostre sorti?

Serve – da sempre io credo –  una quota di patologia psichiatrica in azione per poter immaginare sé stesso dentro grandi responsabilità (e più saranno grandi e di maggior quota ve ne sarà bisogno); serve anche – ovviamente – una spinta non residuale all’altruismo: occorrerà poi fiducia in sé stessi, così come riscontri tangibili delle proprie capacità e competenze (sono due cose differenti una spesso vicaria l’altra) che ci raggiungano da altrove, meglio da persone che non ci conoscono e che in qualche maniera ci stimano. Serve insomma – meglio, servirebbe – un buon bilanciamento fra molte caratteristiche differenti tutte ugualmente importanti, tutte, vorrei dire, indispensabili.

Tutto ciò esula dalla parte politica che decideremo di rappresentare, riguarda una semplice cassetta degli attrezzi che dovrebbe valere per tutti, per lo meno nelle cosiddette democrazie.

Ebbene tutto questo oggi, in Italia, semplicemente non è.

Oggi in Italia tutto questo è sostituito dalla fedele rappresentanza. La politica si è fatta faccenda personale, anche se solo in apparenza, ormai intrinsecamente legata ad una faccia e a un corpo, ad un abito o a una cadenza nella voce. La politica genera facce, produce testimonial, li innalza e rapidamente li accantona: ce ne ricorderemo poi, fra pochissimo, come di una vecchia pubblicità di un amaro con quell’attore che ormai nessuno conosce più. Il testimonial vende il prodotto fino a quando il prodotto esiste, poi scompare con lui. O anche prima di lui se nel frattempo avremo immaginato qualcuno più adatto allo scopo.

Quale sia il prodotto e quali siano i suoi scopi non ha più troppa importanza: il prodotto nella maggioranza dei casi è la semplice occupazione del potere, intesa come onere residenziale, come tassa di stazionamento, come restare seduti perché nessun altro occupi il posto faticosamente raggiunto.

Scomparsa e archiviata fra gli sbadigli l’ideologia, resa del tutto inutile (anzi molto spesso osteggiata) ogni competenza curricolare o esperienziale, il potere prospera nella sua vacuità per due ragioni principali che sono il rimbrotto e la disperazione.

Rimbrotto e disperazione riguardano tutti noi, sono il risultato sociale degli ultimi decenni nei quali lo schema di leadership immaginato all’inizio di questo pezzo è stato in qualche maniera seguito, per quanto siamo riusciti a fare, e ha fallito.

Siamo delusi, lo siamo in maniera trasversale: lo sono i giovanissimi e gli anziani, i dirigenti e gli imprenditori, gli impiegati e dipendenti pubblici. Lo siamo per partito preso ma anche per solide imminenti ed evidentissime ragioni. Ognuno ha le proprie: verranno da noi, le esporranno, e noi faremo sì con la testa: sì, hai ragione, certo, ti capisco.

Ma accanto al rimbrotto di tanti forse ciò che è cambiato maggiormente negli ultimi tempi è la diffusione di una vasta disperazione sociale o meglio le sue conseguenze. La diga, troppo piena, ha tracimato e noi eravamo lì a fotografare lo spettacolo. La disperazione è il passo successivo rispetto al rimbrotto, è il momento in cui le energie si sono esaurite e tutto si affievolisce. Per una quota montante di cittadini di questo Paese nulla ha più grande importanza. Così il venditore di pentole non verrà sottoposto ad alcun seppur minimo scrutinio, supererà con facilità il muro fino a ieri quasi invalicabile, della nostra diffidenza. Tanto – si dicono in molti –  cosa abbiamo da perdere? Cosa può andare peggio di così?

Leggendo i giornali, seguendo certi commenti e certi like su Internet forse potremo farci ingannare da alcuni segni esteriori molto evidenti: da un clima avvelenato e violento che si percepisce del resto ovunque, anche nel vecchio cosiddetto “mondo reale”: in fila alle Poste, al tavolo di una pizzeria.

Ebbene quella spazzatura non è l’annuncio del cambiamento ma la sua conseguenza. Certi fascismi un tempo striscianti e oggi palesi, orgogliosamente esposti dopo anni di autocensura, i tweet di Salvini, le miserie di gran parte della comunicazione politica che è oggi sostanzialmente uguale a destra e a sinistra, sono quello che viene dopo il crollo non ciò che lo annuncia.

Possiamo essere impauriti (e lo siamo, io lo sono) ma tutto è già accaduto: quello che ci capita di vivere ed osservare oggi è quanto avviene dopo la caduta, quando il rimbrotto e la disperazione iniziano a chiedere il conto.

Ricostruire non sarà semplice, io nemmeno saprei come.


3 commenti a “Ricostruire: io nemmeno saprei come”

  1. vincenzo dice:

    Ma se il crollo c’è già stato e non ce ne siamo accorti, forse è perchè ci piace vivere tra le macerie.

  2. Annamaria dice:

    Ricostruire? Provate un po’ con questo qua:
    https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/09/26/casalino-renzi-vs-padellaro-genova-ola-al-funerale-di-stato-roba-da-curva-sud-frase-grave/4650457/
    Non avete scampo, il ‘pezzo’ più pregiato è lui.

  3. Sandro dice:

    [OT] Ma chi? Ernesto Calindri? Per carità! non mescoliamo “il sacro con il profano”! :DDD

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