Come spesso accade nelle cose della vita sono tornato a Natalia Ginzburg per caso, qualche anno fa, ascoltando un programma su Radio3 nel primo pomeriggio. Mi aveva colpito una frase sulla vecchiaia che Ginzburg scrisse in un breve saggio quando aveva 54 anni. Parlava del diventare vecchi come dell’essere immobili come la pietra.

Ho citato mille volte quel breve paragrafo da allora: l’ho fatto tutte le volte che ho potuto perché quell’immagine fotografava esattamente i nostri tempi e la fatica e l’incapacità a descriverli da parte di moltissimi. Così da allora sono tornato a leggere le sue cose, cominciando da quel formidabile capolavoro che è Lessico Familiare. Ho acquistato su eBay prime edizioni di suoi libri, spesso in pessime condizioni, per pochi euro. Ho ritrovato sue vecchie cose pubblicate sui giornali che non avevo mai visto in passato. In auto recentemente, ho ascolato la voce inconfondibile di Nanni Moretti che leggeva Caro Michele.

A margine dell’attività letteraria di Ginzburg bussa, ogni dieci minuti, la sua biografia. Quella vita tragica e entusiasmante, le debolezze e la grande forza, le enormi prove alla quale è stata sottoposta; dalla morte del primo marito, in carcere a Roma ucciso dai fascisti, quando lei era poco più di una ragazza con due figli piccoli, alla grave disabilità della figlia Susanna, dalle frequentazioni illustri (Pavese, Montale, Quasimodo, Olivetti, Morante, Calvino) al tentato suicidio. Una vita che si interseca poi in maniera saldissima con la storia della casa editrice Einaudi, forse il luogo principe della rinascita culturale di questo Paese nel dopoguerra.

Dovessi scegliere una cosa sola da farvi leggere in un repertorio amplissimo e pieno di perle che Natalia Ginzburg ha prodotto durante la sua tormentata esistenza, vi direi di leggere “Ritratto d’un amico” che Ginzburg dedica al suicidio di Cesare Pavese (in Le piccole virtù). Dovessi dirvi cosa leggere per avere una visione complessiva e accuratissima della vita di questa scrittrice, vi direi di leggere “La corsara, ritratto di Natalia Ginzburg” di Sandra Petrignani, che è una ricostruzione minuziosa e poetica che mi ha riempito le ultime settimane.

Da quel testo ricopio una frase che Petrignani a sua volta prende da un’intervista rilasciata da Ginzburg a Lietta Tornabuoni nel 1981 a proposito del suo lavoro editoriale:

 

“Leggo i manoscritti che arrivano dal nulla, da autori sconosciuti: Alla Einaudi ne arrivano a chili, e ogni tanto alcuni sono belli. Qualche rara volta mi può capitare di curare certi libri, magari intervenendo un poco: facendo l’editing come si dice. Faccio traduzioni […] Un modo civile di lavorare. Pulito. Colto. Quieto. È anche, dice, “un lavoro da vecchia scrittrice: come Bartali che a un certo punto mette su un negozio di biciclette”

 

 

3 commenti a “Bartali e il negozio di biciclette”

  1. fegatto dice:

    “come Bartali che a un certo punto mette su un negozio di biciclette”
    Bella metafora, veramente.

  2. Raimondo dice:

    Diamine quanti superlativissimi.

  3. massimo mantellini dice:

    @raimondo hai ragione

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