Un pomeriggio durante il mio primo anno di Università passai davanti alla vetrina di Res Rubini un negozio di strument musicali in centro a Bologna che esiste anche oggi. C’era un piccolo assembramento di persone all’interno, così, timidamente, entrai anch’io. Quel piccolo pubblico, disposto a semicerchio, stavano ascoltando un tizio dai capelli lunghi vestito da “artista” che, in piedi, in un angolo del negozio, suonava una chitarra elettrica distorta ad un volume altissimo. Dopo un po’ mi feci coraggio e domandai a uno accanto a me:

“Ma chi è?”

“È il chitarrista di Claudio Lolli” – mi rispose.

Io quasi non sapevo chi fosse Claudio Lolli allora e mi chiesi come mai il chitarrista di un cantautore fosse così “elettrico”. In seguito scoprii che Lolli a quei tempi aveva già scritto un album bellissimo e inimitabile, differente da tutto quello che si ascoltava a quei tempi. Un album che, pur rimanendo nell’ambito della canzone d’autore impegnata, era forse per la prima volta davvero musica e parole assieme.

Il disco si chiamava “Ho visto anche degli zingari felici” e dopo quarant’anni dalla sua pubblicazione è rimasto un capolavoro. Il suo autore è morto oggi.


Un commento a “Un treno è saltato”

  1. Bruno Anastasi dice:

    mi unisco al cordoglio, Massimo, hai fatto bene a ricordarlo, quel disco, effettivamente molto bello, suscitò l’attenzione anche di chi all’epoca – faccio parte della categoria – non amava i cantautori italiani;
    quando poi la versione italiana di Wikipedia inizierà a mettere anche le copertine nelle pagine dedicate agli album musicali, sarà sempre troppo tardi …

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