Forse è sempre esistita, eppure mi pare sia aumentata negli ultimi anni, una tendenza che è possibile rintracciare in molte discussioni che riguardano la politica e la cultura in genere. È una piccola trappola dialettica composta di due parti collegate. La prima prevede lo spostamento del fuoco della discussione, la seconda causa la scomparsa delle conclusioni.

“Guarda che non è come dici” – sostengono i nostri interlocutori. “Il problema è (anche) un altro” – aggiungono subito dopo. Se il tema è un altro, se la discussione dovrà essere più vasta e indeterminata di quello che avevamo immaginato, allora anche le conclusioni soffriranno della medesima indeterminatezza.

Il paradiso degli intellettuali è una prateria di discussioni colte e interessanti che non portano da nessuna parte.

Si tratta di una forma di terzismo culturale che oggi, fuori dai circoletti intellettuali e dalle pagine degli approfondimenti dei quotidiani, vive un periodo di modestissimo successo. Gli intellettuali e i politici argomentanti sono sopportati per qualche minuto fra sbuffi di insofferenza e poi, in qualche maniera, finalmente zittiti dai professionisti della sintesi. La sintesi non vinceva così tanto nelle nostre discussioni da molto tempo. Anche la sua forma più volgare e brusca, quella che può essere condensata in uno slogan scritto su una maglietta o in un urlo incarognito durante un talk show in TV, oggi vince a mani basse. Un tempo era osservata con sospetto, ora riceve immediata accettazione.

Pensavo a tutto questo oggi leggendo il bel pezzo che Paolo Di Paolo ha scritto su Repubblica dal titolo “Più che i libri conta la voglia di capire” che prende spunto e commenta le dichiarazioni della nuova sottosegretaria leghista alla cultura Lucia Borgonzoni, la quale ha confessato, in un’intervista molto ridanciana in radio, di non leggere libri perché non ha tempo. Il pezzo di Di Paolo si occupa molto delle conseguenze di una simile affermazione, del senso di superiorità che una simile frase scatena intorno e della trasformazione della signora in capro espiatorio.


Una confessione come “non leggo un libro da tre anni” – nel rissoso paesaggio social – è perfetta per scontrarsi. Tanto più se viene dal sottosegretario alla Cultura del governo in carica. Maestrini dalla penna rossa e sarcastici in servizio permanente si sono scatenati sulla leghista Lucia Borgonzoni, sincera quanto incauta o inopportuna. Lo snobismo di chi grida allo scandalo, tuttavia, non serve a niente. Se non a inacidire ulteriormente chi si sente ignorato dalla presunta élite: “Se dalla vostra cultura ritenete persone inferiori chi non legge libri, dimostrate quel che siete, arroganti”, scrive Antonio su Facebook. “Non ho mai letto libri, ma ho imparato tanto dai numerosi lavori che ho fatto”. Difficile non sentirsi più vicini ad Antonio che alla spocchia di chi pensa che leggere (o peggio, scrivere) libri sia un trofeo da esibire.??La sottosegretaria che non legge risponde come molti: “Non ho tempo”. Merita di diventare un capro espiatorio? Se si fosse vantata di non leggere, come hanno fatto e fanno parecchi suoi colleghi, sarebbe stato penoso e inaccettabile. Ma se avesse elencato venti libri letti nell’ultimo paio di mesi, saremmo più soddisfatti e convinti? È sciocco. D’altra parte, se la cultura ha un senso, lo guadagna non nel modo in cui la mostri, ma nel modo in cui la metti a frutto e la condividi. “Spero di valere di più del mio titolo di studio”, scherzava lo scrittore Giuseppe Pontiggia, prendendo le distanze dall’abitudine molto italiana di far precedere il proprio nome dalla fantozziana qualifica “dott.”.


Eccoci, allora. Abbiamo il “rissoso paesaggio social”, “i maestrini dalla penna rossa”, “lo snobismo di chi grida allo scandalo”: tutti elementi di contesto che spostano il tema originario un poco più in là. Il paradosso della sottosegretaria alla cultura che non legge perde consistenza, in un istante la discussione è approdata altrove.

Poi Di Paolo disserta sulla promozione della lettura e le sue strategie (sulle cose che dice sono del tutto d’accordo) ma ormai il bottone che ribalta il tavolo è stato spinto.

Qualcun altro, commentando altrove, senza troppo imbarazzo definisce la sottolineatura di questa stranezza come “l’illusoria superiorità antropologica dei lettori”. Così lo schema è completo. Il problema ora sono i lettori e le loro superbie.

Se la classe politica sceglie “uno di noi” (nel senso di “uno a caso” ma fedele) per occuparsi di cultura in nome del Governo, una signora bolognese che incidentalmente non legge un libro da tre anni, non è una buona notizia. Non lo è in generale e non dovrebbe esserlo a maggior ragione per coloro che passano la vita a leggere, ad approfondire, a scrivere libri, a discuterne sui giornali. Invece gli intellettuali spesso si vergognano, glissano, parlano d’altro. Discutono il loro fallimento piuttosto (in genere si tratta di quello di qualcun altro lì nei pressi) ma rifiutano lo scontro frontale, anche quando la contrapposizione sarebbe più che necessaria. Adorano i distinguo.

Gabriel Garcia Marquez, a un giornalista che gli domandava di riassumere in poche parole “Cent’anni di solitudine”, rispose che lui aveva speso 800 mila caratteri per scrivere quel libro e che non era capace di riassumerlo in 30 secondi. Che se lo leggesse, insomma se davvero era interessato. Se esiste un ruolo della classe intellettuale oggi in Italia è esattamente quello. Perdente e minoritario quanto volete. Quello di non cercare scorciatoie, di non invocare scuse, di non dare la colpa al tempo. Soprattutto di non vergognarsi della propria diversità. Se la sottosegretaria alla cultura che non legge libri è una sciagura, ditelo. Siete titolati a farlo. Ditelo, direttamente, senza parlare d’altro. Non lo pensate? Ok, va bene lo stesso, nel frattempo si è liberato per voi un posto in un talk show di prima serata.


update: mi viene in mente ora che sulla lettura qualche giorno fa ha scritto una cosa notevole Giulia Blasi. Un po’ c’entra.


A me dispiace per chi non ha mai letto, perché ha vissuto almeno un quarto di vita in meno. Il tempo della lettura è sempre stato per me tempo guadagnato, un’attività che riproduce la teoria dei mondi paralleli, in cui tutti siamo tutti gli altri e le possibilità sono infinite. (continua su FB)


11 commenti a “Tre anni senza un libro”

  1. unAlberto dice:

    Mi spiace moltissimo, me ne sto rendendo conto da un po’ di tempo.
    Non sono i matti che vanno dallo psichiatra, non sono gli ignoranti che vanno a scuola ….

  2. deid00 dice:

    “non era capace di riassumerlo in 30 secondi”

    Se Marquez non ne era capace, non significa che non si possa fare. La sintesi e` preziosa e molto molto difficile. Forse tutti dovremmo fare qualche sforzo in quella direzione.

  3. Isabella Gagliardi dice:

    Caro Mantellini, di certo non avrebbe dedicato le sue attenzioni – venate da uno strisciante maschilismo, al limite del sopportabile – al politico di turno, che – Uomo (le piace la Maiuscola?) – avesse formulato lo stesso concetto. Inoltre, accantonando per un momento la matrice sessista del suo commento (fortunatamente mi trovo all’estero per un convegno e respiro aria meno inquinata della sua – anche se mi trovo in India), le segnalo che non si tratta neppure di un unicum, di un hapax. Legga qui: https://www.grazia.fr/culture/livres/la-ministre-de-la-culture-n-a-pas-lu-un-livre-depuis-2-ans-704436. Prevengo la sua possibile critica alla mia fonte (Grazia): preferirebbe un periodico meglio accetto al genere maschile? Che so, Playboy? Le auguro di poter divenire in futuro un essere umano migliore. Saluti. IG (Università di Firenze)

  4. Luigi dice:

    @IsabellaGaglardi
    La segnalazione di una situazione analoga in Francia è utile e stimolante a riconsiderare la valutazione dell’affermazione Della sottosegretaria.
    Non capisco invece il richiamo a Mantellini di attaccare la sottosegretaria in quanto donna, attaccando lui in quanto uomo.

  5. Emanuele (l'altro) dice:

    “di non dare la colpa al tempo”

    Mah, se la mancanza di tempo è reale di chi è la colpa?

  6. Erasmo dice:

    Secondo me, Isabella è in realtà un villoso maschione che vuole mettere in ridicolo le femministe.

  7. massimo mantellini dice:

    Oddio Isabella, le confesso che non avevo considerato nemmeno la questione di genere, tanto che ho riletto il suo commento perché non avevo capito di cosa stesse parlando. Così ho riletto quanto avevo scritto e no, guardi, secondo me ha preso una cantonata. Il fatto che la politica non lettrice sia una donna e non un maschio io lo trovo del tutto irrilevante. saluti

  8. andy61 dice:

    Credo che la classe intellettuale italiana sia la categoria più sputtanata dopo la politica.
    Ho anche la netta impressione che col crollo del Muro e la fine delle ideologie l’intellettuale medio italiano sia spaesato come un cane che ha perso il padrone.

  9. Emanuele (l'altro) dice:

    @andy61

    In realtà l’intellettuale medio italiano si è ampiamente riposizionato così come la sinistra politica oggi PD, Il problema è che il riposizionamento gli ha fatto perdere il contatto con le masse.
    Una volta l’intellettuale filosofeggiava di argomenti sentiti da larghe fasce di popolazione mentre i politici facevano gli interessi di classi sociali ampiamente rappresentative del paese; oggi l’intellettuale filosofeggia sulla sua (autoproclamata) superiorità morale con cui blinda il discorso qualsiasi sia l’argomento e i politici, lasciate perdere le masse in accordo col grande capitale, hanno rivolto la loro attenzione a minoranze e battaglie “d’avanguardia” che non danno fastidio a chi ha i soldi. Il risultato è che il loro seguito è diventato un po’ come il pubblico di Rai 1, principalmente anziani che col tempo si vanno estinguendo.

  10. Andrea61 dice:

    Non è che forse l’intellettuale una volta arrivava dal basso mentre da tempo arriva dalle scuole più esclusive e le masse le ha viste solo in qualche vecchio film ?

  11. Umberto dice:

    L’intellettuale arriva quasi sempre dalle classi medie e/o agiate ieri come oggi. Da Calvino a Moravia a Pasolini mi pare che figli di poveri operai e contadini non ce ne siano molti. Le cose sono peggiorate dagli anni 70 in poi dove proprio i più benestanti e privilegiatierano i più estremisti e barricadieri, tranne poi tornare nei loro attici finita la festa (cit. Italia-Germania 4-3)

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