Io quando vedo una giovane e sorridente laureata in architettura consegnare pizze in bici con Foodora fra le buche di Roma e dire che stava in uno studio nel quale non la pagavano e che alla fine si era stancata di essere a carico dei genitori, provo molta pena per questo Paese. Penso al mio amico Francesco che è un coetaneo di questa ragazza e che fa l’architetto a Londra e penso che altrove probabilmente non sarà così ma che da noi il problema non siano tanto i lavoretti, che tutti quelli con il culo al caldo oggi stigmatizzano con veemenza, ma il lavoro per i giovani. Quello vero, quello dignitoso e equo. In alternativa accetto analisi su Foodora, Uber, Deliveroo e compagnia da chiunque (e certo sono sempre d’accordo credo che il problema esista e vada affrontato) a patto che sia gente che davvero a un certo punto si sia trovata nella condizione di scegliere fra il nulla e il pochissimo.

 

11 commenti a “I moralisti dei lavoretti”

  1. Sergio Longoni dice:

    Vedo un sacco di discussioni sul precariato ma nessuna discussione su come garantire che una persona assunta prenda lo stipendio o, in caso di fallimento della società dove lavora, gli arretrati.

    Siamo un paese pieno di piccole imprese, clienti di altre piccole imprese ed è facile che quando una non paga a catena ci smenino 10 aziende (o partite IVA).

    Purtroppo il sindacato ha la sua convenienza a tutelare chi lavora nelle grosse aziende, e i pensionati; allo stesso modo fanno i politici.

  2. layos dice:

    C’e’ da dire una cosa, in senso lato e non relativa al caso specifico, io conosco tanti giovani che magari seguono la propria passione accademica e culturale senza avere una chiara idea del “dopo”. In un mondo intasato di avvocati si laureano in giurisprudenza e poi possono fare i servi per anni in uno studio affermato in attesa che le briciole diventino fette di pane oppure provare a fare da se, in acque infestate da pesci più grandi, con pochissima speranza di trovare cibo per se. E lo stesso penso valga per gli architetti, professione della quale onestamente conosco meno. Poi magari si scopre che c’e’ una carenza mostruosa di ingegneri, di informatici, di chimici. Io ho, per contiguità professionale, tantissimi amici ingegneri e, guarda il caso, quando si parla di ragazzi costretti a fare i facchini o lavorare nei call center di ingegneri non ce ne è mai nemmeno uno.

    Questo ovviamente senza voler dare colpe o individuare cause, mi rendo conto che un discorso del genere è su un crinale scivoloso a finire subito in quel fastidioso “choosy” della Fornero che aveva gettato il sale su tante ferite ancora sanguinanti.

    Da bambini tutti vogliamo fare il calciatore, l’astronauta o l’etoile alla Scala, ma poi la strada per arrivare in quell’olimpo è talmente ripida da farci desistere presto.

    Bisognerebbe che ci fosse anche un po’ più di consapevolezza, quando si sceglie un percorso di studi, sulle traiettorie professionali che questi ci concedono.

    Mio cognato (laureato in lettere) con una punta di cinismo e amarezza commentava l’ennesimo tweet pieno di strafalcioni di un politico: “ma non potrà trovare un qualche laureato in materie umanistiche che lavora al call center a cui affidare il proprio profilo social”?

  3. Stefano dice:

    Nel bel video di Repubblica a un certo punto si citava il guadagno di Foodora, che in alcuni casi arrivava ‘addirittura’ al 25%. Ok, stiamo parlando però del 25% di due pizze. Chiaro che se di pizze ne consegni un milione al giorno sono soldi, ma i fattorini che le consegnano sono centinaia di migliaia, e anche i pochi euro per ciascuno diventano parecchi soldi.

    Invece che lamentarci, abbiamo solo due strade:
    1-capire che per dare un compenso equo al fattorino la consegna la dobbiamo pagare otto euro, anche se rischiamo di superare il valore della pizza
    2-capire che la gig economy è gig economy: va usata per arrotondare, non per vivere, per quello dobbiamo creare i presupposti per la creazione di lavoro vero E integrazione di reddito.

    Il resto è caciara.

  4. alessandro dice:

    Abbiamo tutti fatto lavoretti da ragazzi. Anche noi non-più-giovanissimi.

    Ma noi sapevamo che era per un periodo. Poi sarebbe arrivato un lavoro vero, tredicesima, ferie pagate, malattia.

    Questi sanno che è per tutta la vita. e per sempre così, da un lavoretto all’altro, dimenticati i diritti per tutta la vita.

    La differenza è tutta lì.

    Ma che gigantesca differenza.

  5. Emanuele dice:

    “Io ho, per contiguità professionale, tantissimi amici ingegneri e, guarda il caso, quando si parla di ragazzi costretti a fare i facchini o lavorare nei call center di ingegneri non ce ne è mai nemmeno uno”

    Io però di ingegneri che lavorano da ingegneri per stipendi indecenti ne ho conosciuti tanti negli ultimi 15 anni.

  6. Stefano dice:

    Sì Emanuele, pure io. Ma tanti di loro hanno avuto carriere indecenti per scelte personali (rispettabilissime), tipo il lavoro nella piccola impresa padronale a 5km da casa, l’indisponibilità a trasferirsi o imparare due parole in inglese.

  7. Andrea61 dice:

    Pensa che io ho penato un anno intero per trovare un ingegnere che sapesse un po’ di inglese, disposto a viaggiare (non spesso) e consapevole che dato il tipo di clienti ( acciaierie) gli orari potevano essere imprevedibili. Offrivo tempo indeterminato e auto aziendale nonché stipendio sui livelli alti di mercato.
    Ho intervistoato una cinquantina di ingegneri quasi tutti precari e ho ricevuto diversi rifiuti perché … alla sera ci sono gli amici e l’happy hour e al sabato o lo sport o la fidanzata. Ah, ovviamente la metà degli intervistati aveva una conoscenza dell’inglese improponibile ed erano disposti ad studiarlo solo a patto che fosse in orario lavorativo a pagato interamente dall’azienda.
    Non voglio dire che tutti siano così, ma se poi uno preferisce stare a casa senza allontanarsi dal proprio ambiente e non è disposto ad investire tempo e magari un po’ di risorse in formazione, ovvio che poi finisce nello studio o nell’aziendina dove lo sfruttano per quattro euro.

  8. Andrea dice:

    Secondo me manca lavoro di qualità: in Italia non c’è vera necessità di avvocati, ingegneri, architetti e quant’altro, quindi ci si può permettere di prendere un laureato e dargli 2 lire. Manca la spinta al futuro, a creare qualcosa di nuovo, ad innovare. Viviamo di turismo, di roba che ci hanno lasciato i nostri avi 500 anni fa, la conserviamo maluccio e la valorizziamo poco. Siamo morti, ma non ce ne siamo ancora accorti.

  9. Mike dice:

    Ma anche nel turismo prevale l’approssimazione. Spesso il turista viene visto come una rottura di scatole od un pollo da spennare, specie nei posti che si vendono da soli come Roma o Venezia, ma anche ad esempio in Liguria questo atteggiamento esiste.

    Del resto chi cerca una guida turistica, controlla effettivamente che la guida turistica abbia superato l’esame da guida turistica? Non dico che sia pure un laureato in architettura, ma fra l’altro sarebbe vietato che una non guida turistica faccia da guida.

    Un altro enorme problema che esiste in Italia è che l’incontro tra domanda ed offerta di lavoro non funziona. Le agenzie di recruiting non funzionano bene e neanche i centri per l’impiego. Si va molto sulle conoscenze come ha detto un po’ di tempo fa un ministro della repubblica, e quindi per chi cerca lavoro paradossalmente potrebbe essere più utile la vasca in centro e l’happy hour rispetto a studiare.

  10. Filippo dice:

    Il testo può anche esser convincente ma c’è un errore: con quei lavoretti non è vero che non si è più a carico dei genitori, basta anche un piccolo imprevisto, il sorriso è amarissimo e cela una profondissima ansia e depressione: molto spesso una ragazza in quelle condizioni non avrà il lusso della maternità e credo sia la più incredibile delle sconfitte dell’umanità.
    Questa è una società profondamente depressa e, se non si fa qualcosa pubblicamente, politicamente, prossima alla morte.

    Non è la crisi: è la gestione politica delle crisi. La crisi è stata gestita e ci sono delle responsabilità chiare. E questi ragazzi chi voteranno? A questo punto si accetta tutto, anche il reddito di cittadinanza, alla tedesca, alla francese, alla finlandese, alla svedese. Qualcosa è meglio di niente. Appunto.

    A latere: “..is nothing” è l’intercalare di quel personaggio che faceva il ‘cumenda’ milanese, Nicheli, e la sua fonte d’ispirazione era appunto Berlusconi. Forse quando parliamo e scriviamo nemmeno ci rendiamo conto del populismo quotidiano… Abitudine.

  11. Umberto dice:

    In Italia non manca lavoro di qualità ma mancano speso giovani che siano dispoti a sacrificarsi per arrivare al lavoro di qualità. Se si vuole il lavoro vicino casa (anche dei genitori ovviamente) con orari sicuri con ferie da subito (e che siano almeno 2 settimane eh!) senza essersi presi nemmeno i disturbo di prepararsi adeguatamente no ci può poi lamentare che si trovano lavoretti malpagati. E invece in Italia l’unica cosa che sanno fare è lamentarsi o pietire qualche raccomandazione in famiglia e nella cerchia di amici

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