1) accettare il cambiamento tecnologico
2) dotarsi di un regolamento
3) utilizzare il wi-fi
4) condividere la sperimentazione
5) chiarire cosa si può fare e cosa no
6) disabilitare le notifiche
7) è il docente che decide come usarli
8) solo per uso didattico
9) spiegare alle famiglie i motivi
10 educare a un utilizzo etico


Con la presentazione del (ragionevolissimo) decalogo per l’utilizzo dei cellulari degli studenti dentro le aule scolastiche (quello che i tecnici chiamano BYOD) si rianima la discussione sull’opportunità o meno di utilizzare simili strumenti.
Per quanto mi riguarda il punto rilevante resta uno solo e attiene alla strategia del nostro Paese sulle forme di educazione digitale da adottare (nella duplice accezione di didattica che si occupa di esplorare gli ambienti digitali e che utilizzi gli strumenti digitali per raccontare se stessa, sono due aspetti differenti e complementari).

E il punto è: BYOD è una forma estremamente complessa (oltre che un po’ furbetta) di educazione digitale mediata da strumenti tecnologici (aka i telefonini dei nostri figli). Richiede strutture tecnologiche che spesso non abbiamo (il 50% delle aule e forse di più non sono sotto wifi, servono software appositi multipiattaforma ecc.) e competenze degli insegnanti che abbiamo ancora meno. Vietare esperimenti del genere per queste ragioni sarebbe sciocco ma immaginare che la strategia dell’educazione digitale a scuola passi in maniera prioritaria attraverso questi strumenti lo è ancora di più.

Detto in altre parole: occorrerebbe fare un passo alla volta. Cablare le classi con connessioni adeguate (cosa che ora non è, forse nel 2020 dicunt), dotarle di strumenti elementari di accesso a Internet (una LIM o un notebook connesso per iniziare), formare gli insegnanti, renderli competenti sulla grammatica digitale (specie quelli che escono adesso dalle università che per i “vecchi” che non lo hanno già fatto da soli c’è ormai poco da fare). Incentivare le buone pratiche digitali con SOLDI e non con medaglie di cartone come quelle degli animatori digitali.

Detto in parole ancora diverse: la rivoluzione digitale a scuola in Italia non passerà per l’utilizzo sapiente dei cellulari, non ora, non per i prossimi 5-10 anni. Trattasi della solita scorciatoia che da noi va sempre molto di moda e che nasconde come può il deserto intorno. Capirlo ed iniziare ad occuparsi d’altro, di cose più concrete, più semplici e alla nostra portata, sarebbe per il MIUR e per tutta la discussione pubblica un enorme passo in avanti. Diversamente accadrà come al solito, che di salto in salto verso frontiere tecnologiche luminosissime che tutti gli altri fino ad ora nemmeno hanno immaginato, continueremo a restare gli ultimi della classe.

3 commenti a “Il solito problema dei cellulari a scuola”

  1. Il Gigante dice:

    Per me si introduce anche una divisione di classe: come coniugare il figlio del ricco con smartphone ultimo modello con quello del povero che magari ha un terminale vetusto? Non sarebbero alla pari con gli strumenti cognitivi…
    Mi sto sbagliando?

  2. Gianni Bianciardi dice:

    Dunque, il ragionamento può essere vero se riferito alla grande maggioranza delle scuole superiori (io parlo della zona in cui vivo e lavoro, la Toscana), me non per il primo ciclo.
    La grande maggioranza delle scuole è connessa, spesso con la fibra, anche se le velocità sono intorno ai 100 Mb, le LIM sono presenti in quasi tutte le classi. Grazie al registro elettronico, in tutte le aule sono presenti pc.
    Il vero problema è capire cosa facciamo con questi dispositivi. Per poterli usare al meglio serve una scelta ponderata dei libri di testo ed una programmazione puntuale di quello che si vuole fare. Il passo successivo quale è?
    Secondo me la strada del BYOD può essere sensata per portare gli alunni da essere usuifritori di contenuti a divenirne i produttori. Quale può essere l’alternativa? Dotare tutti gli alunni di un notebook? Non credo.
    Di un tablet come molti produttori hanno spinto negli anni scorsi? Ho visto dimostrazioni con Ipad ed accessori dedicati con relativa app che serve a svolgere un certo esperimento. Solo quello. È poi?
    La grande forse, attualmente, del digitale sta nella comunicazione, nella condivisione di dati, materiali, contenuti, facilmente gestibili con piattaforma esistenti come le gapps (gratuite per le scuole) o edmodo.
    Questo può essere un modo per far entrare degli strumenti digitali nella scuola, chi avrà voglia e tempo potrà approfondire il coding, scratch o quel che si vuole, nella consapevolezza che si tratta di strumenti che ci danno qualcosa in più, ma che inevitabilmente portano via del tempo ad attività che a scuola i docenti e gli alunni anno dopo anno.
    Al momento, giustamente per me, non abbiamo indicazioni precise su cosa fare, quale frazione del tempo scuola dedicare al digitale. In passato si è tagliato degli insegnamenti per inserirne altri (la seconda lingua alle medie). Il digitale essendo uno strumento, dovrà discretamente (o meno) entrare nella didattica quotidiana di tutti i docenti.
    Mi rendo conto di aver scritto alcuni concetti confusi e forse anche contraddittori. Potrei dare la colpa ad aver scritto di getto sul mio smartphone, ma in realtà penso sia perché non so realmente come possa essere veramente utilizzato efficacemente il digitale a scuola, ed al di là di enunciare principi di massima, penso che lo sappiano in pochi.

  3. è questa la novità - ATBV dice:

    […] E questa settimana si è quindi molto parlato di «cellulari in classe», confondendo un po’, a mio parere, il fatto che gli alunni possano cazzeggiare sui loro smartphone durante le lezioni di letteratura, con il fatto che le nuove tecnologie possano (sottolineo: possano) essere, in taluni casi (taluni) una risorsa per l’insegnamento. Io credo che possano esserlo, in effetti. E in effetti mi è pure capitato di usarli, gli smartphone, di farli usare, di consentirne l’uso finanche durante una verifica (era una verifica un po’ speciale, ovviamente; in cui l’uso degli smartphone non risolveva nessuno dei problemi presenti nella verifica, ovviamente). E le parole più sensate che ho trovato in rete sulla questione le ha scritte Massimo Mantellini, che di tecnologia a scuola si è già occupato in passato, e che ha scritto così: […]

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