Succede sempre così. Si parte da una suggestione. Michele Mari, uno scrittore che adoro, scrive la recensione di un libro stranissimo, pubblicato da un piccolo editore nel 1977 e poi rapidamente dimenticato. Quel testo resta sostanzialmente sconosciuto fino a quando qualche tempo fa viene tradotto e pubblicato in USA. Così, per certe traiettorie sghembe, imprevedibili e bellissime, che solo l’arte può immaginare, quel libro di 40 anni fa torna oggi a noi. A me, in particolare, attraverso le parole di uno scrittore che amo, dentro una recensione nella quale si cita tra l’altro Dissipatio HG, altro testo poco noto di Guido Morselli, altro libro oscuro che ho amato profondamente e che venne pubblicato postumo in quel medesimo 1977, dopo che Morselli si era sparato un colpo in testa, ucciso dall’ossessione di un riconoscimento per il suo lavoro che non arrivava. Sulla sua scrivania fu ritrovata una cartellina con la contabilità ben ordinata dei rifiuti ricevuti dai principali editori italiani. Il riconoscimento alla sua opera arrivò poi, postumo e incompleto, solo dopo la sua morte. A De Maria andò anche peggio. Morto nel 2009 senza aver scritto null’altro dopo quel testo di 32 anni prima.

Il libro di cui parlo, segnalato da Michele Mari su Repubblica, si chiama “Le venti giornate di Torino“, lo ha ripubblicato dopo 40 anni Frassinelli (che dio li abbia in gloria) ed è un libro stranissimo, notturno e inquietante, torinese: letteratura allo stato puro. L’ho letto in viaggio, negli ultimi giorni, in aereo e in treno, dentro sale d’attesa, mentre da qualche parte aspettavo qualcosa o qualcuno. È un libro breve. Se siete un po’ sciocchini vi concentrerete sul legame fra la biblioteca torinese descritta da De Maria (un luogo esoterico e inquietante nel quale tutti scrivevano di tutto esponendo sé stessi al giudizio degli altri) e Facebook (che anche l’editore furbescamente utilizza per promuovere il libro); se lo sarete un po’ meno vi interesserà il racconto di una città intossicata e eterea, le parole lucidissime di uno scrittore a cavallo fra la pazzia e l’intuizione. Il luogo nel quale, di solito, le cose più interessanti accadono.




p.s la miglior recensione italiana al libro di De Maria l’ha scritta Sara Marzullo qui.

2 commenti a “Le venti giornate di Torino”

  1. Pepato dice:

    (Attenzione: è Frassinelli!)
    Libro meraviglioso – e da bibliotecario torinese posso garantirti che l’immagine della Biblioteca è molto meno “sciocchina” di come tu voglia far credere ;)

  2. massimo mantellini dice:

    @Pepato, grazie corretto

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