01
Nov

«Ragioniere si uccide gettandosi dal quinto piano». Se si trattasse del figlio del cronista, direbbe «ragioniere»? No, scriverebbe: «Giovane si uccide gettandosi dal quinto piano». Il «ragioniere», l’epiteto professionale, l’attributo professionale, riferito a una circostanza tragica finsice per essere inevitabilmente riduttivo. Ora, si può anche capire che un cronista, per amore del colore, per amore di un’aggettivazione, una qualificazione professionale, scelga questa soluzione. Bene, deve tener presente però che non è una soluzione neutra come pensa: il linguaggio è carico di violenza. Noi dobbiamo sempre aver presente che il linguaggio è potenzialmente violento. Noi ce ne accorgiamo solamente quando siamo coinvolti sul piano emotivo e personale. Voglio dire, chi è parente di un handicappato o di un disabile, non dirà mai «mongoloide» come offesa; non dirà mai «handicappato». Perché? Perché diventa sensibile a un’area che lo riguarda personalmente; però, persone invece che non siano state toccate da questa esperienza, usano spesso termini sbagliati, per esempio dire «spastico», che, anni fa, mi ricordo di aver sentito più volte nel senso di «individuo poco dotato intellettualmente». Il che fra l’altro è assolutamente falso, perché la spasticità può non interferire minimamente con l’intelligenza, e coesistere con l’intelligenza più straordinaria; però perché questa brutalità del linguaggio si manifesta? Perché la persona non è coinvolta sul piano diretto, sul piano personale, dalla terminologia. Io ho visto, nei miei anni di banca, delle cose anche comiche, a difesa della terminologia che riguardava il territorio professionale di ciascuno. Allora «vice-segretario», «vice-capoufficio»: guai a sbagliare i termini! Si diventa straordinariamente sensibili sul piano linguistico, quando si tratta di definire la propria funzione. Nei confronti degli altri si è brutali; quando si tratta, invece, di difendere il proprio status, allora si acquista una sensibilità linguistica straordinaria. Io suggerirei, quando si scrive, e quando si danno i titoli agli articoli anche di cronaca, di riflettere sulla violenza che si sta esercitando usando un linguaggio apparentemente neutro.

[Giuseppe Pontiggia, conversazione sullo scrivere numero 10]



via Marco Giacosa su FB

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