Leggo quello che ha scritto Paolo Iabichino su FB a riguardo della piccola storia internettiana di ieri. Ogni giorno ne ha una. Ogni giorno la nuova storia fa dimenticare quella precedente. Quella di ieri riguarda un breve video amatoriale girato dagli impiegati di una banca. Un video ridicolo, fantozziano nel senso migliore del termine (vale a dire esplicativo di una tristezza del vivere contro la quale nulla possiamo). Leggo – dicevo – quello che scrive Paolo e come spesso mi succede in questi casi non so bene cosa pensare. Al di là delle questioni tecniche che ogni storia porta con sé (in questo caso il video era privato, faceva probabilmente parte di un contest aziendale ed è stato diffuso all’insaputa degli attori) gli elementi indotti dallo sciame digitale che si riunisce per un istante attorno ad un solo punto sono sempre i medesimi. La comunicazione diventa invasiva e pressante, canzonatoria e talvolta inopportuna e violenta. Paolo parla esplicitamente di bullismo. A quel punto gli esperti raggiungono il luogo del misfatto e spiegano cosa si doveva fare e cosa non si è fatto, altri raggiungono i profili social dei malcapitati per il gusto macabro di vedere chi siano le persone che girano video del genere. Insomma, nulla di particolarmente edificante accade. La maggioranza passa da lì, si ferma un attimo attorno al capannello, sorride e se ne va.

Forse simili istantanee reazioni raccontano qualcosa della nostra cultura digitale, forse semplicemente disvelano pensieri e automatismi che portiano dentro di noi e che oggi trovano un percorso per essere rappresentati. Qualcuno, acutamente, nei commenti da Iabichino citava La Divina Commedia e la sua lunga lista di reprobi. Riunire l’attenzione generale attorno ad un episodio ridicolo è certamente anche un modello di business. Per molti (come in questo caso) il discrimine potrà essere la volontarietà o meno dell’esposizione pubblica. Ma anche questo non sembra sufficiente per indicare un percorso etico che valga per tutti. Contano poi le posizioni sociali degi interessanti, la loro eventuale rilevanza sociale, conta la nostra sensibilità personale, la prontezza dell’immaginarsi dall’altro lato del ridicolo. Conta l’effetto indotto dal branco, le nostre personali frustrazioni, il piede con il quale siamo scesi dal letto quella mattina.


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