Siamo gli ultimi. La Grecia ha il 30% di laureati e noi il 18%. La media Ocse è 36%. UK e USA sono a 46%. Nel sud Italia e nelle isole negli ultimi 5 anni gli iscritti a un corso di laurea sono diminuiti di quasi il 20%. E Il Sole 24 ore dice che il problema sono le lauree umanistiche.


(fonte)

23 commenti a “I numeri incredibili dei laureati in Italia”

  1. Luigi dice:

    I numeri di U.K. e USA sono “sospetti”. In quei paesi l’istruzione terziaria è un business. Potrebbe essere che vengono conteggiati il numero dei laureati senza distinzione della loro cittadinanza. Se qualcuno ha avuto modo di visitare un campus statunitense sa cosa voglio dire, la presenza di asiatici e stranieri è predominante.

  2. Luigi dice:

    Sarei felice se qualcuno mi spiegasse l’apparente paradosso italiano: nonostante il basso numero di laureati, per loro trovare un impiego è difficile. Anche laureati in discipline scientifiche (anzi soprattutto loro) devono rivolgersi al mercato del lavoro europeo. Il fenomeno è contro intuitivo: il basso numero di laureati dovrebbe rendere competitiva sul mercato del lavoro il loro titolo di studio.

  3. Giampaolo dice:

    O forse il mercato del lavoro non richiede laureati…

  4. Giuseppe dice:

    Certo, le lauree umanistiche. (Come se in Italia non avessimo abbastanza musei, gallerie, biblioteche, monumenti e archivi da occuparli tutti. No, meglio lasciare tutto chiuso per carenza di personale.)

    Piuttosto, qual è il trend degli ultimi 10-15 anni? Non è che semplicemente si sono tutti resi conto che investire 5 anni all’università (che poi sono 4 all’estero) non conviene affatto, perché non aiuta a trovare sbocchi migliori, ed è meglio mettersi a lavorare subito? E qual è la percentuale dei laureati che se ne va all’estero?

    E qual è il _vero_ livello di preparazione di un laureato italiano, rispetto a uno inglese, francese, tedesco, spagnolo, greco, svedese?

  5. Emanuele (l'altro) dice:

    Presumo che siano considerate tutte le lauree, triennali e magistrali.
    Dal momento che le triennali sono state introdotte per facilitare il raggiungimento di un certo livello di studi e per attirare gente che prima trovandosi davanti 5 anni di impegno non si iscriveva, il fatto che ci siano sempre pochi laureati e persino in diminuzione è evidentemente indice della sempre meno fiducia che in questo paese si ripone nel titolo di laurea.
    Del resto se si parla sempre di cervelli in fuga (laureati che cercano fortuna all’estero) e se da anni i politici ci martellano dicendo che abbiamo bisogno di immigrati per pagarci le pensioni, una infima percentuale dei quali è laureata, che reazioni pensate ci possano essere?

  6. Alfonso Fuggetta dice:

    Massimo, post così non aiutano e anzi fanno confusione. Basta vedere i commenti precedenti.

    Esiste un problema di skill gap, è certo. Questo non vuol dire che non servono le lauree umanistiche, ma che l’equilibrio tra le diverse discipline è sbagliato. Così come la distribuzione sul territorio nazionale.

    Avevo scritto di questi temi proprio cercando di analizzare il discorso in modo più articolato. Altrimenti si ottiene l’effetto perverso di disincentivare lo studio che è esattamente l’opposto di quel che serve.

  7. Lorenzo Maina dice:

    D’accordo.

  8. Alfonso Fuggetta dice:

    https://medium.com/la-bella-terra/perch%C3%A9-serve-studiare-sempre-4b7fe488d3e4?source=linkShare-74ad4b96ced3-1505562432

  9. Roberto dice:

    Le due tabelle si contraddicono e sono matematicamente incompatibili, se le leggo bene.
    Di 100 iscritti alla scuola elementare, se ne laureano 18. OK.
    Di 1.6m di iscritti all’università, se ne laureano 300k. Concedetemi di assumere che negli ultimi 5-6 anni ci sia stato un numero abbastanza costante di iscritti. Quindi la % di successo è del 18%.
    Quindi tutti quelli che si iscrivono alle elementari si iscrivono all’università per poi non completarla?
    Dove sbaglio?

  10. lorenzo maina dice:

    Nei tempi?

  11. stefano dice:

    il termine “laureato” in se’ non dice niente.Purtroppo la gente pensa che basta questa parola per considerare una persona diversamente e meglio da chi non ce l’ha.Anch’io ho frequentato le universita’ e ne ho viste di tutti i colori.Gente che si trasferiva da una universita’ del sud ad una del nord all’ultimo esame solo per fare la tesi e vedersi riconosciuta una laurea presa in una universita’ piu’ prestigiosa senza sapere niente.Aule intere che copiavano durante esami scritti,purtroppo molte ragazze che si vestivano succintamente perche’ il prof che le esaminava le dava 30 perche’ e’ un peccato rovinare la media.Ci sono anche bravi ragazzi,ma troppe volte ho visto scene cosi’ o di altro tipo troppo lunghe d spiegare.E poi un laureato in scienze politiche e’ paragonabile ad uno di economia e commercio? Stessi programmi ,ma un decimo da studiare,e uno in pedagogia e’ piu’ in gamba di un ragioniere informatico? e uno psicologo vale piu’ di un perito informatico? E se un diplomato continua a leggere informarsi studiare con passione volonta’ determinazione senza frequentare altre scuole e’ sempre una nullita’? e tutto quello che impara anche un bravo ingegnere all’universita’ quanto vale nella cultura totale del suo campo? prendiamo esempio l’esame di tecnica bancaria,nel totale di tutta la cultura bancaria esistente nello stato,quanto rappresentano quei due libri che studi per quell’esame?Nulla.Un laureato sa poco piu’ di nulla e pochissimo piu’ di un diplomato e sicuramente meno di chi continua e non smette di leggere imparare informarsi senza essere mai andato a scuola.Sara’ anche semplicistico ma i laureati non sono superdei ,ma hanno solo letto alcuni libri e non e’ detto che li abbiano capiti veramente,tutto questo indipendentemente dal talento,predisposizione, determinazione, passione,dedizione,costanza.Bisognerebbe giudicare da quello che sai e sai fare e,ma e’ molto difficile, dalla potenzialita’

  12. Matteo Z dice:

    se i laureati italiani sono così pochi ma i loro stipendi sono i più bassi d’europa (ingegneri compresi) forse il problema è nella struttura e dimensione delle aziende italiche e non nell’università o nei studenti.

  13. malb dice:

    Un po’ di tempo fa Luca De Base in una ipotesi di ricerca per il lavoro nel futuro ha scritto citando Sole 24 ore: “… nello stesso tempo si osservano dei disallineamenti incredibili tra il numero di persone che vanno all’università e la domanda di laureati, tra il numero di laureati in materie scientifiche e la necessità di figure con queste specializzazioni nelle aziende, tra la scarsità di personale qualificato e la disponibilità delle aziende a pagarlo molto di più.” Ora, sempre su Sole 24 ore, ritorna la denuncia dello scarso numero di laureali e dei troppi laureati in discipline umanistiche, ma si sorvola sul terzo disallineamento che invece contiene buona parte della spiegazione degli altri: il fatto che personale qualificato sia pagato poco, nonostante la scarsità, è indice di una politica dei datori di lavoro italiani che si estende anche ai laureati.
    Buona parte del resto della spiegazione va, a mio parere ricercato nella composizione del lavoro in Italia è orientata verso posizioni di bassa qualità e precarie nella durata. Basta considerare che a fronte di una migrazione di giovani verso l’estero, soprattutto CE, in Italia circa il 10% di quelli che lavorano è composto da immigrati da paesi extraeuropei che non credo occupino posti di lavoro di alta qualificazione. Oppure considerare che la politica degli ultimi governi è tutta orientata allo sviluppo del turismo in cui gli ingegneri servono poco, mentre quella industriale è abbandonata a se stessa o meglio ai giochi delle multinazionali.
    Il poco restante della spiegazione può forse essere trovato nel cattivo orientamento fornito ai giovani dalla scuola e da altri apparati che comunque ha un peso molto ridotto.
    In conclusione Confindustria per affrontare il problema, farebbe bene a guardare in casa sua piuttosto che chiedere riduzioni fiscali per un lavoro che rimane di bassa qualità.

  14. andrea dice:

    “Nel sud Italia e nelle isole negli ultimi 5 anni gli iscritti a un corso di laurea sono diminuiti di quasi il 20%. ”

    il che corrisponde, più o meno, alla contrazione della docenza universitaria negli ultimi dieci anni.

    si tratta di una politica scientemente perseguita: in italia non abbiamo bisogno di laureati, ma di buoni diplomati. chiedi a qualunque capitano d’impresa, o financo al ministro del lavoro, per averne conferma.

    (non chiedere a quella dell’istruzione, ché ti risponderebbe che l’istruzione obbligatoria è più che sufficiente)

  15. lorenzo maina dice:

    Letti i commenti, due sono gli argomenti che mi convincono di più:
    1. Vi sono tanti stranieri laureati in Italia (specie a NO: i cinesi del politecnico di Torino) e tanti italiani laureati all’estero (da tutta Italia).
    2. I datori di lavoro (e Confindustria che edita il Sole 24 ore) sono in parte responsabili di queste % con politiche delle assunzioni miopi.

    Poi ce n’è forse una terza; chi va all’università o ci manda i figli troppo spesso forse pensa che lì si comprano delle conoscenze e delle competenze; invece secondo me lì si impara soprattutto a costruire una rete e ad impegnarsi con metodo.

  16. paolo d.a. dice:

    Non ho idea delle ragioni, immagino siano annidate nello sfacelo del mercato del lavoro italiota, però mi chiedo se ci sia una relazione con una scuola elementare svuotata (da sempre) di competenze, programmi scolastici che puntano sul nozionismo anziché sullo sviluppo della curiosità e fondamentalmente un livello terrificante del mondo docente, ancora drammaticamente anziano.

    Riassumendo abbiamo i famosi ricercatori che o vanno all’estero o fanno i camerieri, eserciti di ingegneri e architetti che fanno i consulenti nei centri per l’impiego, tonnellate di archeologi che fanno gli youtuber.

    E poi ci sono gli altri, i non laureati, che sfottono i laureati (vedi sopra) senza cogliere la gravità di un paese privo e privato di competenze, il che significa anche una classe dirigente del tutto insufficiente, la tentazione dimaista, lo spadroneggiamento dalemiano, i no a referendum probabilmente incomprensibili ai più (la grande maggioranza degli italiani dice l’Ocse – mi ripeto – non capisce cosa legge).

    Alfonso ha ragionissima, studiare serve sempre. Ma penso che agli italiani non venga insegnato a farlo: da quando entrano in una scuola la loro creatività e potenzialità viene massacrata. Da decenni. Basta confrontare il trattamento economico di un professore universitario e quello di un insegnante elementare. Il secondo è infinitamente più decisivo nel formare l’individuo ma guadagna una frazione dell’altro e non gli vengono richieste vere competenze professionali.

    Ho fatto parte della scuola superiore negli Usa, qui dico che la scuola negli States è al centro della società, è proprio posta in mezzo alla città e tutto l’indotto di scuole e università costituisce il tessuto economico e sociale dell’intera città. Qui da noi non riusciamo neppure a bonificare l’eternit da edifici che andrebbero demoliti e nei quali facciamo entrare bambini ogni giorno, preparndoci ad azzopparli per benino.

  17. pino josi dice:

    a mio avviso sn pure troppi

    il ns sistema scolastico sforna persone incapaci di distinguere la dx dalla sx il cui futuro è un call center o un posto da commesso

    circa i dati uk è da tener presnte hce lì vi studiano i figli dell’upperclass europea italia compresa

  18. alessandro dice:

    …la laurea e l’università sono innanzitutto networking e relazione. L’università, se fatta con passione, è una finestra sul mondo e ti regala amicizie che ti restano per una vita, professori compresi.
    La laurea non è, non si traduce, in un posto di lavoro, niente lo è oggi, a parte master costosissimi la cui utilità è quella di piazzarti in grandi aziende facendoti entrare dalla porta principale come stagista, niente di più. E’ proprio un errore di prospettiva. Cosa dite a vostro figlio: scegli la laurea in base alla possibilità di trovare un lavoro o scegli di studiare quello che più ti piace? Non aver frequentato l’università, non aver vissuto lontano da casa a 19 anni squattrinati, non aver finito calzini e mutande e pasta e vino, è un gap che poi ripaghi negli anni perché i calzini e le mutande li finisci dopo. Stai solo in ritardo rispetto ai tuoi coetanei. Fra l’altro la laurea ti obbliga a vivere con persone diverse, a parlare lingue diverse, e a mangiare piatti che mai ti saresti sognato esistessero. Insomma, mi piacerebbe tutti cercassimo di uscire dallo schema: laurea-lavoro e soprattutto laurea-soldi-successo. Non è così per fortuna, esistono tanti modelli, tante vite. Non c’è bisogno del sole24ore per sapere che l’università uk, cambridge oxford e varie business school ti danno un placement superiore all’italia. Ma siamo sicuri che quello è il modello che vogliamo per noi e per i nostri figli? mai andati e/o mandato vostri figli?

  19. mike dice:

    Sono d’accordo con Alessandro. Studiare serve SEMPRE. A mantenere il cervello attivo se non altro, anche fare un corso di una lingua straniera od imparare qualche cosa di nuovo aiuta.

    Certo una laurea costa ftica, ed anche lo studio “per hobby”, ma alla fine ripaga. Purtroppo in Italia le cicale che non hanno studiato e si fanno di TV e di cose inutili sfottono chi studia.

    Il padronato italiano (non li si può chiamare imprenditori) ovviamente tratta come pezze da pieid chi ha studiato sia dal punto di vista economico che dal punto divista morale.

    Certo se oltre all’abbonamento a Sky per vedere la Giuventusse e la serarata al ristodisco di tendenza con il vestito nuovo uno non va, uno che passa le serate a studiare Bach deve essere alieno.

  20. Pepato dice:

    Quando si parla di laureati per area geografica (NO, NE, centro, sud, isole) si parla di cittadini residenti provenienti da quelle aree o di studenti di atenei di quelle aree? Perché io posso immaginare studenti meridionali che vanno a studiare a nord, quindi il problema riguardarebbe le strutture e non le persone.

  21. layos dice:

    Io ci ho provato ad andare all’università, certo sono sempre stato uno studente un po’ indolente, però diciamo che è un posto che fa ogni cosa per scoraggiarti a proseguire.
    Il primo giorno eravamo assiepati come le bestie in un’aula tremenda con il professore che parlava in un microfono distorto dalla saturazione che lo faceva sembrare un arrotino che propone di aggiustare gli ombrelli.
    Ci disse, non preoccupatevi se state seduti per terra, fra pochi mesi sarete meno della metà, l’anno prossimo meno di un quinto.
    Io oggi senza aver terminato il mio cursus studiorum faccio lo stesso lavoro identico dei miei amici che invece hanno tenuto duro per il pezzo di carta, salvo quelli che hanno deciso di spenderselo bene andando a lavorare negli USA o in Nord Europa e stanno facendo carriere promettenti.
    A parte la delusione negli occhi di mia madre buonanima, quando le dissi che non avevo intenzione di perdere 5 anni della mia vita in quel posto, debbo dire che non sono pentito della scelta. Anche se è vero che ogni tanto capita qualcuno che pensa che quello che hai da dire non valga di per se ma solo se è accompagnato da un qualche titolo accademico.
    Per fortuna per chi fa il mio lavoro (software) i fatti alla fine parlano più delle chiacchiere e dei PhD (senza nulla togliere a chi si è fatto il culo sui libri ed ha ottenuto un risultato per il quale io invece ho mollato l’osso, non voglio fare la proverbiale volpe con l’uva).

    Inoltre le persone si laureano sperando poi di trovare un lavoro impiegatizio che sono invece quelli che scarseggiano maggiormente, soprattutto per quelli laureati in materie umanistiche, e la cosa scoraggia ovviamente chi si cimenta. E non tutti poi possono essere portati per le materie scientifico-matematiche.

    La collettività, quindi la politica, dovrebbe incentivare percorsi di formazione in cui siamo carenti come know how ed incentivare quei percorsi che poi portano ad avere uno sbocco professionale certo o probabile, piuttosto che lasciare che migliaia di ragazzi si laureino in giurisprudenza o economia salvo poi rendersi conto che dovranno fare la gavetta da avvocati o commercialisti guadagnando meno di uno che, fatto il professionale, è andato a bottega da un elettricista o un idraulico e poi si è messo in proprio.

  22. Sandro dice:

    Il Sole 24 ore dimentica il conteggio dei laureati alla “libera università della strada”… quelli che sanno tutto di tutto, dagli stuzzicadenti alle bombe a mano, dai vaccini a come si organizza una facoltà, quelli che sanno come prevedere i terremoti, quelli che mio cuggino mi ha detto che… e quindi è VERITA’ incisa sulla pietra, quelli delle scie chimiche, delle biowashball, della memoria dell’acqua, dell’acqua magnetizzata, dell’omeopatia e delle medicine “alternative”. Ecco, contati quelli, siamo primi nel mondo! Il fatto è che i “laureati” di quest’ultimo tipo vanno alla grande oggi ed ottengono sempre più consensi. Viviamo in un periodo storico (tutto italiano o quasi) che svilisce il sapere, la conoscenza e soprattutto la ricerca. E’ oggettivo il fatto che chiunque esca da un ciclo di studi debba fare un periodo di gavetta/tirocinio/praticantato. Ma questi in Italia durano 30 anni. E non può continuare a funzionare così se vogliamo crescere come Paese.

  23. Step dice:

    “E Il Sole 24 ore dice che il problema sono le lauree umanistiche.”
    AHAHAHAH ancora con questa stronzata.
    Provate a laurearvi nella laurea più scientifica e spendibile al mondo in Italia, coglioni. Dovete in ogni caso
    – trasferirvi a Milano, perché qualsiasi altro polo non assorbe manodopera qualificata a ritmo non preistorico
    – competere quindi con tutto il resto d’Italia per gli stessi posti qualificati a Milano
    – essere disposti ad andare in debito per due anni per via di stage del cazzo pagati 100 euro al mese
    – continuare ad essere in debito per almeno altri due anni o in alternativa in condizioni da terzo mondo a fare i pendolari e vivere con coinquilini per rientrare nei prezzi FOLLI che non si capisce come ancora abbiamo + 30% di stipendio MANGIATO da tasse regressive modello sudamerica
    – ok, ce l’hai fatta fin qui. bravo! sai ora che ti aspetta? ti aumentiamo la paga a 2000, o se caghi il cazzo 3000, e resti nella stessa posizione e con la stessa paga a vita! tutto ciò mentre ovunque ti giri c’è un magna magna da far impressione da parte di perfetti incompetenti.
    – congratulazioni: ora sei finalmente pronto per fare le valigie e andare all’estero e venire assunto con uno stipendio al livello delle tue competenze. perché se non lo fai, l’alternativa è il punto precedente.

    E questo con un titolo di studio STEM 110 e lode, eh.
    E il problema sarebbero le lauree umanistiche? Ah, intendete quel 5-10% di Italiani che ancora sa scrivere in Italiano corretto invece di sbagliare verbi, apostrofi e punteggiatura, che ormai apro LinkedIn e mi sembra di stare in Nigeria? Ah ok, certo, sono senz’altro loro il problema.
    Ma vaffanculo pezzi di merda, piantatela con le puttanate.

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