Ora improvvisamente tutti guardano il disegno di legge Quintarelli. È bastata la discesa a Roma di qualche lobbista di medio cabotaggio che la politica si è scatenata, i giornali hanno iniziato ad occuparsene come se fosse il provvedimento pià importante del mondo, e così Quintarelli – come avviene sempre in questi casi – è stato rapidamente lasciato solo a difendere la legge che porta il suo nome. La norma contiene due punti, uno sulla neutralità della rete e uno sui diritti dei cittadini nei confronti dei software che utilizzano. Nonostante il suo cammino sia stato fino a ieri stranamente placido era una legge nata per andare a sbattere prima o poi fragorosamente contro qualcosa di molto duro. E infatti alla fine è successo.

Come scrivevo in un tweet qualche giorno fa (che è stato ripreso su questo articolo di Repubblica) nulla è squisitamente politico oggi come una discussione del genere, specie quella sulla neutralità. E poiché della politica delle reti se ne fregano tutti da sempre immaginare che una legge così fortemente politica possa prescindere da una precedente presa di coscienza al riguardo è pura fantascienza. Il Parlamento e il governo per esempio, (sia quello in carica che il governo precedente) non hanno mai preso una posizione sulla neutralità del network: probabile che non sapessero cosa fosse, forse pensavano (e forse continuano a pensare) che si tratti di un tema poco rilevante. È vero il contrario ma finché la politica sarà ridotta così male ipotizzare un cammino parlamentare (oltretutto con una norma dai toni tanto decisi) non mi pare la più saggia delle decisioni. Sulla neutralità, per capirci, tutta l’industria di riferimento è assolutamente contraria, si tratta forse dell’unico argomento sul quale le telco potrebbero anche non litigare, mentre la politica, da sempre, lascia fare e tutto (e quando dico tutto intendo TUTTO) viene deciso sottobanco senza alcuna responsabilità politica ad uso e consumo dei lobbisti pià scafati.

Ma la crocissione di Quintarelli, per amore di paradosso, ha riguardato soprattutto le sue pretese di consegnare ai cittadini la potestà sul software che utilizzano o almeno una sua parvenza. Io penso che quell’articolo del ddl sia molto romantico e condivisibile ma semplicemente irrealistico, come se i walled garden di Apple o chiunque altro potessero essere scalfiti da una norma nazionale che impone a Tim Cook di garantire al cittadino Mario Rossi di installare sul suo iPhone il software che pare a lui. Pura fantascienza così come è fantascienza quella contenuta in molti articoli di questi giorni che spiegavano che una legge dello Stato italiano avrebbe messo fuorilegge gli iPhone in Italia. Alla stampa non è parso vero poter agitare uno spettro del genere.

Per conto mio la strada nei confronti dei giardini recintati (come lo store di iOS) è quella duplice di rispettare entro certi limiti le scelte dei cittadini informati e al contempo di osservare cosa è accaduto in rete in questi ultimi 20 anni. Ogni volta che qualcuno ha esagerato con i muri la gente semplicemente se ne è andata altrove. Per farlo, non dimentichiamolo ci serve una rete bastevolmente neutrale.

Sulla neutralità il percorso è più complesso ma di nuovo è del tutto politico e paradossalmente non è separato dall’altro immenso casino nel quale la politica delle reti sta galleggiando in Italia in questi mesi, quello della rete ultrabroadband, del suo tribolato sviluppo e del suo probabile prossimo fallimento. Altro tema nel quale l’insipienza della politica l’ha fatta da padrona, sempre per le medesime ragioni dette sopra. Nessuna idea sulla politica delle reti da parte di chi ci governa. Gente che dice cose a caso, una volta bianche e l’altra volta nere.

La politica delle reti del resto è questa roba qui: mettere assieme tutti quelli che oggi connettono il Paese, farli ragionare, spiegare loro un progetto che abbiamo per i cittadini. A patto di averne uno. Spiegare loro che sono importanti, tutti assieme. Là dentro passa il futuro del Paese, passano cose ben più importanti dei bisticci su chi metterà la fibra in questa o in quella città. Ma per farlo serve una visione e anche un po’ di autorevolezza, che non può ovviamente essere la mia e nemmeno quella di Stefano Quintarelli. La politica delle reti la fa chi ci governa in nome del mandato che ha ricevuto. Fino ad oggi, semplicemente, non ha saputo farla o ha pensato che non farla. Non dire nulla, fischiettare, lasciar andare le cose, no, non è stata una grande idea. Tutto il resto purtroppo accade di conseguenza.


p.s. Stefano Quintarelli è mio amico.

4 commenti a “Quintarelli e la politica delle reti”

  1. paolo d.a. dice:

    Ci sarebbe da intristirsi nel vedere come spariscano tutti quando conviene farlo se non accadesse sempre, soprattutto quando in ballo ci sono cose importanti.

    Sul software mi sembra il ddl non intacchi il walled garden di Apple (che tanto walled alla fine non è, semmai il rispetto del muro è legato alla garanzia sul prodotto) ma delinei una rotta per il futuro.

    E’ che forse per una volta avremmo potuto lasciare un segno e aprire una strada anche per altri, un po’ troppo per noi della periferia.

    ps. il problema invece è che l’autorevolezza in Italia non conta nulla, sennò tra Quinta e Mantellini avremmo già un meraviglioso testo sulla neutralità. Ma la competenza vale zero, in Parlamento come in qualsiasi altro ambito pubblico o parapubblico.

  2. Marco Maroni dice:

    Concordo pienamente sulle tua valutazione pragmatica della legge, anche io la ritengo utopica e romantica.
    Molto meno sulla tua visione pessimistica della politica di cablatura che ha messo in atto il governo. È vero ha messo tutti contro tutti, o meglio molti contro molti, ma non sono così pessimista e sono convinto che anche se un po’ alla rinfusa questo paese si cablerà e anche molto bene.

  3. mauro dice:

    eh.. romantica è l’amicizia. Un personaggio molto “politico”: predicar bene e razzolar male

    (formiche.net)
    Nel secondo filone, che scandaglia il rapporto tra il gruppo del Sole 24 Ore e la società inglese Di Source Limited (incaricata di raccogliere e attivare gli abbonamenti digitali) sono indagati – “per l’ipotesi di reato di “appropriazione indebita” (complessivamente sinora stimata in poco meno di 3 milioni di euro), aggiunge il Corriere della Sera – l’ex direttore dell’area digitale del gruppo Sole 24 Ore, Stefano Quintarelli, attuale deputato eletto nella lista Scelta Civica per l’Italia; l’ex direttore finanziario del gruppo editoriale, Massimo Arioli; l’ex direttore dell’area vendite, Alberto Biella; Filippo Beltramini, direttore di una società inglese (Fleet Street News Ltd) interamente controllata da Di Source Limited, e responsabile dei rapporti con i clienti italiani della Di Source; il commercialista Stefano Poretti; e il fratello del deputato ex montiano, l’imprenditore Giovanni Quintarelli.

  4. mauro dice:

    Penso piuttosto che non sia romanticismo ma l’implorazione patetica di uno Stato ormai in ginocchio in uno schema privatistico prodiano in cui impera il monopolismo (sempre a fin di bene, magari… contro i monopoli stranieri, ma che alla fine schiaccia i cittadini) con un antitrust giocattolo

    e, paradossalmente, ritornare all’idea dell’IRI, di un’azienda controllata pubblicamente che (ri)acquisisce know-how (e nel tempo diventa spesso eccellenza): una volta privatizzata la Telecom per la cablatura telematica viene incaricata l’ENEL…

    cioè regalare al privato il potenziale (che era un investimento pubblico produttivo, sistemico, vedi debito pubblico) per poi ripartire quasi da zero… e spendere altri soldi, sempre a debito

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