Negli ultimi due decenni è cresciuta e prosperata in Italia una forma di giornalismo di cui si discute in questi giorni a margine del servizio di Report sui vaccini. Servirà discuterne, evidentemente, ma come dice giustamente Amedeo Balbi i danni intanto sono già stati fatti.




Ho letto la lettera di giustificazioni che Sigfrido Ranucci ha mandato al Corriere, tuttavia il problema di Report non è di oggi e riguarda il suo format fin dagli inizi, la maniera usuale che utilizzano da sempre per comporre le inchieste. Per capirci fin da subito sarà sufficiente leggere sul loro sito gli abstract dei servizi mandati in onda nell’ultima puntata,

qui di seguito quello su Benigni


Un miliardo e duecento milioni: è il contributo di cui ha beneficiato l’industria cinematografica italiana negli ultimi cinque anni, più di tanti altri settori a cui è precluso l’aiuto di Stato. Con i soldi del contribuente è discutibile salvare una banca, secondo l’Unione Europea, ma sovvenzionare il cinema si può: è una questione di identità culturale. Che film abbiamo finanziato per il loro interesse culturale? Si va da “Sapore di te” di Carlo Vanzina, ad “Amici miei – come tutto ebbe inizio” di Neri Parenti, a “Il ricco, il povero e il maggiordomo” di Aldo Giovanni e Giacomo. E poi ci sono i contributi sull’incasso. “Cado dalle nubi” di Checco Zalone, una delle rare pellicole italiane che al botteghino è andata benissimo, ha ricevuto un milione e novecentomila euro: ne aveva bisogno? Ma la principale forma di sostegno che noi contribuenti garantiamo al cinema è il “tax credit” che vuol dire oltre cento milioni di sconti fiscali ai privati che decidono di investire nel cinema. Per ogni euro investito, lo Stato restituisce loro il 40%. Si scopre che a investire sono state soprattutto le banche: Unicredit, Bnl, Monte dei Paschi, la Popolare di Vicenza. Quanti dei soldi del tax credit sono finiti veramente ai film?
Intanto i leggendari studi cinematografici di Cinecittà cadono a pezzi nel degrado e hanno accumulato debiti per oltre 32 milioni. Come siamo arrivati a questo, in una realtà che è stata gestita da super manager come Luigi Abete, Diego Della Valle e Aurelio De Laurentiis? Anche Roberto Benigni è uno che ha investito del suo, ma quando le cose si sono messe male è riuscito a sfilarsi. Cinecittà invece pare che ce la dovremo ricomprare noi contribuenti.


E qui quello sui vaccini anti HPV

Il papilloma virus (HPV) è stato collegato all’insorgere del tumore al collo dell’utero. Per prevenirlo l’Italia è stata il primo paese in Europa ad introdurre il vaccino anti-papilloma virus, tra i più costosi in età pediatrica. Le nostre autorità sanitarie hanno potuto contare su una valutazione positiva dell’Agenzia Europea del Farmaco, che ha dichiarato sicuro questo tipo di vaccini. Ma le segnalazioni sui possibili danni causati dal vaccino anti HPV sono state correttamente valutate? Se lo chiede un team di ricercatori indipendenti danesi della rete “Cochrane Collaboration”, che ha presentato un reclamo ufficiale a Strasburgo. L’accusa è contro l’Agenzia Europea del Farmaco: avrebbe sottovalutato le reazioni avverse e ci sarebbero anche dei conflitti d’interesse che non sono stati dichiarati.



In questi due estratti sono contenuti i temi e soprattutto i toni classici di Report che non riguardano ENI, Coca-Cola, Telecom, politici corrotti, malasanità, palazzinari, ecc ma sono, più genericamente:


Guardate cosa stanno facendo questi con i nostri soldi!
Guardate come ci stanno avvelenando!


dove l’esclamazione è la parte più importante.


Quando diciamo che il giornalismo di Report è un giornalismo a tesi diciamo che l’inchiesta, qualsiasi essa sia, non nasce neutrale, magari da una notizia secondaria che è sfuggita ai più o da una segnalazione di un cittadino vessato, ma viene costruita, magari partendo dai medesimi spunti, per dimostrare qualcosa che si aveva chiaro fin dall’inizio.

Ecco qui un primo punto.
Il giornalismo di Report è un giornalismo a tesi forse perché molto ideologico ma anche, sicuramente, perché è giornalismo povero (e quello pseudo di Striscia o le Iene perfino di più). Un’inchiesta giornalistica “normale” è un oggetto che oggi quasi nessuno, per lo meno da noi, può permettersi. Costa molto, perché contiene al suo interno tempi lunghi e numerosi inevitabili fallimenti e cambi di rotta a cui andrà incontro. Un’inchiesta a tesi costa invece molto meno perché assembla velocemente tutti i pezzi che confermano l’ipotesi di partenza. Perché questo modello informativo risulti verosimile sarà ovviamente necessario dar voce anche alla controparte, ma mai fino al punto da rendere il punto di vista avverso credibile. In tal caso l’oggetto stesso che si va costruendo perderebbe di consistenza rovinando tutto. E le strategie di Report per ridurre le parole degli ”inquisiti” (quasi sempre grandi aziende che magari in qualche maniera se lo meritano) sono note e pittoresche (sapienti montaggi, microfoni nascosti ecc).
Il giornalismo a tesi in Italia poi è reso semplice dall’enorme marea di presunte vessazioni, ingiustizie, ricorsi al Tar, malocchi e altre umanità dentro le quali sarà facile pescare. Metà degli intervistati da Report è gente che ha qualcosa da recriminare, a ragione o a torto, ma sempre disperatamente in cerca di un microfono. Oppure è uno scienziato alternativo che la scienza non ha capito, un inventore alternativo, qualcuno che la società civile, chissà come mai, non ha tenuto nel giusto conto.

Secondo punto.
A chi si deve rivolgere un simile prodotto per poter funzionare? Alla audience più vasta possibile che è ovviamente quella televisiva. Ascoltatori che sono tenuti di fronte allo schermo non tanto dai temi in discussione ma da un sentimento comune che stringe a coorte: l’indignazione. Quello di Report è giornalismo dell’indignazione e l’indignazione da anni in Italia è un sentimento che accomuna le generazioni. Report piace a giovani e anziani, è una trasmissione (esattamente come quelle di Mediaset simili) interclassista e popolare semplicemente perché in questo Paese l’indignazione è un sentimento diffusissimo. Titillarlo è un modello di business che funziona. Non a caso le inchieste di Report hanno sempre vasta eco in rete dove l’indignazione è il principale motore delle nostre condivisioni social.

Terzo punto.
Rispetto a programmi a maggior tasso di cialtroneria con il medesimo format Report ha almeno un grosso problema in più. È televisione pubblica. Fatta con i soldi di tutti. Le domande sugli effetti diffusi di una simile forma di giornalismo sul tessuto sociale del Paese non sono per nulla banali. La mia personale idea è che Report ormai faccia più male che bene, per la solita legge della farmacodipendenza: l’indignazione ha bisogno ogni volte di aumentare la dose. Ma di questo non sono per nulla sicuro. Va anche detto che, d’altra parte, Report aiuta a costruire un senso comune di approfondimento culturale e sposa una logica giornalistica antisistema che è comunque positiva e utile.

Nell’economia informativa generale, fuori dal dilemma Report Sì – Report No, forse sarebbe utile che la Rai iniziasse a immaginare programmi giornalistici semplicemente migliori di Report. Ad investire denari per produrli, tenendo in maggior conto la necessita di avere cittadini informati che non siano anche necessariamente incazzati. Ma è difficile a farsi: il giornalismo di qualità costa molto e ha ricadute non immediate. Tuttavia solo la TV pubblica (non i privati, non i giornali ormai) potrebbe farsene carico.

Quarto punto.
A margine e per finire: nulla è più patetico della diatriba politica che in queste ore riguarda la trasmissione. Se la discussione ruota intorno a Roberto Fico e alle sue intelligentissime uscite abbiamo già chiuso prima ancora di iniziare.

16 commenti a “Quattro cose che penso su Report”

  1. stefano dice:

    e se avessero ragione? almeno in parte? e’ logico che i benigni,l’eni,la coca cola cerchino di giustificarsi altrimenti se non lo facessero sarebbero automaticamente colpevoli per loro stessa ammissione tacendo,e quindi non significa necessariamente qualcosa,bisogna vedere,indagare le loro giustificazioni,ovviamente,.Persino eichmann cerco’ di giustificarsi e sicuramente l’avrebbe fatto anche il suo capo se l’avessero preso vivo,anzi l’aveva gia’ fatto.Tutti lo fanno! Il punto e’ che,come dici tu e’ difficile anzi impossibile fare un inchiesta precisa esatta giusta,siamo in Italia paese dell’omerta’,dei furbi,dei corrotti,dei disonesti.L’importante e’ sollevare il problema,muovere il terreno,fare un polverone perche’ qualcosa salta sempre fuori,ripeto siamo in Italia la probabilita di trovare almeno un po’ di marcio in una qualunque inchiesta e’ pari al 100 %.Quindi meglio un inchiesta con molti dubbi,ma che suscita interrogativi e proposta al miglioramento del vivere civile e che almeno se ne parli, che il nulla o peggio il gioco dei pacchi.Meglio un inchiesta sbagliata che la corruzione.Report,vai avanti cosi’!

  2. dmitri dice:

    Non più colpevole oltre ogni ragionevole dubbio, ma colpevole perché ho il dubbio.
    Del resto si sa che tutti (gli altri) hanno qualche scheletro nell’armadio, quindi un po’ di polverone è salutare. Non è il tutti colpevoli/peccatori di Davigo, ma gli somiglia.

  3. Stefano dice:

    Un’inchiesta con molti dubbi è disinformazione, disinformazione crea elettori male informati, elettori male informati creano pessimi amministratori. È più chiaro, adesso?

  4. Andrea dice:

    Mamtellini, grazie della riflessione, la condivido per intero, anzi, avrei voluto scriverla io.
    Sorge immediata la domanda, alla quale sarebbe bello dedicare un altro post: chi in Italia conduce un vero giornalismo di inchiesta? Chi ci riesce? Chi invece almeno ci prova con serietà nonostante la povertà dei mezzi?
    Lo chiedo a lei in quanto addetto ai lavori. Da cittadino, io sarei disposto a finanziarlo: letteralmente pagherei per inchieste di qualità.
    Grazie

  5. Matteo dice:

    1 punto: il tuo articolo, quindi, pecca dello stesso vizio. Hai sostenuto solo una tesi e l’hai accreditata alla bene e meglio. Tutto quello che hai criticato nella modalità ora veste bene anche per il tuo prodotto.

    2 “piace a giovani e anziani” televisione come “audience più vasta possibile”. Mi piacciono i tuoi dati precisi. Ecco dove inizi a fare acqua e scambiare la tua opinione personale come verità. Infatti ne stiamo parlando sul web (lo stesso web dove mi sono visto la puntata di report) ma a prescindere.. hai dati? Non mi pare. Quindi: congettura.

    Punto 3: qui beh… L’autogol in tutta la sua bellezza. Eri partito accusando la stessa cosa a Report. “Cosa fanno con i nostri soldi”. Forse tu rimpiangi Pippo Pippo.

    Punto 4: io mi fido più dei dubbi degli intelligenti che delle certezze degli stupidi. Il fatto che ci sia stata una contestazione è prova della volontà di confronto. Se non c’è confronto (politico o sociale che sia) c’è il pericolo di non essere in vera democrazia. Per favore, ragiona. Il servizio, con i suoi pregi e difetti, stava in piedi. Tanto quanto le diverse inchieste della magistratura partite proprio dai loro servizi. Quello è un servizio pubblico.

  6. layos dice:

    Il giornalismo di tesi è nato però, occorre dirlo, per il penoso cerchiobottismo da un lato e l’altrettanto penosa faziosità degli altri media. Ci sono “comitati elettorali” (cit.) che prendono il posto di intere redazioni e giornali così partigiani da arrivare a giustificare qualunque nefandezza da un lato o da essere usati come clave “il metodo Boffo” dall’altro. Nel mezzo il cerchiobottismo di tanta stampa, cose di cui non si può parlare e connivenze varie.

    Travaglio, che probabilmente è stato un antesignano del genere, quando diceva certe cose in pubblico le diceva solo lui.

    Poi come dici giustamente tu, dopo che anche per la stagione Berlusconi è arrivato il tramonto il Fatto Quotidiano ha dovuto cercarsi nuovi nemici per avere la stessa audience e ha iniziato a rincarare le dosi e a indignarsi per ogni cosa ed è diventato lui il cerchiobottista al contrario: “tutti sono uguali, tutti sono ladri e marci”.

    Report è finito in questo filone, ha iniziato facendo inchieste dure e scomode ma poi ad un certo punto ha dovuto rincarare i dosaggi. Nelle rare volte in cui ha parlato di qualcosa della quale ero competente o al corrente ho sempre visto affiorare questo modo partigiano e fazioso di presentare le cose. Fazioso non “a favore o contro Tizio o Caio o il partito X o Y” ma a favore della tesi propalata. Le voci discordi ridotte a macchietta.
    La cosa più odiosa è il contraltare a quel che dice l’intervistato fatto in differita.

    Loro chiedono al malcapitato: “ma lei hai mai fatto X e Y?” e il malcapitato risponde “no, non nei termini in cui me lo chiede lei”. Stacco dall’intervista, voce del giornalista aggiunta al montaggio che aggiunge “eppure nell’intercettazione Z del giorno 14 si sente Mario Rossi dire il contrario”.

    Così il malcapitato intervistato passa per bugiardo (mentre magari avrebbe un’ottima giustificazione da addurre) senza potersi difendere.

  7. mario marino dice:

    articolo molto bello. complimenti.

  8. Andrea dice:

    Ho letto con interesse questa analisi, mi permetto però una riflessione più ampia. Striscia la Notizia e Le Iene non sono trasmissioni giornalistiche in quanto chi crea i servizi non è iscritto e non deve rispettare uno straccio di codice deontologico (non che di solito i giornalisti lo facciano, ma almeno qualcuno ci prova).
    Report ha una pecca, ovvero l’ideologia e l’ambizione di fare inchieste che in realtà sono “mappazzoni” senza capo né coda e molto superficiali. Il fatto che spesso vengano registrati fuori onda significa che si cerca il torbido ma è un modo, secondo me, disonesto (ATTENZIONE non illegale, semplicemente scorretto) di raccogliere informazione che evidentemente non ci sono.
    Quella sulla Coca Cola ad esempio non mi sembra che abbia creato problemi a nessuno, soprattutto perché tre quarti è stata fatta in Messico, realtà e società completamente diverse, particolare che è stato omesso dal racconto. Quella su Eni è stata costruita probabilmente con le carte delle procure. Francamente una inchiesta serve per raccontare qualcosa, non per dare ragione o torto. Mi ricorda un po’ il modus operandi della Toffa che va da uno che non è neanche indagato e lo presenta come colpevole assoluto, poi questo non finisce neanche sotto processo.
    In più francamente trovo stucchevole questa voglia di demolire qualsiasi cosa, penso all’agroalimentare italiano, sicuramente ci saranno i furbetti ma ogni puntata viene distrutto un prodotto a caso e questo lo trovo disgustoso perché per le colpe di uno pagano tutti.

  9. sergio garufi dice:

    “Sono alquanto restio ad assumere atteggiamenti di indignazione morale. C’è sempre in essi un elemento di autocompiacimento che mette a disagio chiunque possieda senso dell’umorismo” (William Somerset Maugham)

    “Non si mente mai così tanto come quando ci si indigna” (Nietszche)

  10. maxxfi dice:

    Messo da parte il desiderio – un po’ utopico a mio avviso – che qualcuno (specie nella TV pubblica attuale) voglia spendere per un giornalismo di qualità, tra il nulla e il giornalismo ‘a tesi’ di Report, che ci teniamo?
    Meglio il nulla, e la speranza che vengano tempi migliori?

  11. N dice:

    A supporto della tesi espressa nell’articolo, vorrei segnalare un memorabile servizio di Report su terremoti, meteorologia, fisica, etc.
    Parte 1: https://www.youtube.com/watch?v=RkeFq3Kocx0
    Parte 2: https://www.youtube.com/watch?v=Ax0_PZJRmao
    (consiglio di dare un’occhiata anche ai commenti)

  12. DinoSani dice:

    Siamo scesi così in basso nell’idea stessa di giornalismo che un giornalista storico come indro Montanelli, tra gli antesignani del giornalismo a tesi se non di vera e propria propaganda, appare oggi come un Padre del Giornalismo italiano.
    La differenza tra Report e le iene non sta nel l’avete o meno il tesserino stampa, ma nel fatto che i primi si pongono a paladini del Giornalismo d’Inchiesta mentre gli altri fanno “entertainment”. I primi con i soldi pubblici i secondi con quell privati (poi come lo siano i soldi di Mediaset è un’altra storia).
    Concordo che il giornalismo d’inchiesta costa, tempo, soldi, fatica. Tutte cose che oggi latitano in tutte le redazioni. chi fa oggi giornalismo d’inchiesta in Italia? Nessuno? Poveri noi….

  13. Emanuele (l'altro) dice:

    Però qui
    https://it.wikipedia.org/wiki/Report
    leggo

    “La trasmissione della Gabanelli, fin dall’inizio, è stata particolarmente apprezzata dal pubblico e dalla critica per la qualità dei servizi, vincendo nel corso degli anni numerosi premi; fra gli altri, il programma si è aggiudicato l’edizione 2009 del prestigioso premio giornalistico intitolato alla memoria di Luigi Barzini.

    Aldo Grasso ha elogiato la Gabanelli e il suo programma televisivo, in quanto rappresenta un «genere fondamentale per l’informazione», e allo stesso tempo «un genere sempre più negletto»: l’inchiesta. Ovvero «andare sul posto, testimoniare di cose concrete», «mostrare le cose direttamente» e «assumersene la responsabilità». Grasso ha sottolineato come la RAI sia «poverissima d’inchieste» e come il servizio pubblico non possa venir meno in un «genere che ne caratterizza la sostanza».[16]

    La trasmissione è stata spesso oggetto di querele da parte dei soggetti citati nelle inchieste. Le inchieste di Report, tuttavia, sono generalmente molto ben documentate, e solitamente le querele sporte contro la trasmissione si risolvono in un nulla di fatto. Tuttavia, l’intenzione manifestata dalla RAI nel settembre 2009 di negare la tutela legale al programma ha comportato un effettivo rischio di sospensione del programma a causa dei costi di cause civili delicate come quelle in cui è stato coinvolto Report. In più occasioni la Gabanelli ha rivendicato con orgoglio il fatto di non aver mai subito alcuna sconfitta in sede legale[14].

    Di fatto, in tribunale ad oggi Report ha perso in una sola occasione, in cui si ritrovò a risarcire trentamila euro in sede civile[17].”

    La Gabanelli è stata oggetto di querele e richieste danni per più di 250 milioni di euro e secondo wikipedia le cause le ha vinte tutte tranne una, per una foto mostrata per sbaglio (non ho letto i dettagli, immagino che avranno mostrato la persona sbagliata), per cui tra l’altro si era subito scusata sostituendola.
    Quindi al di là del metodo adottato e di tutte le critiche che gli si possono rivolgere va evidenziato che nei tribunali gli hanno dato ragione praticamente sempre. E ricordiamo anche i contrasti con la Rai durati anni perché questa garantiva assistenza solo in sede penale e non civile.

  14. rico dice:

    Insomma, Report le spara sempre più grosse per sopravvivere.
    Mi ricorda certi impiegati che ti obbligano a compilare nuovi moduli per dire cose sempre più inutili.
    Ormai anche Report è burocrazia.

  15. Carlo Mannucci dice:

    La trasmissione di Report “sui vaccini Anti HPV” non riguarda il/i vaccino/i ma il sistema di farmacovigilanza…

  16. Giò dice:

    Già, famacovigilanza…. ora l’infermera di TV in questione dice che ha sempre fatto il suo dovere, non è antivaccinista e li ha somministrati in presenza dei famigliari. Forse aveva un polso delicato e i bambini non piangevano…. 26 bambini senza anticorpi?? Forse i vaccini non erano stati tenuti in temperatura (0-4 C°) durante trasporto o stoccaggio…. E’ già capitato, come le sacche di sangue infetto……

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