La realtà è complicata: volete far finta che non lo sia? Accomodatevi pure, però, nel caso, sappiate che Internet non farà per voi.

Leggo in giro i molti commenti, i tweet indignati dei politici e le prese di posizione su Facebook a riguardo dell’ultima uscita mediatica di Laura Boldrini, la quale questa volta, per sottolineare ciò che va dicendo da anni sugli ambienti digitali e sulla loro violenza, abbandona le liste di odiatori citati per nome e cognome e utilizza l’esempio di un’immagine trovata in rete nella quale sua sorella, deceduta anni fa, viene utilizzata per stigmatizzare il nepotismo del potere.


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Si tratta di un collage in qualche modo perfetto: la sorella morta giovane, il nome sbagliato, la foto di “un’altra” (l’attrice di una nota serie TV), il contenuto diffamatorio del testo. Un’immagine che riunisce il peggio della rete. Non solo le usuali bugie, ma il furto di identità, non solo l’odio cieco per i potenti ma anche l’indifferenza per il lutto. Un mix in grado di scatenare l’indignazione automatica di tutti, nessuno escluso. E così in effetti è accaduto.

Così se come tanti amate la semplicità, il bianco o il nero, le posizioni nette, ora avete un buon motivo per scendere in campo e riempire la rete con la vostra indignazione contro la rete. Non sarete gli unici, sarete anzi in moltissimi, vi farete popolo.

Se invece siete persone sciaguratamente un po’ più complicate provo a proporvi due differenti chiavi di lettura di quella foto e di quella campagna di indignazione.

La prima è questa. Quella foto è un’imitazione di una campagna online raffinata e intelligente le cui immagini sono state molto diffuse e molto condivise qualche tempo fa. Un’iniziativa messa in piedi da alcuni esperti di social media per sottolineare l’ampiezza della credulità alle bufale online. Erano in quel caso “bufale che sapevano di esserlo”, spesso divertenti, scritte per stigmatizzare l’assurdità di chi crede e condivide tutto, ma anche di come esista un inevitabile ruolo dei media in tutto questo. La foto che ha indignato Boldrini non è stata prodotta dagli ideatori di quella iniziativa ma da qualcuno che ne ha copiato stile ed idee per una replica di pessimo gusto. Purtroppo si sa, il remix è fatto così, sarà possibile passare dal genio alla spazzatura (e viceversa) in un singolo colpo di click.


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Nella complessità di tutto questo il pensionato settantenne intervistato da Repubblica perché ha condiviso la bufala sulla sorella di Boldrini (una notizia apparentemente irrilevante questa, ma poi animata da alcuni misteri sulla doppia vita on line del ciarliero internauta) e Boldrini stessa, abitano nel medesimo sottoinsieme: quello di quanti prestano attenzione alle bufale che leggono on line e che, per un motivo o per un altro, sono incapaci di sottrarsi a simili comunicazioni. Dentro quel caotico casino informativo (dal quale io trovo incomprensibile che Boldrini non si tolga definitivamente) sarà possibile trovare le bugie intenzionali (dei propagandisti o degli affaristi del web), quelle costruite per sottolineare le bugie intenzionali, quelle non intenzionali alle quali l’ingenuo autore/lettore crede veramente. Il piano d’azione è uno solo: imparare a districarsi e dedicare il proprio tempo a ciò che si ritiene importante.

La seconda chiave di lettura è questa: chi sono i nostri punti di riferimento culturale? Chi ci indica la strada? Quali sono i pilastri intellettuali della nostra società? Questi che oggi accorrono indignati e compatti al grido di allarme (l’ennesimo) di Boldrini? Perché prestigiosi editorialisti, politici di primo piano, personaggi noti scendono in campo compatti contro la vergogna di una campagna diffamatoria on line se non ne conoscono altro che una sua versione semplificata? Perché se Boldrini da tempo non sembra essere in grado di districarsi dentro simili complessità nemmeno loro, che sono spettatori meno coinvolti nella vicenda, non riescono ad astenersi da un biasimo superficiale e automatico?

Anche qui il piano d’azione potrebbe essere semplice e netto: non occupatevi, non occupamoci di queste cazzate, perché queste cazzate, per quanto odiose, sono semplicemente inadatte a descrivere un ambiente complesso come quello della comunicazione in rete e mai da quello potranno essere escluse del tutto. È come la democrazia, si tratta di un pacchetto prendere o lasciare, se qualcuno ha un’idea migliore è il benvenuto.

Nel frattempo a cosa servono gli intellettuali se non sanno più scegliere cosa conti e cosa no? A cosa servono se la loro profondità di analisi e i temi di cui si occupano sono gli stsssi di un pensionato (del PD ma forse no) che passava di lì per sbaglio e ha messo un like a caso?


17 commenti a “Di pensionati, bufale e intellettuali”

  1. Mariano Giusti dice:

    Non comprendo la sicumera con cui sancisce che la vignetta in questione è un tentativo malriuscito di satira.

    Nel caso in questione è stata come minimo rimanipolata con aggiunta di watermark da una pagina, “avanguardia nera”, ora cancellata, palesemente fascistoide nonché NON satirica.

    Dunque trovo il suo articolo totalmente fuori bersaglio, nella probabile ansia di dimostrare per l’ennesima volta che lei è un bloggher before it was cool che capisce il web meglio dei politici, cosa peraltro spesso vera.

    Saluti.

  2. Matteo dice:

    Glielo spiego in sintesi: perché la pagina da cui viene il fotomontaggio non è avanguardia nera, ma la sua quasi omofona, molto (troppo?) sottilmente satirica, “avanguarTia nera”. Con la T.

  3. luzmic dice:

    Anche le 340 cooperative mi sembrano un po’ tantine….

  4. Rossana dice:

    È pericoloso lasciar passare l’idea che la rete è così prendere o lasciare, bisogna mettere un freno, per quanto possibile, al dilagare delle menzogne di qualunque genere esse siano. Se da domani la rete venisse invasa da cattiverie nei suoi confronti credo che ci vedrebbe una sola chiave di lettura, a meno che lei non appartiene alla schiera dei “purché se ne parli”.

  5. Simone dice:

    Per fermare il dilagare di bufale, fake news e parenti vari esiste uno strumento infallibile: il cervello. Credo che a questo si riferisse Mante.

  6. Emanuele (l'altro) dice:

    I freni chi li mette? L’apposita commissione di competenti di nomina governativa? Parlamentare? Eletta alle urne? Eletta su internet?
    Possibile non si capisca che “mettere un freno” oggi a qualcosa che ci sembra inammissibile significa un domani permettere freni a qualsiasi cosa, comprese quelle che ci sembreranno sacrosante? A quel punto però non avremo modo di opporci a quella che ci sembrerà una vera e propria censura.

  7. annamaria dice:

    “Nel frattempo a cosa servono gli intellettuali se non sanno più scegliere cosa conti e cosa no? ”

    Io penso che sappiano benissimo che cosa scegliere: scelgono il ‘cosa no’.
    E scelgono il ‘cosa no’ sapendo benissimo a che cosa serve il loro ‘cosa no’.

  8. Guido Gonzato dice:

    Forse sarò semplice, forse amo il bianco e nero, ma preferisco l’interpretazione che di questa bufala rivoltante da’ Michele Serra (L’amaca del 16/4):

    “Non è facile giudicare il drappello di cliccanti che ha abboccato alla ributtante calunnia sulla sorella di Laura Boldrini (e abbocca a tante altre): essere sciocchi o sprovveduti o avvelenati dal malanimo non è un crimine, è una disgrazia e una menomazione civile. L’emancipazione della folla anonima e impotente che non trova altra maniera, per sentirsi partecipe, che applaudire i capestri e accodarsi ai linciatori, è un processo che dura da secoli e impiegherà altri secoli per fare qualche passetto in avanti. Pian pianino.

    Non c’è invece alcun problema nel giudicare il tizio che quella calunnia ha architettato e messo in rete, perché la calunnia è un crimine. Qualora la polizia postale fosse in grado di individuarlo, esiste già giurisprudenza quanta ne basta per fargli passare i guai che merita. E a parte l’aspetto legale della vicenda, non esiste margine etico per difenderlo: è un vigliacco che si accanisce contro i morti, punto. Forse il dibattito a proposito del web sta diventando un po’ troppo ideologico, con complicanze tecno-politiche ed elucubrazioni sul nuovo che avanza non sempre pertinenti. Che consegni la posta a cavallo o navighi sul web, un mascalzone rimane un mascalzone.”

    Ho l’impressione che lei, Mantellini, difenda i social e la m***a che vi trabocca sempre e comunque, a prescindere da ogni altra considerazione. Ma forse mi sbaglio, eh, sono un semplice.

  9. massimo mantellini dice:

    @guido mi spiace, se le do questa impressione è evidentemente perché mi sono spiegato male

  10. Larry dice:

    La cosa tristemente ironica è che le bufale e la spazzatura esistono proprio perché trovano un diffuso humus di ignoranza e creduloneria in cui prosperare. In seguito gli stessi ignoranti e creduloni si indignano e chiedono a gran voce che “qualcuno faccia qualcosa” (e chi pensa ai bambiniii?). Come sempre la soluzione ottima (dare a creduloni e ignoranti gli strumenti per comprendere la rete, e più in generale il mondo) è completamente ignorata, in favore della soluzione semplice (validare ignoranza e creduloneria creando in questo modo troll sempre più potenti).

  11. mauro dice:

    Forse un intellettuale comincerebbe dai fondamentali: partire da pochi casi per generalizzare è un modo di ragionare molto limitante, allo stesso modo farebbe un passo ulteriore: la semplificazione è più facilmente gestibile da chi, come il partito di De Benedetti e Serra, occupa ingiustamente un media di massa che veicola l’informazione ufficiale-governativa. Quindi una posizione culturalmente dominante, e in realtà in una democrazia sarebbe già abuso di posizione dominante.

    Questo perchè prima dovrebbe (se vi state addormentando potete saltare il commento o cambiare blog) ricostruire il setting culturale, ovvero la concorrenza col medium televisivo e la natura di questi massmedia: la televisione è un mezzo unidirezionale, internet è un mezzo bidirezionale. Quindi ovviamente uno stesso caso in TV è più influencer che su internet in cui i contenuti informativi sono realmente in concorrenza tra di loro (per questo motivo persone come Serra tentanto da sempre, con scaltro buonsenso, un approccio diretto e centralizzato, come nel controllo televisivo)

    ma prima ancora l’intellettuale dovrebbe specificare meglio il concetto di percezione e di autoritarismo del massmedia nella formazione dell’individuo, cioè non solo in chi subisce ma anche tra gli operatori, potrebbero svilupparsi malattie professionali legate ad uno specifico abuso di potere e autoritarismo

    noterebbe ad esempio il passo indietro da parte di Serra e del partito al potere fin dalla richiesta di leggi speciali (strumentalizzando personaggi non propriamente politici come Boldrini e Grasso eccetera, così come faceva Berlusconi) fino ad arrivare alla rivalutazione delle leggi ordinarie.. più che (ri)conquista del buonsenso è un attento riposizionamento, sentendosi osservato. Mentre solo con la TV il potente semplicemente se ne frega del feedback (una parola inglese stranamente dimenticata dal renzismo)

    noterebbe inoltre che non c’è traccia nei testi di Serra di elementi propositivi e incentivi all’educazione scolastica e alla critica al potere (che un tempo, al tempo dei Guzzanti, era chiamata anche satira) come uno degli elementi essenziali del libero arbitrio ed esercizio della democrazia

    e tanti altri dettagli, noiosi dettagli da intellettuali

  12. mauro dice:

    tra le conclusioni l’intellettuale constaterebbe che sarebbe fin troppo semplice da parte di un blocco di potere

    A. occupare come in Turchia il massmedia televisivo e anche altri giornali e media per mezzo di affaristi legati al partito, in un pericoloso incrocio di corruzione e lobbismo mai regolamentato

    B. costruire un caso sul parente dell’onorevole che chiede leggi speciali per giustificare così l’introduzione di leggi speciali (qualora la polizia postale fosse in grado di ricostruire la catena di Sant’Antonio senza fermarsi solo al vigliacco pensionato ancora una volta operaio di una più grande industria e, casualmente, con poteri legislativi ed esecutivi).

    Come il caso del buonista che ospita immigrati, come oggetto mediatico a sè ormai distante dalla realtà governativa

    mentre il governo prende accordi, soprattutto economici, con un regime libico non democratico per fermare l’immigrazione

    e mentre il governo toglie incostituzionalmente dei gradi di giudizio e di garantismo per introdurre l’espulsione facile. Il garantismo che vale per il potente non vale per l’immigrato, e l’intellettuale individuerebbe una discriminazione classista e razzista.

    perchè l’intellettuale non si fermerebbe davanti alla parola “Democratico”

  13. sergio garufi dice:

    I vip e gli haters sono categorie relazionali, ciascuna detiene il senso dell’altra, e i casi della Boldrini o di Selvaggia Lucarelli sono lì a dimostrarlo. Ed è vero, mancano gli intellettuali che facciano da anticorpi di vigilanza critica, e non si limitino ai facili toni della deprecatio, ma la cosa non sorprende più di tanto, in fondo l’intellettuale somiglia al coniuge ricco, che non è mai così benaccetto come quando se ne può denunciare la scomparsa. È la sua funzione precipua, il mancare. Quelli che parlano del presente lo fanno con strumenti di analisi che ricordano gli attrezzi arrugginiti dei musei contadini, ormai inservibili, ecco perché parlano come fossero al bar. In tempi di antielitismo all’intellettuale si chiede d’incarnare la vox populi, e i suoi corsivi (come quelli di Francesco Piccolo sulla Lettura, per es) riflettono il pensiero comune, solo espresso e argomentato un po’ meglio; mentre anni fa gli interventi degli intellettuali provocavano, facevano discutere, non sembravano aver ragione solo perché ci davano ragione. Basta pensare alle posizioni di Pasolini sul referendum per l’aborto e sul tema delle manifestazioni studentesche, o a Manganelli, entrambi vere coscienze critiche del paese. Manganelli stava volentieri “dalla parte del torto”, come nel titolo del libro di Piergiorgio Bellocchio. La Stampa gli chiedeva di commentare la notizia dell’albergatore ligure che aveva cacciato un gruppo di “spastici” e lui faceva proprie le istanze bestiali dell’albergatore, fingeva di aderirvi, diceva “ci sono molti e fondati motivi per detestare gli spastici”. Noi oggi manco questa parola sapremmo pronunciare, figuriamoci adoperare un registro antifrastico così urtante ed efficace nel mostrarci il ribrezzo e la stupidità di quel modo di pensare. Forse si potrebbe cominciare a dire che un fondo di stupidità appartiene sia al vip che agli haters, perché la bêtise è la forza motrice della storia e del progresso, tanto che “tutti i grandi uomini sono bêtes”, come sapevano bene quei grand’uomini di Flaubert e Baudelaire.

  14. Emanuele (l'altro) dice:

    Ma c’erano il politicamente corretto e le verità imposte per legge al tempo di Pasolini e Manganelli?

  15. stefano dice:

    Veramente quella ‘bufala’ (virgolettato perchè era confezionata in quanto tale) era del filone delle citazioni, con foto, di Morgan Freeman alla morte di Mandela eccetera.
    L’effetto a mio avviso è positivo: alla prossima minchiata trovata in rete il pensionato settantenne magari proverà a cercare un paio di fonti prima di fare click su ‘condividi’, mi spiace personalmente per la Boldrini di cui ignoravo la storia familiare (e magari la ignorava pure l’autore della bufala) ma forse l’unica maniera di battere i bufalari è farne di più grosse.

    insomma, torniamo sempre a http://www.blogzero.it/2014/11/10/la-teoria-della-montagna-di-merda/#sthash.oy7kIHa0.dpbs

  16. rico dice:

    Una ricerca di pochi secondi su Google immagini o su tineye sarebbe bastata.
    Ma, ah già, sul telefono è difficile.
    I bufalari sfruttano la mancanza di precisione dei nuovi dispositivi.

  17. ale dice:

    Si @mante, ormai molto spesso fra le righe de tuoi scritti si legge che cio’ che avviene su internet eì buono a prescindere oppure non merita tanta attenzione perche’ tutto sommato non stiamo parlando della vita reale.

    Purtroppo le cose sono cambiate rispetto ai tempi di usenet: adesso internet non e’ piu’ una nicchia di persone che piu’ o meno condividono un certo modo di pensare e dai quali quindi non c’e’ troppo da temere, ma e’ diventato una societa’ di massa dentro cui trovi tutti i tipi umani. Facebook e’ diventato quello che erano i muri delle nostre citta’ negli anni ’70, ma con una potenza incomparabilmente maggiore (cosa che hanno capito perfettamente quelli che lo usano per indirizzare le elezioni).

    Quando ripenso al paesino in cui sono cresciuto me lo ricordo pieno di prati, campi d’ulivo, alberi su cui arrampicarsi, se ci torno adesso non posso non vedere che quell’immagine e’ solo un ricordo e che i palazzinari l’hanno completamente trasformato.

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