Questa sera a Report si riparla di Eni. Eni ha scelto di non rispondere alle domande della trasmissione TV di Rai3 ed ha affidato al capo della comunicazione Marco Bardazzi questo annuncio il cui sunto è “i processi si fanno nelle aule giudiziarie e non in TV”. È curioso come a questo tweet, che scatena la battaglia mediatica di Eni contro Report, ne seguano altri 30 circa (al momento in cui scrivo) nei quali nel giro di pochi minuti si risponde a tutte le accuse con dovizia di particolari, grafici e video. Un lavoro di replica molto ampio e ben preparato che stride con la frase dei primo video e la cui sintesi potrebbe essere rimodulata così: i processi non si fanno in TV ma sui social media evidentemente sì.

Questa replica aziendale di Eni ed altre analoghe degli ultimi tempi (lo ha fatto recentemente anche Coca Cola) da un lato sottolineano l’immensa debolezza di Report che negli anni ha prodotto molte fulminanti inchieste ma non è mai riuscita ad accreditarsi come soggetto terzo nei confronti dei casi di cui si occupa. Il giornalismo a tesi del gruppo della Gabanelli ha spesso reso di fatto impossibile ai soggetti accusati di essere equamente rappresentati nel racconto e questo è avvenuto spesso in maniera molto pesante e con l’utilizzo di piccoli o grandi sotterfugi (giustificati dall’urgenza di raggiungere la verità).

Così se il giornalismo è debole e aggressivo le aziende nel mirino possono solo decidere di soccombere (replicando goffamente peggiorando così la propria posizione o non facendolo per nulla) oppure possono provare a replicare altrove. Per esempio, come questa sera, su Facebook e Twitter. Così facendo, dentro la grande pacifica comodità della comunicazione aziendale, ENI racconta la propria verità senza contraddittorio e con grande dispiegamento strategico.

Al lettore/spettatore in verità non serve né l’uno e né l’altro. Se il giornalismo è debole e schierato tutti noi diventiamo deboli. Ed i forti diventano più forti.

5 commenti a “Report vs. ENI e noi nel mezzo”

  1. rico dice:

    Si, ma l’oggetto del contendere qual’è?
    Gli olivi da espiantare per il metanodotto, il pozzo di Carpignano Sesia, le licenze in val d’Agri?
    Io so solo che ormai basta un pugno di Fakebook-dipendenti per fermare un qualsiasi lavoro.

  2. Signor Smith dice:

    Eh, il giornalismo “a tesi”… ci rammarichiamo perché de noi non si fa il “giornalismo d’inchiesta”, all’americana, ma come fai a farlo, se non parti da una “tesi”? Certo, poi devi avere il coraggio di fermarti, se vedi che la tua “tesi” non regge, e non creare un ventilatore di letame… Se scegli di non rispondere…

  3. insula dice:

    Addio Mantellini, l’equilibrismo per un po’ funziona. Poi rischia il comodo disimpegno, se non la connivenza. Il centrismo ha fatto il suo tempo, come pure il cerchiobottismo. Bisogna sporcarsi le mani, tutto il resto è noia (cit).

  4. Andy61 dice:

    Questo modo (pessimo) di fare giornalismo è purtroppo diffusissimo anche se declinato in modi diversi. C’è chi lo fa perchè pagato, c’è chi lo fa per cambiare il mondo e c’è chi lo fa come piccolo contributo alla lotta politica inseguendo i propri ideali.
    Il problema è di chi crede nel giornalismo prima di tutto al servizio della verità e del lettore ma forse sperare di vedere “60 minutes” nel paese dei Guelfi e dei Ghibellini è pura utopia.

  5. mauro dice:

    Insomma io vorrei anche sapere qualcosa sull’oggetto del contendere: la Shell nonostante la posizione di svantaggio è riuscita a soffiare l’accordo ad Eni?

    Non siamo in grado di lavare i panni sporchi in casa ed esser competitivi.

    Mentre guardavo il servizio la persona che era con me tifava contro l’Eni, una scena tristissima, come segare il ramo su cui si è seduti

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