Qualche discussione in giro (molte meno di quante ne servirebbero) sulla decisione di Apple di rimuovere dal proprio store in Cina la app del New York Times. L’argomento è complesso e si presta a riduzioni moralistiche (io per esempio intenderei proporne un paio) e soprattutto rimanda ad una vecchia discussione che risale ai tempi della discesa oltre le maglie del firewall del regime cinese di alcuni prodotti occidentali come Google o Cisco avvenuta ormai un decennio fa.

Alcuni, in genere quelli che hanno interessi economici nella vicenda, vedono la libertà come un processo. Si inizia un po’ alla volta, dietro piccole concessioni la società cambia e si prepara a maggiori libertà. È stato per anni il punto di vista di Google: meglio subire la gogna del censore per alcuni dei propri prodotti a patto che il censore ne autorizzi altri. Si tratta di un punto di vista rispettabile. Interessato ma tutto sommato rispettabile.

Dall’altro punto di vista va considerato che nella maggioranza dei casi la censura è un processo ON/OFF. Quando il censore sembra disposto ad alcune concessioni in realtà valuta prima di ogni cosa il proprio interesse di censore e poi eventualmente concede. E questo è tanto disarmante quanto fastidioso. Raramente le concessioni del regime cinese sono veri bilanciamenti, molto spesso sono negoziazioni su parti ininfluenti (o ritenute tali) del proprio firewall. Ovvio che le aziende tecnologiche USA, per le quali si aprono grandi fette di mercato, raccontino queste apertura come significativi incrementi di libertà.

La app del New York Times non fa parte di queste eccezioni. Quello che quella app contiene è il motore delle democrazie o per lo meno ciò che noi intendiamo per democrazia. Inoltre il formato stesso della app, un unico oggetto affidato a terzi racconta in estrema sintesi come mai le app sono oggetti democraticamente disastrosi perché aumentano la catena di potere fra notizia e lettore.

Accettare il diktat di eliminarla dallo store di iTunes in Cina è una precisa scelta di campo di Apple. La app del NYT non è una app. È la ragione stessa per cui Apple è un punto di riferimento della società dell’informazione. Rimanere in silenzio di fronte a simili censure da parte di Apple, come è avvenuto in passato per altre aziende tech, è un tradimento palese impossibile da giustificare.

2 commenti a “La app del NYT non è una app”

  1. rico dice:

    Succede solo a chi usa un sistema chiuso come iOS.
    Se Google rimuove qualche app dal Play store italiano, la scarico dal sito dello sviluppatore, o da repo alternativi ma legali, perché Android è Open Source.

  2. Matteo dice:

    Rico, quello che dici non centra nulla col fatto che Android sia open source: Samsung ad esempio potrebbe benissimo decidere di non consentire l’installazione di app di terze parti sui suoi telefoni; forse Google potrebbe addirittura imporlo a tutti i produttori. Non per questo Android dovrebbe cessare di essere open source.

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