Marco Viviani su Webnews ricostruisce l’iter parlamentare della legge sul cyberbullismo che nei prossimi giorni dovrà in qualche modo essere affrontata. Ne avevo parlato anch’io qualche tempo fa su Il Post.

La norma proposta dalla senatrice del PD Elena Ferrara ha percorso la traiettoria usuale che tutte le leggi parlamentari sul digitale seguono in Italia da 15 anni a questa parte. Lo dico brutalmente per amore di sintesi: vengono ideate da chi non ci capisce nulla, peggiorate da altri che ci capiscono di meno e infine, sull’orlo del baratro, quando ci si accorge che creano maggiori problemi di quanti non ne intendessero risolvere, vengono emendate (nella migliore delle ipotesi), silenziate ma lasciate attive (spesso) o dimenticate. In molti casi simili iniziative lasciano spalancati giganteschi buchi di diritto nell’ordinamento nazionale. Un esempio tipico e mille volte citato la norma 61/2001 sul diritto d’autore che si occupava della definizione di “prodotto editoriale” sul web.

Dal caso specifico mi pare escano due o tre punti rilevanti.

1) Non si dovrebbe proporre leggi che ci coinvolgano sentimentalmente. Elena Ferrara in quanto insegnante di una studentessa vittima di cyberbullismo (e in assenza di qualsiasi sua ulteriore competenza) avrebbe dovuto astenersi dall’occuparsi di temi del genere. Non fa bene al Paese che chi è coinvolto personalmente debba orientare posizioni complesse che diventeranno domani quelle di tutti.

2) Il PD ha una responsabilità politica enorme in questa vicenda. Sono suoi parlamentari gli attori principali di questo casino. Un partito di battitori liberi che raccoglie persone diversissime che fra Camera e Senato su temi rilevanti per il Paese hanno idee diametralmente opposte e incidono sugli iter legislativi senza alcun coordinamento (e smentendosi uno con l’altro). Se non esiste una sintesi di gruppo (e sui temi del digitale non esiste mai), non esiste nemmeno una responsabilità politica oggettiva. Così gli illetterati digitali del PD alla Camera smentiscono e stravolgono l’impianto della norma degli illetterati digitali del PD al Senato e alla fine del ping pong, di fronte all’elettore attonito, la responsabilità politica non sarà di nessuno. A questo punto tanto vale che le leggi dello Stato le producano i passanti.

3) Meglio non fare niente. Insisto. Un Parlamento come quello che ci ritroviamo oggi è costituzionalmente inadatto (nel senso della costituzione fisica) a trattare i temi dell’innovazione. Non è in grado di sfuggire ai propri condizionamenti conservatori su argomenti di cui non ha conoscenza. E’ in altre parole un Parlamento vecchio, molto spesso non tanto per ragioni anagrafiche. Non riguarda ovviamente solo il PD (anzi) e non riguarda solo norme del tutto inutili già in partenza come quella di Ferrara sul cyberbullismo. Riguarda anche temi digitali rilevanti e necessari che semplicemente oggi, in Italia, non possono passare dal processo legislativo senza essere stravolti e trasformati in armi reazionarie. Dalle buone intenzioni ad Alien in pochi semplici passaggi burocratici. Anche i parlamentari che lavorano su norme importanti e utili per il Paese (e ce ne sono, molti anche nel PD) ci pensino un momento e lascino perdere. Meglio il nulla che l’accanimento terapeutico del medico ignorante.

9 commenti a “Il Parlamento contro il digitale”

  1. Maury dice:

    Nulla da aggiungere. Secco, preciso, perfino brutale, ma terribilmente vero.

  2. Roberto Re dice:

    In questi giorni c’e’ la festa dell’Unità di MIlano a due passi da casa mia ed ho approfitato per presentarmi di persona con vari contatti in rete e partecipare ad alcuni dibattiti. Lo faccio da cittadino indipendente , senza alcuna tessera ne blog, ma che da 30 anni crede nella Rete.
    Cio’ premesso Domenica 4 settembre , dopo aver ascoltato la testimonianza di un padre la cui figlia si e’ tolta la vita per episodi di cyberbullismo, con i brividi sulla pelle , ho chiesto il microfono a 2 metri dalla Senatrice . in estrema sintesi : Il problema , molto serio, esiste e va affrontato a monte a partire dall’educazione della cittadinanza adulta e dei toni con cui si esprime , vedi Hatespeaking e bambole gonfiabili. Penso che il mio intervento nella sostanza sia stato apprezzato anche se probabilmente rimarrà come una lacrima nella pioggia …

  3. Roberto Re dice:

    Massimo , ho fatto altra riflessione su FB, spero che qualche attore attivo , che mi ha ascoltato di persona, legga e passi da qui per confrontarsi con te. Non ho mai avuto blog quindi #copioconlacolla
    “sto pensando che qualche giorno fa allo scalo romana di Milano ho assistito ad un dibattito sul Cyberbullismo e che dopo aver ascoltato Paolo Picchio, con i brividi sulla pelle mi sono sentito in dovere di alzare la manina per dire la mia. Stamane leggo un punto di vista della Rete , quello di Massimo Mantellini , anche li ho ridetto la mia, poi l’ho fatto su Twitter e lo ribadisco ancora qui : il problema e’ a monte, e’ nelle famiglie che dovrebbero seguire i figli in rete e nell’ hatespeakig tipo quello delle bambolegonfiabili utilizzato da certi adulti, e forse anche nel continuare a parlare da soli nelle proprie bolle autoreferenziali .. quelle della politica, del giornalismo , dei blogger , dei paradutisti, degli ufologi (semicit.) . “

  4. Emanuele dice:

    Perché in materie come questa gli esperti, che da quanto leggo non sono mai in parlamento, non si danno da fare con qualche documento che descriva come dovrebbe essere una legge del genere da presentare ai parlamentari?

  5. stefano dice:

    @Emanuele
    perchè la platea di coloro che dovranno giudicare la legge in questione (i _votanti_) non ne capisce un cazzo tanto quanto i parlamentari che la scrivono.
    Non vorrà mica porsi una spanna sopra la plebe: ormai il populismo è insito anche nei partiti che disprezzano i ‘populisti’ come Grillo e Salvini. Perchè fa prendere voti.

  6. Umilmente aggiungo – ciò che ti deve ancora succedere dice:

    […] A questo punto tanto vale che le leggi dello Stato le producano i passanti. [*] […]

  7. Visto nel Web – 252 | Ok, panico dice:

    […] Il Parlamento contro il digitale #:Web, Internet ::: manteblog […]

  8. Emanuele dice:

    @stefano
    Diciamo che sono allergico a chi ha un’alta opinione di sé e poi passa il tempo a lamentarsi della stupidità di chi considera inferiore.
    La storia insegna che incide più una minoranza organizzata che una massa disorganizzata. Fossimo negli USA, si sarebbero già formati gruppi del genere a premere sui politici con documenti e proposte.

  9. stefano dice:

    @Emanuele
    la platea non ne saprà mai un cazzo: io potrei non essere plebe nel giudicare una legge sul digitale, ma lo sarei se parlassimo di sanità o riforma del processo penale.
    E comunque, i gruppi che cita lei sono formati da aziende e think tank foraggiate da altre aziende che col digitale ci campano. Loro hanno Apple e Google, noi Telecom Italia e RCS. Le posso assicurare che i tre quarti dei dirigenti di entrambi i gruppi avrebbero scritto una legge peggiore di quella in questione.