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Forse qualcuno avrà notato che nelle ore successive all’attentato a Parigi i tre principali siti informativi italiani (Repubblica, Corriere e La Stampa) avevano in homepage ben in vista un link al video terribile dell’esecuzione a sangue freddo di un poliziotto ferito da parte dei terroristi. Nelle stesse ore nessuno dei principali siti informativi francesi (né Le Monde né Le Figaro né Liberation) proponeva le medesime immagini che pure erano facilmente rintracciabili in rete. Quel video, ripreso di nascosto da dietro una finestra dal cellulare di un testimone, non è stato trasmesso da BBC né da molti altri siti web informativi internazionali mentre il NYT e altri hanno scelto di trasmetterne alcuni spezzoni tagliando la scena del colpo di grazia al poliziotto ferito.

È possibile che in Italia il giornalismo professionale abbia la schiena più dritta che altrove e consideri il proprio pubblico in maniera differente e più matura rispetto a quello che accade altrove nel mondo; oppure è possibile che le cose stiano diversamente, che ci sia meno da vantare e da stigmatizzare dalle nostre parti rispetto alle scelte fatte altrove.

Oltre una decina di anni fa, quando iniziarono a diffondersi i blog Jay Rosen scriveva una cosa sui rapporti fra stampa e rete che mi pare continui ad essere valida anche oggi. Detta in poche parole suonava così: per molti decenni l’ambiente informativo è stato uno spazio fisico di diffusione delle notizie che si identificava quasi completamente con la stampa. Dopo Internet l’ambiente informativo è diventato enorme e variamente popolato mentre la stampa, quella quota di notizie scambiate in cambio di denaro dentro strutture organizzative complesse, rimaneva più o meno dentro la propria usuale dimensione. Gradualmente i soggetti emettitori di informazioni si sono andati moltiplicando: alle agenzie di stampa ed ai media si sono aggiunte le aziende, i gruppi di potere, le associazioni, i sindacati, gli esperti, i semplici cittadini, i nuovi giornali online.
Le tecnologie abilitanti, e quindi i blog, le fotocamere degli smartphone e i social network, per lo meno nelle emergenze informative, hanno fatto il resto.

Tutto questo non ha cambiato nella sostanza la missione informativa dei vecchi media, li ha solo resi soggetti non più esclusivi ma con immutate grandi responsabilità dentro un panorama più complesso.
In eventi drammatici come quello odierno ambiente informativo e stampa non possono e non dovrebbero coincidere: sono contesti differenti per un pubblico differente. Un numero limitato di soggetti cercherà le informazioni alla fonte, mentre la maggioranza dei cittadini continuerà a preferire l’intermediazione professionale dei grandi siti editoriali.

Così io, che sono un cittadino appassionato di notizie, abituato alle molte opzioni dell’ambiente informativo digitale, ho twittato l’orrore di quel filmato appena visto su Facebook ma mai avrei voluto vedere pubblicato quel video dentro il filtro professionale di un grande giornale. E invece questo è avvenuto e questa scelta spiega bene l’anomalia italiana.

Perché curiosamente in Italia molto più che altrove l’informazione editoriale di maggior prestigio naviga dentro una sostanziale ambiguità: impagina un prodotto di carta piuttosto simile a quello della concorrenza negli altri paesi, contemporaneamente strizza l’occhio sulla propria versione web alle scelte più discutibili tipiche dell’ambiente informativo digitale (sesso, notizie urlate, tragedie orribili riccamente descritte per immagini, bufale, pettegolezzi ecc). I siti web di corriere.it (molto), di Repubblica (un po’ meno) e de La Stampa (molto meno) per limitarmi ai tre principali giornali italiani, scimmiottano nella propria offerta di notizie web il mix che garantisce molti click e poco decoro, un prezzo che si sceglie di pagare in nome della sostenibilità del proprio modello economico.

Potremo sempre argomentare (come ha fatto Monica Maggioni di Rai News e come ha titolato Huffington Post) che i lettori, cittadini adulti e senzienti, debbano misurarsi con l’orrore di simili immagini per farsi una idea in perfetta autonomia, ma andrà in ogni caso anche notato che molti altri giornali in tutto il mondo fra quelli che consideriamo altrettanto autorevoli ed altrettanto attenti nei confronti dei propri lettori, trattano il filtro informativo con sensibilità del tutto differente.

E pensare che l’autolesionismo nel medio periodo di simili scelte editoriali dovrebbe risultare chiaro a tutti. Nel momento in cui la stampa diventa uguale all’ambiente informativo che la circonda, nell’istante in cui le informazioni che possiamo raggiungere sui social network su Twitter e sui media sono le medesime, in quel momento la stampa perde il proprio ruolo di bussola informativa e si trasforma in semplice aggregatore dei deliri del mondo.

Quando questo avviene, ed oggi è avvenuto, abbiamo perso tutti: hanno perso i lettori, specialmente quelli che si affidano con fiducia alla mediazione giornalistica in rete, ed hanno perso soprattutto i giornali la cui offerta commerciale si avvolge in una crisi di identità senza apparente soluzione.


update: Giuseppe Smorto direttore di repubblica.it mi fa notare su Twitter che il video in questione da loro è stato tagliato nei (pochi) frame del colpo di grazia. Mi scuso per l’imprecisione.


update2: nelle versioni attualmente online su tutti e tre i siti web citati l’attimo del colpo di grazia è stato tagliato.

30 commenti a “Una cosa lunga sui rapporti fra giornalismo e rete”

  1. nicola dice:

    Possiamo dire che quel filmato ha aggiunto poco o nulla all’informazione della tragedia? Anzi: possiamo dire che ogni filmato è mero appagamento della nostra anima guardona e nulla ci informa sui moventi, sulle dinamiche, sulle responsabilità di questo attacco?

    Io penso che le risposte a queste domande sia “sì, possiamo dirlo.”

    Condivido quando dici che così facendo la stampa si confonde con il resto del mondo. E allora perché mai dovrei acquistare giornali?

  2. Daniele Minotti dice:

    L’ipocrisia del tagliare un momento truce ma vero, poi si tace ampiamente sia delle liberta’ di Charlie Hebdo (negate per il tramite della disgrazia Calderoli) e dei taciuti enormi problemi sociali che ne conseguono.
    La Rete e l’Italia muoiono anche in questa insensibilita’.

  3. oscar dice:

    I due update mi sembrano decisamente rilevanti. Oggi mi ero preso la briga di consultare alcuni siti di informazione, e il risultato della ricerca è stato il seguente:

    Repubblica, Corriere e La Stampa hanno messo il fotogramma in homepage, ma il video si presentava e si presenta nella sua versione tagliata. Dunque, dell momento dello sparo nessuna traccia.

    – Stessa scelta operata dalla CNN (e da altri quotidiani online statunitensi), fotogramma più video debitamente tagliato, e, per fare un altro esempio, da Salvo Sottile sulla sua pagina Facebook.

    Il Fatto Quotidiano ha usato il fotogramma in home, mentre nel video ha oscurato il momento dello sparo (una soluzione, questa, che credo sia stata fatta “in casa”: nei casi del taglio si trattava dello stesso video tagliato che circolava un po’ ovunque, e che è stato ripreso dai più).

    Times (in home) e Guardian (nel liveblog): video con il corpo dell’agente sfocato e un freeze prima dello sparo, così che, per un paio di secondi, si vedesse l’immagine dell’assassino puntare la pistola per poi effettuare direttamente un salto a cinque secondi dopo.

    Bild e Spiegel hanno pubblicato il video con un oscuramento in dissolvenza nel momento dello sparo, pur facendo proseguire l’audio (quindi l’audio dello sparo si è sentito).

    Il Giornale, Libero e Il Post hanno pubblicato il video nella sua interezza, senza tagli, senza sfocature, senza oscuramenti. Nota: mentre i video di Giornale e Libero sono stati caricati nel CMS del sito, il video de Il Post era embed da YouTube, e infatti, ora, Il Post, nel suo liveblog, ha inserito un avviso dicendo che il video è stato tolto da YouTube e che non pare il caso riproporlo ulteriormente.

    Liberation e Le Monde nulla.

    Ne ho poi visti altri qua e là, ma l’impressione è che la scelta editoriale fatta dalla maggioranza dei quotidiani online italiani sia stata la stessa operata da moltissimi dei principali giornali online di tutto il mondo, e cioè quella di pubblicare il video in una sua versione modificata così da togliere/oscurare il momento dello sparo. Poche eccezioni a livello internazionale: i francesi e probabilmente pochi altri. Poche eccezioni a livello italiano: il Giornale, Libero e il Post, con la nota di cui sopra.

    A mio parere la scelta del Post è stata la migliore: dovere di cronaca imperante nel liveblog (con tanto di avvertimento agli utenti sulla natura delle immagini) per poi, una volta passato il momento della cronaca più stretta, non riproporlo (mai) più in altre parti del sito. L’averlo preso da YouTube (che ha poi eliminato quella specifica copia del video integrale) ha poi consentito di non doversi porre troppe domande sul fatto se lasciare il video “attivo” nel liveblog anche una volta passate ore o giorni dall’evento.

  4. Shylock dice:

    “Attenti nei confronti dei propri lettori” vuol dire che la stampa mainstream, piuttosto omologata in questo come in altri aspetti, fa come il parroco di “Nuovo Cinema Paradiso”: taglia le scene dei baci, perché chi guarda non è considerato abbastanza maturo; la stampa francese in questo caso va oltre, taglia tutto il film.
    @Nicola. Il filmato aggiunge moltissimo, perché fa a pezzi il mantra ufficiale degli attentati recenti, tutti ovviamente opera di pazzi isolati: come spiegava nel commentarlo un esperto inglese di antiterrorismo, questi sono soldati ben addestrati che hanno compiuto un’operazione militare; l’esecuzione del poliziotto, in particolare, è stata compiuta “without breaking stride”, cioè continuando a camminare, come fosse la cosa più semplice e naturale (o abituale) al mondo.

  5. Roberto Re dice:

    Ieri piazze a Parigi, Londra e Berlino. In Italia Salvini e Mentana in tv ed io a stare ascoltare discorsi su notizie che ho scoperto stamane non essere confermate.
    Ieri al TG di la7 delle 20 avevo notato l’inciso di Mentana sulla rimozione della scena dell’esecuzione, poi,dopo aver visto il filmato, mi ero chiesto che senso avesse rimuovere solo un paio di fotogrammi in quella sequenza ?
    Ieri avevo notato che era anche il Natale ortodosso e mi chiedo se magari tra qualche giorno in qualche talk show sentirò teorie a riguardo. …

  6. Signor Smith dice:

    Il taglio del filmato è ipocrita quasi quanto quelli che scrivono “vaffa****lo”

  7. nicola dice:

    @Shylock
    Io non ho parlato di censurare la notizia. Ho detto che il filmato è inutile, soprattutto per la stampa. Le parole, al massimo una foto, sono più che sufficienti per dire quello che c’era da dire. Il filmato, poi, si può reperire facilmente fuori dai servizi giornalistici.

  8. Fabio dice:

    Il pezzo di Massimo va al cuore della para-informazione made in Italy. Lo dico da soggetto agente in questi luoghi, ovvero dove comanda il click. Ebbene vi posso assicurare che la dose di cinismo arriva a dei livelli, per chi sta fuori, inimmaginabile. Rischio di generalizzare – ma neppure troppo visto che ho girato numerose redazioni online -, ma ad ogni morto (basta che sia eclatante), un orrido compiacimento compare su chi vede e annota l’andamento del traffico. Mi ricordo l’euforia – ripeto l’euforia – durante gli eventi dell’11 settembre. Contenti per il numero di visite e perché i server “non erano andati in tilt”.
    Da allora ad oggi nulla è cambiato. Anzi a mio giudizio la deriva priva di qualsivoglia etica – che è poi accompagnata dal mancato ruolo assegnato all’informazione professionale – si è accentuata. Un salto suicida, spinto verso il baratro sia del peggioramento dei bilanci delle diverse aziende editoriali (alla fine l’online è ancora sottoposto alle ferree regole del Cpm) sia dai social, usati male e a sproposito.
    Questa è la realtà. Temo che questa direzione non cambierà così presto :(

  9. Pier Luigi Tolardo dice:

    Quando Aldo Moro fu sequestrato non esistevano cellulari, tablet,Internet, le foto te le sviluppavano dopo settimane, a meno che non avevi la Kodak per le istantanee. Quando i brigatisti gli scattarono la famosa foto con la Repubblica davanti il dibattito sull’opportunita’ della foto imperverso’ per settimane e intanto si pubblico’ qualche altra foto, fu deciso che era giusto pubblicarle sempre, anche le lettere in gran parte furononpubblicate, la stampa straniera critico’ molto la cosa ma in gran parte riprese la foto. Poi ci furono le foto di Moro sul tavolo dell’obitorio pubblicate da un grande giornale diretto da un grande giornalista, le foto del Papa ferito quasi a morte e poi perfino le sue radiografie, poi le foto dei terroristi torturati dai poliziotti del caso Dozier, poi un grandguignol per documentare le violenze del G8. La stampa italiana e’ cresciuta in questo contesto, queste abitudini, questo dibattito giusto o sbagliato che sia, il terrorismo e’ stato un nostro compagno di vita per un decennio come in nessun altro Paese europeo, nemmeno la Germania con la sua Raf o la Francia con Action Directe, la mafia lo e’ tuttora, seppure in parte stroncata, poi si possono fare tutte le critiche anche giuste che si vogliono sull’opportunita’ di questo o quello, come ci furono sul caso Quattrocchi,ma il paragone con gli altri Paesi non e’ semplice ne’ sempre opportuno.

  10. vinz dice:

    il taglio dei fotogrammi dai filmati mi ricorda quei film porno giapponesi in cui si vedono ragazzine che devono apparire 13enni stuprate senza pieta’, ma con i genitali pixellati per decenza.

  11. Carlo M dice:

    In Italia non esistono i tabloid, che in altri paesi assolvono il compito quasi esclusivo di “scimmiottare nella propria offerta di notizie il mix che garantisce molti click e poco decoro”.

  12. gregor dice:

    Ma qualcuno ha scoperto come si leggono gli aggiornamenti sul corriere? Solo ilpost è chiaro e limpido.

    La home del corriere ha la foto grande con i due titoli in prima pagina, solo li è possibile rimanere aggiornate sui fatti. Non hanno un live blogging come sul post. Perciò, come si leggono gli aggiornamenti sui quotidiani online?

    Sembra una domanda stupida, ma farsi un idea di cosa sta accadendo, sul corriere, è impossibile.

  13. Andrea dice:

    La pubblicazione del video con lo sparo è utile per capire che tipo di preparazione militare hanno avuto gli attentatori: un solo colpo alla testa e di corsa con un’arma lunga presuppone un’ottima preparazione militare, la stessa che ha permesso di centrare con una raffica 20 centimetri quadrati di lunotto dell’auto della polizia a 30 metri di distanza. Particolari a prima vista ininfluenti ma che hanno permesso di suffragare alcune tesi riprese dai quotidiani di oggi (preparazione, addestramento e altro) che non sono solo appannaggio dell’intelligence ma anche di un’opinione pubblica attenta. Condivisibili, a prescindere dall’episodio, le considerazioni sulla doppia faccia del giornalismo stampato e di quello web: colpa, forse, del ritardo digitale del nostro paese?

  14. Valeria Dal Monte dice:

    “Così io, che sono un cittadino appassionato di notizie, abituato alle molte opzioni dell’ambiente informativo digitale, ho twittato l’orrore di quel filmato appena visto su Facebook ma mai avrei voluto vedere pubblicato quel video dentro il filtro professionale di un grande giornale. E invece questo è avvenuto e questa scelta spiega bene l’anomalia italiana.”

    Mi spieghi la logica di questo?

  15. Eusebia dice:

    Trovo forte e inutile persino la foto della vittima che prova istintivamente a difendersi alzando il braccio. Non voglio vederla, non aggiunge niente, serve solo a straziare ulteriormente le persone che volevano bene quella persona, che devono sopportare di vedere in prima pagina l’ultimo umanissimo, nudo gesto di un uomo un istante prima della sua morte.

  16. La pornografia del dolore, ma in modica quantità | […] SEGNALE ORARIO dice:

    […] la pornografia del dolore. Che a quanto pare, come spiega benissimo Massimo Mantellini – Una cosa lunga sui rapporti fra giornalismo e rete – sembra essere un fenomeno particolarmente accentuato soprattutto tra i media […]

  17. Emanuele dice:

    Un tempo prendevo posizione in queste discussioni perché era ancora possibile controllare la diffusione di immagini e video, e allora la mia preoccupazione principale non era tanto il buon gusto (che è sempre soggettivo) o il timore di censure (che è sempre strumentale alle proprie idee), ma il fatto che ci finissero in mezzo i soggetti più deboli è cioè bambini e ragazzini. Tra parentesi, finivo invariabilmente per essere accusato di bigottismo o arretratezza o di essere di destra perché a favore di certe censure.
    Oggi la tecnologia ha fatto saltare tutti gli argini e qualunque cosa è disponibile praticamente per tutti, ragazzini compresi, di conseguenza il problema non si pone più dal mio punto di vista.
    Le conseguenze le vedo da anni e sono, al netto delle manipolazioni che i principali media riescono a portare avanti sulle opinioni pubbliche, soprattutto assuefazione e cinismo crescenti.
    Per fortuna sono adulto e vaccinato e non mi sorprendo più di niente, né del tizio che si fa il selfie sorridente davanti al cadavere della nonna né di chi riprende gli ostaggi dentro un locale in Australia. Semplicemente non li guardo, così come non guardo filmati di questo tipo (e per quanto in mio potere cerco di tenerne lontani i nipoti quando sono con me).
    Per il resto osservo questo fantastico esperimento di ingegneria sociale che è l’esposizione della popolazione a estremi di violenza crescenti, portato avanti in nome della modernità senza regole che è l’unico credo di strati sempre maggiori della popolazione mondiale.

    p.s.: Mantellini trovo molto più disgustoso che la Rai a suo tempo abbia trasmesso il pianto di Alfredino Rampi a Vermicino, mentre era in fondo a quel pozzo, con Pertini (tanto per tornare a un nome già tirato fuori in questi giorni) che gli parlava, come se per il bambino avesse avuto qualche importanza che ci fosse lui, piuttosto che il filmato dell’esecuzione del poliziotto. Perché nel primo caso si era nel 1981 e nessuno era abituato a simili scene, oggi di morti ammazzati in televisione se ne sono visti a tonnellate, nella cosiddetta fiction e nelle vere guerre.

  18. Shylock dice:

    @Andrea. Appunto: quella sequenza filmata sbugiarda tutta la campagna tranquillizzante della stampa e delle autorità francesi di fronte alla serie di “pazzi isolati” che hanno compiuto attentati negli ultimi tempi.
    Si è trattato di un’operazione militare in piena regola, che ha colto criminalmente impreparato chi doveva opporvisi e non ha saputo difendere uno degli obiettivi più ‘sensibili’, nel cuore della sua capitale.

  19. Pigi dice:

    @oscar
    Secondo te la scelta del Post é la migliore. Ma la loro giustificazione ieri era “perché aiuta a capire cosa è successo e la violenza dell’avvenimento”. Oggi quella giustificazione non regge piú? Non serve piú capire? Secondo me si sono resi conto di aver fatto una porcata, ma si sentono troppo primi della classe per ammeterlo.

  20. mario tedeschini lalli dice:

    Massimo,

    giusto e sbagliato insieme (e mi riferisco alla chiave interpretativa generale, non alla questione specifica del video più o meno tagliato).

    Mi sembra che tu ed altri attribuiate una certa leggerezza dei siti web delle testate storiche a una omologazione verso lo “anything goes” della rete — e qualcuno (non te in questo caso) attribuisce questo atteggiamento a una ricerca spaspodica e poco onorevole di traffico.

    Io temo che queste analisi diano troppo peso a ciò che accade in rete da dieci anni a questa parte e sottovalutino radicalmente alcune caratteristiche del giornalismo italiano che predatano il digitale e che lo facevano – sin da allora – molto, ma molto diverso dal giornalismo c.d. “responsabile” o “di qualità” degli altri Paesi.

    Il giornalismo italiano – sin almeno dagli inizi degli anni Ottanta – è stato radicalmente diverso dalle analoghe pratiche di altri Paesi occidentali per la minore attenzione ai dettagli, alla verifica, diciamo ai fatti. E’ stato un giornalismo che ha, per esempio, rivendicato con orgoglio una prevalenza della interpretazione sulla cronaca, sia pur nella forma che “far cronaca è sempre far interpretazione”. E’ stato un giornalismo che – da quando lo frequento – nel dubbio ha sempre scelto il registro comunicativo più enfatico e clamoroso, con la conseguenza per esempio di usare la cifra più alta in un bilancio delle vittime di un incidente o di un attentato in caso di dubbio (esattamente il contrario di quello che fanno gli altri).

    E’ stato un giornalismo che del “prima non prenderle” ha fatto un dogma, quindi ossessionato dall’avere comunque tutto quello che hanno gli altri – più che di avere cose che gli altri non hanno – e che quindi si preoccupa qualcun altro possa pubblicare una fotografia che noi magari giudichiamo inopportuna.

    Il tutto bagnato in una cultura politico-sociale nella quale qualunque scelta editoriale, pur discutibile, diventa “censura”.

    Il ciclo 24/7 e la “concorrenza” con altre fonti di informazionii che non siano le testate tradizionali ha probabilmente accentuato il problema ma non lo ha creato.

    Dico tutto questo perché uno sguardo temporalmente un po’ più distaccato può aiutare a capire non solo il giornalismo italiano (che peraltro nella sua forma storica ha ovviamente i suoi ben noti pregi), ma tutta la società italiana. Tutti noi come cittadini, lettori, giornalisti, informatori, ecc.

    Buon anno a tutti

  21. Joe Belloccio dice:

    Eusebia, se non vuoi vedere la foto del poliziotto che alza la mano per implorare pietà, se proprio non vuoi vederla, beh, ti consiglio una cosa: invece di auspicarti censure (chi deve decidere cosa si può vedere e chi no?) e limitazioni della libertà di stampa, fai una cosa più semplice.
    Non guardarla. Non guardarla tu.
    Vedi? Risolto.

  22. .mau. dice:

    @Joe: non è così semplice.
    Ricominciamo da capo: finché le vignette di Charlie Hebdo se ne stanno nel giornale, io non lo compro e siamo tutti felici: io che non le vedo e chi intende vederla. Parimenti, se XYZ mette un link alla foto del poliziotto che chiede pietà, avvisando che potrebbe essere un’immagine forte, io non la guardo e sono contento, e chi la vuol vedere è pure contento. Ma se apro la home page di XYZ e mi trovo il fotogramma (o le vignette di CH) in bella vista, allora non ci sto.

  23. Stefano dice:

    Caro Mante, permettimi l’off topic in casa tua. Da tuo attento lettore per piu di un anno, apprezzo il taglio e i commenti di questo blog. So che non si usa chiamare il pezzo del prossimo post, sono un ospite me ne rendo conto. Ma mi piacerebbe tanto conoscere un tuo parere sull’accaduto a Parigi. Tu che hai spesso il dono di incanalare la rabbia e il disgusto nelle più moderate e attente valutazioni. Vorrei capire che sta succedendo là fuori.

  24. Eusebia dice:

    @Joe, non posso non guardare quella foto, perché è ovunque. Per me il ragionamento è da capovolgere: non sono io che non devo guardarla, sei tu che se proprio vuoi vederla devi andare a cercarla altrove nel web. Non deve stare dentro un quotidiano di informazione, perché questa non è informazione. Non in prima pagina, non in quel formato.
    Non auspico censure, ma informazione seria, per prima cosa, e poi anche pietà umana e rispetto della sensibilità di chi, guardando quella foto, vede l’ultimo istante di vita di suo padre, suo fratello, il suo amico. La morte è sempre un fatto privato. Non c’è esigenza informativa che possa giustificare una sua così nuda esposizione.

  25. Shylock dice:

    @Eusebia: “ovunque” non vuol dire che qualcuno viene a sbattertela in faccia. Sarebbe come dire: non voglio che quel manifesto venga appeso in piazza, o magari che quel tizio ci cammini, perché io ci passo e non lo voglio vedere. La piazza è di tutti, esattamente come la libertà di espressione: se a qualcuno dà fastidio, è lui che si deve scansare, non gli altri.
    Aggiungo che “la morte è sempre un fatto privato” è una percezione da occidentale postmoderna, abituata all’anestetizzazione della morte, che in altre società ed epoche è invece vista per quello che è, una cosa che succede tutti i giorni, mentre da noi si preferisce nasconderla o ignorarla finché si può.
    Senza contare che le informazioni (immagini incluse) su di un attentato non sono un fatto privato, sono di interesse pubblico: se non lo sono quelle, non so proprio cos’altro lo sia.

  26. Pier Luigi Tolardo dice:

    Nei mesi scorsi la famiglia Cucchi ha voluto mostrare le foto impressionanti di Davide morto, proprio dopo il processo che non e’ riuscito ad accertare le responsabilita’ delle forze dell’ordine che lo avevano in custodia e nessuno si e’ sentito di condannare la loro scelta. Per quanto riguarda le morti di ragazzi di colore in seguito ad arresti da parte della polizia si e’ scelto di non nascondere gli ultimi attimi al fine di di dimostrare l’abuso e non si e’ sentita un grande coro di critici, qui le parti sono capovolte, credo onestamente che anche qui si dovrebbe conoscere l’orientamento della polizia francese e della famiglia dell’agente, non dandoli per scontati in senso contrario.

  27. Emanuele dice:

    @Shylock
    Mi vengono in mente i bambini impiccati di Cattelan appesi a un albero in piazza a Milano. La tipica provocazione artistica che passa sopra a tutto e tutti. Anche in quel caso c’era chi diceva se non ti piace non lo guardi.

  28. Povero Charlie. Povero giornalismo. Poveri noi. « ilpicchioparlante dice:

    […] parlare, ne sente discutere, ma poi, lascia cadere il tutto in una generica scrollatina di spalle. Le notizie, rischiano di far perdere, in termini di civiltà, sia i media che i lettori stessi, a seconda di come vengono diffuse, capite e […]

  29. L’attacco via internet alla fabbrica in Germania. E la responsabilità di dare le notizie | Luca De Biase dice:

    […] I casi delle decapitazioni o della brutale freddezza dell’assassino del poliziotto a Parigi (Mante) insegnano che non tutto viene pubblicato da tutti. Perché le notizie sono molte e una scelta […]

  30. Non aggreghiamo i deliri del mondo - manteblog dice:

    […] responsabile di Repubblica.it di partecipare al piccolo spigoloso dialogo sul giornalismo online (qui il mio post orginale qui il contributo di Mario Tedeschini Lalli) nato a margine dei fatti di […]