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Vista da qui la vicenda e la morte di Stefano Cucchi sono un ritratto esatto di questo Paese. Ne raccontano la storia culturale nei suoi aspetti più deprimenti e noti.
Se non consideriamo questo ci meraviglieremo di tutto: delle sentenze contrastanti, del racconto straziante dei familiari, del giudizio sprezzante di una certa stampa, soprattutto della mancanza di pietà che si respira ovunque e non solo nei discorsi di Giovanardi o di Salvini.

Esiste un disegno di isolamento sociale, di non riconoscimento dell’altro che è ormai la cifra del nostro essere italiani. Dentro questo limite geografico (parlo della geografia dei nostri sentimenti che misura le distanze in una maniera differente e curiosa) tutto della vicenda Cucchi acquista un senso possibile. I comunicati sguaiati e i gesti dei sindacati di polizia, ma anche, sul versante opposto, la modalità usuale della resistenza mediatica all’arroganza del potere (quella che inchiostra i giornali dei sentimenti di vergogna e solidarietà e che porta Ilaria Cucchi all’altare televisivo del benpensare nazionale questa sera a Che tempo che fa): il sogno improbabile secondo cui i media stessi, una volta ogni tanto, siano lontani dal potere e rappresentino un baluardo in nome dei più deboli. Per quelli che riescono a crederci.

Tutti noi, in una maniera o nell’altra, partecipiamo allo scempio della verità nel momento in cui verghiamo il nostro parere interessato sulle cause di morte di Stefano, oppure sul suo essere un tossico, o anche su qualità e vergogne del nostro sistema di polizia o carcerario. Nella società dell’informazione tutti sembriamo informati su tutto anche se le nostre fonti sono sempre e solo dentro il nostro piccolo ambito di riferimento.

Così quello che va in onda ogni volta è il risiko degli schieramenti dove la voglia di dividere e segmentare ha due sole possibili spiegazioni: una solidarietà nazionale mai raggiunta, con la sua inevitabile incapacità a riunire persone differenti dentro sentimenti identitari (avviene anzi l’esatto contrario i sentimenti identitari marcano la distanza fra molti piccoli gruppi, fra noi e il nostro vicino), oppure una unità di intenti che se mai è esistita esce quotidianamente frantumata dai nostri nuovi particolarismi indotti da nuovi contesti sociali (la crisi economica, l’immigrazione, il fallimento della politica). Essere italiani insomma oggi non significa nulla nemmeno di fronte a tragedie gigantesche.

In entrambi i casi la griglia sociale che controlla il controllore, che smaschera i furbi ed i violenti, i ladri e i farabutti, è destinata a fallire. Fallisce nel restituire verità alla morte di Cucchi, fallisce quando intesta un ruolo ai media (Nessuno è Stato titolava Il Manifesto in uno dei suoi usuali giochetti di parole che evidentemente piacciono tanto alla redazione [a me se devo dirlo no, li trovo stucchevoli e fuori luogo] e che per una volta in questo caso e involontariamente, sfiora la verità profonda dei fatti) ma anche, prima ancora, fallisce per colpa dei meccanismi protettivi degli ambiti professionali coinvolti (medici, infermieri poliziotti, magistrati) tutti impegnati a segnare il perimetro del proprio gruppo dagli assalti di quelli fuori; infine e soprattutto fallisce per colpa nostra, per l’abitudine ineludibile che abbiamo di preferire la nostra misera geografia sentimentale ad una idea più grande e più alta di comunità nazionale.

Nessuno è Stato, dice bene il Manifesto mentre equivoca il mondo nella sua usuale riduzione populista dei temi in discussione. Nessuno è Stato non perchè – come suggerisce il quotidiano comunista – esista uno Stato reazionario che uccide i cittadini più deboli e poi ne esce ogni volta indenne, ma perchè nessuno di noi lo è, Stato. Restiamo il volgo disperso che nemmeno si accorge più di quanto è misero ed impotente quando invoca quella giustizia e considerazione che solo lo Stato, quando esiste, può chiedere a gran voce ed infine ottenere.

7 commenti a “Nessuno è Stato”

  1. andrea61 dice:

    In un processo per omicidio devi dimostrare il nesso causa effetto tra un’azione e la morte della vittima. Se uno viene pestato devi dimostrare che la morte è conseguenza diretta delle lesioni. Se uno viene curato male devi dimostrare che gli errori medici hanno inequivocabilmente portato al decesso.
    Da quanto ho capito i periti hanno riconosciuto molte brutte cose, da lesioni tipiche di un pestaggio a comporrtamenti medici poco attenti ma che nessuna di queste cose poteva portare alla morte di Cucchi.
    Io non trovo nulla di strano nel verdetto assolutorio. Trovo invece incredibile che chi si è comunque macchiato di comportamenti indegni di un paese civile si senta in diritto di esultare facendo pure la vittima solo perchè il Parlamento si rifiuta di varare una legge sulla tortura.

  2. massimo mantellini dice:

    Sono molto d’accordo Andrea

  3. Pernice Biana dice:

    “Esiste un disegno di isolamento sociale, di non riconoscimento dell’altro che è ormai la cifra del nostro essere italiani.”

    Purtroppo da ambo le parti (o meglio varie), non credi?

  4. Paolo dice:

    Cucchi, Aldrovandi, Giuliani, Ferrulli, Uva, Rasman, Bianzino.
    Hanno incontrato lo Stato.

  5. Fabio dice:

    “Esiste un disegno di isolamento sociale, di non riconoscimento dell’altro che è ormai la cifra del nostro essere italiani.” Un disegno che questo post – tutto in negativo – propone in una forma ulteriore, purtroppo.

  6. cla van dice:

    @Andrea 61 fammi capire: siccome è stato picchiato ma QUASI a morte e poi quelli che l’hanno preso non l’hanno curato, ma ogni tanto gli davano un aspirina o so io cosa, allora non sono colpevoli? Quindi se io ti do prima della stricnina ma non in quantità letali ma solo per farti abbassare selvaggiamente tutte le tue difese immunitarie e poi cambio veleno e te lo do in quantità che normalmente non ti ucciderebbero ma nella tua condizione particolare si allora non sono colpevole? Ma porco mondo ma fate davvero? qui c’è una persona che è morta non è una discussione sui massimi sistemi da fare attorno ad un tavolo da te… veramente ormai l’italiano è irrecuperabile…

  7. Cucchi [2]: la mappa degli hashtag. Lo Stato fantasma e i caduti dalle scale - misurare la comunicazione | misurare la comunicazione dice:

    […] aveva proposto un intelligente détournement: Nessuno è Stato non esprime solo la mancanza di colpevoli come […]