Il TAR ha annullato la decisione del Politecnico di Milano di svolgere in maniera esclusiva le lezioni per la specialistica e i dottorati in lingua inglese. Non ho idea se si tratti di una decisione giusta o sbagliata, immagino che tutto derivi dal fatto che fosse una scelta esclusiva. Ma a parte questo suona deprimente molto di quello che si intravede dietro: i docenti che non vogliono insegnare in una lingua non loro, i dotti interventi a difesa della sacra lingua italiana che rischia di scomparire, l’uso dei Tribunali Amministrativi ormai diventati arma paralizzante per qualsiasi iniziativa o decisione. In particolare sulla imposizione culturale di una lingua non nostra e sulla salvaguardia culturale dell’italiano non ho un parere del tutto preciso. Pensavo di chiedere consiglio questa sera, quando torneranno a casa, alle figlie (meravigliose) dei nostri nuovi vicini di casa londinesi. Con un babbo italiano e una mamma francese a otto anni parlano tre lingue: a scuola studiano spagnolo e cinese. Chissà cosa ne pensano della difesa costituzionale della loro lingua madre. Una volta che un qualche tribunale abbia sanzionato quale essa sia.

31 commenti a “Luke, io sono tuo padre”

  1. Trentasei dice:

    A parte il biennio, ho studiato tutto in lingua inglese, visto che oltre un certo livello i testi scientifici son quasi tutti in lingua inglese. Superato lo scoglio iniziale dei termini tecnici, tutto risultava semplice, e leggevo l’inglese come l’italiano a furia di studiare. Non metto in dubbio che la stessa cosa possa avvenire parlando, è certo però che che ogni espressione la si apprende meglio nella propria lingua. Inoltre quando si legge il testo è chiaro, non si hanno dubbi di interpretazione, ci si può soffermare quando non si capisce bene, e seguire insomma i propri tempi. In una lezione no, si seguono i tempi del professore, e già si è in attenzione nell’apprendimento di qualcosa di difficile/nuovo, se in più devo farlo in un’altra lingua mi si aggiunge una difficoltà. E mi chiedo: qual è la finalità di una scuola tecnica? Insegnarmi l’inglese o la tecnica? Non è forse meglio che impari bene la tecnica e parallelamente ci siano dei corsi di inglese, o che partecipi a dei seminari in cui usarlo e ascoltarlo e in cui mi abitui (una volta capita la tecnica) a confrontarmi nel contesto internazionale? A me sta cosa del Poli è sembrata più un’azione di marketing per dire “noi siamo più avanti” che un reale valore aggiunto alla formazione.

  2. Signor Smith dice:

    Concordo con Trentasei…, e mi domando quanti professori siano in grado di tenere una lezione in inglese in modo efficace e con la pronuncia corretta.
    La vicenda mi fa tornare in mente le “lotte” per il bilinguismo in Alto Adige per mantenere l’italiano accanto alla prima lingua (il tedesco), avrei voluto vedere la faccia di Eva Klotz difronte all’imposizione da Roma: “No! Niente italiano!”

  3. Alessandro Campi dice:

    Non banalizziamo così la questione: decine di studi dicono che insegnare in una lingua che non è la propria è meno efficace. Il TAR ha applicato una legge (le leggi vanno rispettate tutte o si può scegliere di ignorarne un po’?). Al Politecnico si può già insegnare in inglese (esistono interi percorsi di laurea interamente in inglese), il TAR ha cancellato l’obbligo di insegnare solo in inglese.

  4. enrico p dice:

    La poca padronanza dell’inglese rimane un handicap per gli studenti e futuri laureati in campo tecnologico scienfico. Così come per molti professori (anche se mi chiedo come possano tenersi aggiornati visto che la stragrande delle riviste scientifiche e congressi è in inglese). I corsi di lingua sono poco utili e, all’università, visti come di poca importanza. Quindi quella del Poli non mi pare solo un’azione di marketing. E anche se lo fosse non vedo perchè avere un ateneo di livello internazionale che attira anche studenti stranieri sia un problema.
    Stendiamo un velo pietoso sui TAR.

  5. Trentasei dice:

    @enrico p non so con chi hai a che fare, ma i fisici italiani sono nei migliori centri di ricerca internazionale. E’ vero che la padronanza della lingua è un gap tutto italiano, ma la lingua la apprendi subito non appena cominci ad usarla in contesti multilingua reali, non artificialmente costruiti imponendone l’utilizzo. Se son tutti italiani, al Poli, studenti e professori, non ha senso, e risulta anche un po’ da pirla, visto che i professori che dovrebbero essere gli unici a parlare in genere lo parlano anche male, quindi manco la apprendi bene. Quello che dici tu è sano, ma lo sperimenti non appena entri in un centro scientifico realmente multiculturale, motivo per cui spingerei per avere molti seminari internazionali, talk e cose simili tenuti da scienziati internazionali più che le lezioni tenute da Pino per Marco e Luca in inglese maccheronico. Ti posso fare diversi esempi in Italia in ci si parla quasi sempre in inglese in strutture altamente specializzate frequentate da comunità internazionali.

  6. .mau. dice:

    avevo già scritto a suo tempo sul mio blog di quanto quell’idea per me fosse una cazzata immane, non ho neppure voglia di andare a cercare il link

  7. Alessandro Campi dice:

    La padronanza dell’inglese in certe situazioni (conferenze, laboratori di ricerca) è cosa diversa da ciò che serve per insegnare

  8. enrico p dice:

    @ Trentasei, tutto vero, ma se è un vero gap, perchè aspettare di andare al CERN, al MIT piuttosto che a ISPRA, perchè non iniziare già all’uni ? Molte università europee hanno le specialistiche in inglese (i.e. ETH di Zurico, la migliore). Attirano studenti da tutto il mondo,perchè il PoliMi non può? Diritto allo studio?
    La maggior parte dei ricorrenti è comunque di architettura.

  9. Marco dice:

    Su reddit ho trovato scritto questo:

    Il Rettore del Politecnico di Milano è eletto dai docenti e dai rappresentanti degli studenti. L’attuale rettore, Azzone, aveva tra le priorità del suo programma elettorale l’internazionalizzazione. Ed è stato eletto. Nei mesi successivi all’insediamento, Azzone ha convocato degli “stati generali”, cancellando i corsi per due giorni per permettere a docenti e studenti di partecipare, in cui discutere e concordare delle linee strategiche di sviluppo per l’ateneo. Di nuovo, l’internazionalizzazione è emersa prepotentemente.
    Il Senato Accademico, l’organo (di nuovo, elettivo) che prende le decisioni per l’Ateneo, ha votato una mozione che dice che, per favorire l’internazionalizzazione inbound (attirare studenti e docenti dall’estero), i corsi delle lauree magistrali (biennio di specializzazione) vanno insegnati in inglese. Questo dopo delle sperimentazioni pluriennali in alcuni piccoli corsi di studio (tra cui il mio) e visto il parere entusiastico degli studenti (lo so, ero tra quelli che li rappresentavano) e il sostanziale assenso dei docenti.
    Perchè non mantenere dei corsi in italiano in parallelo a quelli in inglese? Anche questo è stato sperimentato (nel CCS di Automatica) prima di decidere: purtroppo è venuto fuori che o un corso o l’altro diventa sistematicamente un ghetto. O il corso in inglese viene seguito solo dagli stranieri (che hanno già i loro problemi ad abituarsi al metodo di studio italiano), o il corso in italiano viene seguito solo da chi non riesce a stare dietro a quello in inglese. In entrambi i casi il livello di una delle due classi affonda.
    Il Rettore non ha obbligato nessuno. I fan del rettore sono rappresentanti eletti dei docenti e degli studenti. È democrazia.
    Ora, a fronte di questa decisione democratica, due 150 docenti (su oltre 4000) fanno ricorso al TAR, appellandosi a un Regio Decreto del 1933 secondo il quale le lezioni nelle scuole italiane vanno tenute in italiano. Vincono.
    Questi i fatti. Ora mi permetto di dare la mia opinione.
    Personalmente credo che le linee strategiche di crescita di un’università vadano decise dall’Ateneo (o al più a livello nazionale, se c’è un piano strategico nazionale…ma non c’è), non da un TAR. E credo che appellarsi a un Regio Decreto mussoliniano sia ridicolo.
    Il Politecnico è un’università tecnica. Non conosco il mondo dell’architettura o del design, lo ammetto. Ma nell’ingegneria, se lavori in un’azienda non proprio di provincia, l’inglese ti serve (e, hai una laurea magistrale, si spera che tu lavori in un’azienda non proprio di provincia: a quelle tipicamente basta un laureato triennale). Avrai fornitori stranieri, clienti stranieri, colleghi stranieri: senza l’inglese non puoi andare da nessuna parte. Da anni le aziende dicono al PoliMi che forma studenti eccellenti dal punto di vista tecnico ma privi di soft skills fondamentali: la capacità di lavorare in team a un progetto, l’inglese, un po’ di skills manageriali. Questo emerge dai questionari stilati dalle Scuole di Ingegneria e inviati ai top employers dei laureati del PoliMi. Avere due anni per abituarsi a usare entrambe le lingue nella vita quotidiana è un enorme vantaggio per gli studenti: lo dicono gli studenti stessi (o almeno una grande maggioranza di questi).
    Però siamo in un Paese dove le linee strategiche di crescita della migliore università tecnica d’Italia (49ma nella classifica delle università tecniche di Times Higher Education, se non ricordo male) vengono dettate dai Regii Decreti e non da una visione vagamente aperta al futuro. Francamente, avendo lavorato a lungo a favore di questa decisione dentro la mia (ex) università, oggi sono davvero scoraggiato.

  10. Alessandro Campi dice:

    Falsità.
    Oggi si insegna già in inglese in grandi corsi di laurea.
    Si può conseguire la laurea specialistica in diverse ingegnerie seguendo solo corsi in inglese.
    Qui non si tratta di discutere sui corsi in inglese, il TAR ha bloccato il divieto di avere corsi in lingua italiana, non ha vietato di mantenere decine di corsi in inglese.

  11. diamonds dice:

    l’assalto al cielo 2.0 (l’ultima volta è finita maluccio.rischiamo di poter comunicare solo con l’idioletto)

  12. andrea61 dice:

    oggi ho sentito a Radio24 uno dei docenti che hanno fatto ricorso al Tar. Le argomentazioni erano incentrate sulla libertá di insegnamento e sul fatto che l’inglese tecnico è facilmente acquisibile; fa niente che ci sia una bella differenza tra essere in grado di leggere o scrivere un articolo tecnico ed essere invece in condizione di lavorare in inglese. Io sono fresco di una selezione per la ricerca di un ingegner meccanico in grado di lavorare in inglese. Più del 70% dei candidati non era in grado di sostenere una conversazione in un inglese decente nonostante fossero tutti tra i 25 e i 35 anni e provenissero dal Politecnico di Milano.

  13. Matteo Menin dice:

    My name is Luka…

  14. Piccolaromana dice:

    Dalla mia esperienza di lavoratrice in un master internazionale di un ateneo italiano: studiare in inglese è molto importante per avere ottime opportunità lavorative in Italia e all’estero. Durante gli anni universitari il contatto con un ambiente multiculturale e internazionale è di fondamentale importanza, e se parte del corso fosse anche tenuto all’estero in mobilità sarebbe anche meglio. Detto questo non di può pensare da un giorno all’altro di cambiare i corsi di studio dall’italiano all’inglese senza accertarsi che le stutture universitarie (i docenti in primis) o gli studenti siano adeguatamente preparati. Gi insegnamenti in lingua sono fondamentali per attirare gli studenti stranieri (ed è esattamente quello che a livello europeo si vuole fare) ma se sono forniti in inglese maccheronico sono un boomerang. Non è nemmeno giusto non offrire parte della didattica nella lingua madre: marginalmente andrebbe mantenuta, si vedrà poi l’interesse degli studenti nello scegliere una magistrale in lingua inglese piuttosto che in italiano, per decretare il futuro della didattica in ateneo.
    Infine non ho capito una cosa: solo le magistrali in lingua? E perchè non le triennali? Non ha molto senso iniziare un percorso in italiano e poi completarlo in inglese, sarebbe forse il caso di attivare anche qualche triennale in lingua, per preparare gli studenti in modo adeguato.

  15. Giorgio dice:

    Ho insegnato al Poli-Mi in inglese per diversi anni. I miei studenti erano sia italiani sia internazionali e tutti quanti erano molto contenti dell’esperienza. I docenti che conosco insegnavano pure loro in inglese senza problemi (il PoliMi é un ottimo ateneo).
    Attualmente lavoro in università all’estero; manco a dirlo, tutti i corsi della nostra laurea specialistica sono in inglese da anni.
    I contatti lavorativi internazionali sono molto comuni oggi; un ragazzo laureato ha bisogno di essere fluente in inglese, sia nell’ ascolto sia nel parlarlo. Altrimenti va a fare figure maccheroniche non appena si confronta con i suoi colleghi stranieri (un classico italiano, purtroppo).
    Per questo, i corsi in inglese della laurea specialistica sono molto utili agli studenti italiani: inoltre permette di attrarre studenti e prof stranieri (che hanno la possibilità di insegnare, grazie all’inglese). Questo é particolarmente vero nel caso del PoliMi, che gode di prestigio internazionale.
    La mia sensazione é che una minoranza di docenti (che non sa l’inglese nonostante siano prof, shame on them!) abbia trovato questo cavillo per evitare la fatica di impararselo.
    Ci rimette uno dei pochi tentativi seri di innovare e modernizzare.

  16. Alessandra Foscati dice:

    Trovo l’analisi di Trentasei lucida e condivisibile. Vorrei ricordare che la lingua inglese sta incominciando ad essere quasi imposta anche per le materie umanistiche. E qui son dolori. Se un inglese magari scarno, ma corretto e preciso nella terminologia può essere adatto per le materie scientifiche, la stessa cosa non può dirsi per quelle umanistiche dove anche le sfumature linguistiche hanno una loro ragion d’essere e diventano parte del contenuto. Allora o si è tutti madre lingua molto colti o si va necessariamente incontro ad un impoverimento dei testi, certo non auspicabile. Inoltre dietro al discorso linguistico c’è anche una questione di metodo. Gli studi anglosassoni tendono ad essere brillanti, divulgativi, piacevoli alla lettura, ma molto spesso scarni e banali di contenuto. Quelli italiani (come quelli francesi) sono spesso di nicchia, autoreferenziali, ma, nella maggior parte dei casi, rigorosi e ricchi di contenuto. Forse dovremmo imparare ad essere più divulgativi e meno autoreferenziali, ma credo che la nostra italianità in questo caso vada difesa, lingua compresa, come già fanno strenuamente i francesi (consideriamo che gli studiosi umanisti sono già costretti a saper leggere almeno un paio di lingue oltre alla propria, proprio perché non esiste una lingua franca come per le materie scientifiche). Non prendiamo quello che viene da fuori dall’Italia sempre come buono in assoluto. Distinguiamo.
    Alessandra

  17. Alessandro Campi dice:

    Giorgio, il fatto che esistano sia corsi in Italiano sia in Inglese è contro la modernizzazione?
    Io ho tenuto il mio corso in entrambe le edizioni (inglese e italiana) e è un fatto che gli studenti della sezione italiana riescono a capire meglio perché imparare nello stesso momento inglese e informatica è uno sforzo assurdo. Alla fine impari male entrambi.
    Se vogliamo (e lo vogliamo) insegnare davvero una lingua straniera paghiamo persone in grado di farlo.
    E nel frattempo teniamo entrambe le possibilità (corsi in Italiano e in Inglese) lasciando che lo studente segua il percorso in cui imparerà meglio.
    E magari, da scienziati, valutiamo i dati raccolti da chi si occupa scientificamente di educazione. Tutti concordano nel ritenere meno efficace l’insegnamento in una lingua che non è la propria.
    Poi, chiaro, ci sono professori che insegnano come cani anche nella propria lingua. Ovvio loro non notano differenza cambiando lingua, gli studenti nulla capivano prima, nulla capiscono ora.

  18. gregor dice:

    @andrea61 dice:

    Io le aziende che assumono Ingegneri in base alla conoscenza dell’inglese proprio non le capisco. Se hanno bisogno di un commerciale allora ook, ma assumere un Ingegnere per un lavoro commerciale è buttare via una risorsa tecnica. I miei amici Ingegneri, meccanici o elettronici, non hanno tempo per imparare bene una lingua, lavorano tutto il giorno tra pc e area produzione e l’inglese è superfluo, e sto parlando di aziende come la Cnh.

  19. UlisseNano dice:

    1) proporre corsi in Inglese
    2) proporre corsi in Italiano
    3) studente sceglie
    4) Tra tre anni resoconto e si rivede
    5) prossimo argomento grazie

  20. Alessandro Campi dice:

    Ulisse, sono già 5 anni che al Politecnico facciamo 1, 2 e 3

  21. simone dice:

    A quando l’english version di questo blogghe?

  22. Carlo M dice:

    io chiederò consiglio lunedì mattina, se lo vedrò, al figlio (non esattamente meraviglioso) del tabaccaio sotto al mio ufficio, col padre di trastevere e la madre di nettuno, che parla italiano peggio di un inglese e a scuola ci va un giorno sì e uno no. chissà cosa ne pensa lui della difesa costituzionale della sua lingua madre.

  23. fasa dice:

    Sono colpito dall’alta presenza di commenti che con spunti diversi difendono la necessità di mantenere corsi in Italiano.
    Lavoro in una Università milanese, che già da parecchi anni ha avviato un processo di trasformazione internazionale. Oggi insegno per il 70% del mio tempo in aule internazionali. Vado per punti:
    1. L’internazionalizzazione e la presenza di corsi in inglese è una necessità e non un’opportunità. Oggi giorno le università devono misurarsi a livello internazionale con altri atenei e questo vuol dire essere in grado sia di attrarre studenti di talento sia docenti e ricercatori che provengono da altri paesi. Il primo passo indispensabile è introdurre corsi in lingua inglese. La scelta del Poli, che ad alcuni parrebbe estrema, è semplicemente orientata a rispondere in maniera efficace a questo contesto.

    2. Livello dell’apprendimento. Non ho riscontrato problemi nel livello di apprendimento da parte dei partecipanti. Certo per i docenti è più faticoso, ma se vivono già all’interno di un contesto multiculturale, con colleghi che sempre più arrivano dall’estero o attività di ricerca sviluppata a livello internazionale è solo questione di esercizio e apprendimento. Nel mio caso, dopo i primi due anni tutto è diventato molto più semplice. Oggi preferisco insegnare in aula internazionale perchè si tratta di un’esperienza molto più stimolante e di maggiore apprendimento anche per me. Tenete inoltre conto che la transizione internazionale è una delle poche opportunità per il sistema universitario italiano per stimolare un po’ di ricambio generazionale (e non mi stupisco per niente che qualcuno poi faccia ricorso al TAR) e modernizzarsi, immaginando di riuscire ad attrarre anche persone dall’estero.

    3. Utilità per il futuro lavorativo. Qui alcune affermazioni mi sembrano davvero fuori contesto. Il problema non è quanto avrai bisogno dell’inglese in azienda o quanto ti servirà strumentalmente per il colloquio, ma quale mercato avrai a disposizione per il tuo futuro percorso professionale. Sarà l’Italia (sigh) o il mondo? Perchè non cogliere l’opportunità? Soprattutto considerato che il livello di preparazione sulla lingua inglese che offre la formazione scolastica italiana è nel migliore dei casi insufficiente (per esperienza diretta).

  24. andrea61 dice:

    @gregor: assumere un ingegnere per un lavoro tecnico/commerciale sarebbe uno spreco di risorse ? Secondo te un team che va a discutere un impianto industriale è fatto di massaie e di esperti di filologia sanscrita ?

  25. Gennaro Carotenuto dice:

    È un bel problema. Sicuramente c’è la difesa della lingua (a volte giusta, spesso malintesa, sciovinista, provinciale). D’altra parte i corsi in inglese spesso non si fanno per i “nostri” ma per internazionalizzare, ovvero attrarre studenti dell’europa orientale o cinesi con corsi di livello medio basso, scalare di decimali le classifiche e incassare qualche soldo dalle matricole. Credo invece conti meno all’oggi l’opposizione dei docenti. Siamo pieni di 40enni iperqualificati che parliamo un dignitoso inglese. Spesso è un’opprtunità per i precari… il fatto principale è sempre lo stesso: non ci sono i soldi. Se mi dai 100€ l’ora mi va bene. Se invece mi obblighi solo a fare un corso in più recalcitro. È lavoro….

  26. Alessandro Campi dice:

    Noto che tra gli argomenti torna la difesa dei corsi in inglese. Il TAR non ha vietato i corsi in inglese. Nelle facoltà di ingegneria già moltissimi corsi sono in inglese (e lo è il materiale di studio). Il TAR ha vietato di vietare corsi in italiano. Ha vietato che per un vezzo rettorale si debba usare sempre e solo la lingua straniera.

    Sul fatto che insegnando a Milano in inglese si strappino studenti a Stanford o al MIT mi permetterei di commentare con una risata. Da noi arrivano gli scarti degli scarti. Rendiamoci conto di cos’è Milano nel mondo e cerchiamo di vivere nel mondo reale.

    Se vogliamo offrire opportunità vere ai nostri studenti cominciamo ad attrarre professori dall’estero (che da anni, se vengono, insegnano in inglese) e cerchiamo di non perdere i nostri. E per farlo servono soldi, non grida manzoniane. L’ironia sui 100 euro l’ora che smuovono le montagne farà colpo, ma spiegatemi chi di voi accetterebbe di vedersi aumentare il carico di lavoro, a parità di stipendio e sapendo che i colleghi delle altre aziende per fare lo stesso lavoro vengono pagati il doppio. Si fa in fretta a ironizzare sui baroni universitari, ma la verità è che un’ora di lavoro di un ricercatore universitario o di un professore viene pagata meno di un’ora di una colf.

  27. mORA dice:

    Come sapete sono iscritto al POLIMI come decano degli studenti.
    Ho quindi vissuto la vicenda dal vivo.

    Alcune riflessioni.

    1) @Massimo: non è necessario fare come Serra, ovvero avere un’idea su ogni cosa ogni giorno, e meno se ne sa meglio è; capisco che in casa uno ne parli, ma per l’approccio superficiale bastano ed avanzano i giornali.

    2) Ha ragione Alessandro Campi: la sentenza non vieta i corsi in inglese, evita che siano vietati quelli in italiano. Che per impugnare la delibera duepuntozzero uno debba ricorrere a sofismi e stratagemmi è colpa del codice civile e della prassi non certo dei ricorrenti. Che dietro ai ricorrenti si accodino persone dappoco in quantità omeopatica direi che è normale, visto che l’università è qui sul pianeta e non altrove. MA l’idea dei ricorrenti, comunque espressa, non è sbagliata.

    3) Io seguo corsi in inglese, con materiale in inglese già da anni e già prima a La Sapienza alcuni corsi (uno per tutti Sistemi Operativi, il cui testo era a scelta tra Stallings, Tanebaum e Silberschatz) erano in inglese.

    4) Quando circolò la delibera rettoriale non mi era chiaro chi fosse lo studente destinatario di questa rivoluzione; eggià perché come al solito cannocchiali puntati sul dito. Gli studenti italiani arrivano all’università con un inglese sufficiente e permettere loro di seguire i corsi in inglese e dare esami in inglese? Perché se a monte non hai un corso di studi che ti porta all’università in grado di (mettete qui una cosa a scelta), poi che te ne fai dell’università del futuro?

    Si dia il caso che moltissimi studenti all’università manchino persino dei rudimenti di quelle basi che pure il sistema scolastico precedente avrebbe dovuto fornire loro. Per quale miracolo questo non si applichi all’insegnamento dell’inglese non è dato.
    Ah, sì: le tre i di Berlusconi, ma forse non ricordate? Furono poi abbandonate per la lotta al cancro.

    5) Gente che non ha nulla da dire in italiano può avere qualcosa da dire in inglese? Perché da entrambi i versanti dell’insegnamento di vaniloquenti se ne trovano a ciuffi. Aumentare la difficoltà espressiva per coloro che già ne hanno dovrebbe rendere qualitativamente migliore quanto non hanno da dire?

    6) Attrarre studenti stranieri. Ma ragazzi, non è l’università che tiene gli stranieri lontani, è il paese che è disarmante per chi volesse stabilirvisi. E poi: siamo sicuri che dall’estero non vengano studenti al POLIMI? Sarò stato confinato in una classe mutirazziale in quanto romano? Certo, non verranno americani ed inglesi, saranno persone che vengono da paesi in cui la vita e l’istruzione sono (percepite come) peggiori delle nostre. OK, quale parte del concetto di emigrazione non vi è chiara? Sicuri che tutti gli italiani che vanno a studiare all’estero lo facciano per innalzare il prestigio delle università?

    7) Attrarre professori stranieri. Eggià perché noi ne abbiamo pochi, e pochissimi sono i precari che non arrivano nemmeno al 60% del totale. Voi direte ecchissene, se quelli che vengono sono migliori. Ecco, ho una notizia per voi: a quelle cifre io mi meraviglio che i nostri continuino ad insegnare ed a rendere, alla fine, un servizio che nella media è più che soddisfacente, con rare, note, evidentissime eccezioni di scarpari, incompetenti, buffoni, baroni et al. ma sempre in quantità fisiologica. E con questo paese attorno e questi presupposti attrarremmo professoroni dall’estero? Certo, qui potremmo giocarci la Fiche Cadeau Panto: gli diciamo “potreste parlare inglese”. Irresistibile.

    8) Se poi tutto quanto sopra fosse in qualche modo secondario ed il problema principale fosse rendere i nostri polli da allevamento capaci di competere all’estero, come se nelle grandi aziende qualcuno ti conosca personalmente e ti apprezzi o tu possa fare carriera senza essere uno yesman grigio neutro, esattamente come un qualunque sottosegretario all’agricoltura di epoca fanfaniana duepuntozero, ma mettiamo pure, dicevo: ma allora, perché non insegnare il cinese?

    Ecco io qui mi sono fatto persuaso™ che il provincialismo italico l’abbia fatta da padrone alla grande.

    Prendi professori che non sanno l’inglese e li metti in batteria a fare corsi di inglese con l’idea che dopo diciotto mesi (numero evocativo) questi passino dall’ignoranza della lingua alla docenza nella stessa. Ecco io non vorrei avere a che fare con un professore (anzi coniughiamo correttamente: non voglio) che ha rabberciato un migliaio di lemmi in una lingua che non mi appartiene, non gli appartiene.

    Come si può pensare che da un mese all’altro questi inizino a pensare in inglese, ad accentare in inglese, a trovare forme retoriche ed esempi in inglese? Ecco mi sbaglierò, ma l’idea dev’essere che un po’ come tutte le lingue neolatine, guardandosi dai false friends, e con un po’ di costrutti standard alla fine uno se la possa svangare; all’italiana, magari gesticolando un po’ come il buon Bruni che saltellava in sincrono con il suo cavallo di battaglia, la funzione che arrivando all’infinito – e intanto si accucciava come per caricarsi – fa bù e diverge positivamente, pronunciato liberando l’energia accumulata con un salto liberatorio ed un dito indice proteso verso l’alto.

    Ecco, col cinese non sarebbe stato possibile, e poi la Cina non fa ancora abbastanza due punto zero.

    YM2C

  28. If It’s Tuesday, This Must Be Belgium | eDue dice:

    […] MANTELLINI, Massimo – Luke, io sono tuo padre – manteblog […]

  29. Cacaspillo dice:

    Come hanno già detto in diversi, il TAR ha bloccato il *divieto* di uso dell’italiano, non la facoltà di uso dell’inglese.
    Tutte le altre storie personali lette nei commenti sono molto interessanti, mi chiedo solo quanti dei principii enunciati verranno conservati dai principiatori quando si imporrà il cinese come lingua franca.

  30. mORA dice:

    Sull’attirare studenti stranieri:

    http://www.presseurop.eu/it/content/news-brief/3816921-l-austria-contro-l-invasione-degli-studenti-tedeschi

    :D

  31. Andrea dice:

    A Pisa alcuni corsi di laurea hanno insegnamenti in inglese perché l’Università paga un bonus al professore (italiano) che li insegna. In certi casi sono interessanti e ben fatti, in altri casi una farsa. Impossibile generalizzare, insomma, e l’intervento del TAR in queste questioni è come sempre una cifra dell’italianità.