Il pezzo di Repubblica di oggi del corrispondente da Londra Enrico Franceschini messo proditoriamente accanto ad un articolo uscito sull’Observer di sabato (miei commenti in corsivo):


Small, volcanic, with a proud Viking heritage and run by an openly gay prime minister, Iceland is now considering becoming the first democracy in the western world to try to ban online pornography.



È il paese dei geyser, dei vulcani, dei vichinghi. È anche il Paese più egualitario del mondo nei rapporti tra uomini e donne, uno dei più liberi sessualmente, l’unico del pianeta con un primo ministro apertamente lesbica. Ma ora l’Islanda sembra sul punto di diventare conosciuta anche per un’altra ragione. Potrebbe essere l’unico stato del globo “porn free”, senza pornografia su Internet.


A nationwide consultation has found wide support for the move from police and lawyers working in the field of sexual violence, along with health and education professionals, according to Halla Gunnarsdóttir, adviser to the interior minister Ögmundur Jónasson. Ministers are now looking at the results. “We are a progressive, liberal society when it comes to nudity, to sexual relations, so our approach is not anti-sex but anti-violence.


Dopo che una consultazione nazionale ha dato un responso largamente positivo, il governo di Reykjavik ha avviato un’indagine per decidere come si potrebbe imporre un divieto d’accesso ai siti porno su tutta l’isola. “Siamo una società liberale e progressista in materia di nudità e di rapporti sessuali”, dice Halla Gunnarsdottir, consigliere del ministero degli Interni, che sta seguendo il progetto. “Il nostro approccio al problema non è anti-sesso, bensì anti-violenza.


(qui Franceschini un po’ si confonde e traduce “sexual violence” con “siti porno”, non una buona traduzione ma utile alla causa)


This is about children and gender equality, not about limiting free speech,” she said. “Research shows that the average age of children who see online porn is 11 in Iceland and we are concerned about that and about the increasingly violent nature of what they are exposed to. This is concern coming to us from professionals since mainstream porn has become very brutal.


Non è questione di libertà di parola, bensì di danni all’infanzia. Le statistiche indicano che in media un bambino vede pornografia su Internet a 11 anni di età e questo ci preoccupa, così come ci preoccupa la natura sempre più degradante e brutale di quello a cui sono esposti. Non stiamo parlando di censurare l’informazione, ma qualcosa dobbiamo fare”.


(A questo punto, colpo di scena, abbandona per un paragrafo il traduci-incolla e ribalta la frase dell’Observer per confondere i lettori meno attenti)

“There are some who say it can’t be done technically – but we want to explore all possibilities and take a political decision on what can be done and how.”
Gender equality is highly valued in Iceland and by its prime minister, Jóhanna Sigurdardóttir. In the Global Gender Gap Report 2012, Iceland holds the top spot, closely followed by Finland, Norway and Sweden. An online ban would complement Iceland’s existing law against printing and distributing porn, and follow on from 2010 legislation that closed strip clubs and 2009 prostitution laws that criminalised the customer rather than the sex worker. Web filters, blocked addresses and making it a crime to use Icelandic credit cards to access pay-per-view pornography, are among the plans being devised by internet and legal experts.


Un bando al porno online sarebbe in un certo senso l’evoluzione di leggi che l’Islanda ha già approvato, come quella sul divieto di stampare e distribuire pubblicazioni pornografiche, quella sulla chiusura di night-club e topless bar e come le norme sulla prostituzione che criminalizzano il cliente anziché la prostituta. Ma vietare l’accesso ai siti pornografici pone problemi tecnici ed etici non semplici da risolvere. Tra le proposte finora circolate c’è l’introduzione di filtri, il blocco di determinati indirizzi digitali e l’iscrizione a reato dei pagamenti con carta di credito per accedere a siti o canali porno. L’iniziativa mira a restringere la definizione di pornografia, in modo da non includere tutto il materiale esplicito ma solo quello che può essere descritto come attività sessuali violente o degradanti. Il punto è: chi decide cosa è porno e cosa non lo è, cosa è da vietare e cosa si può permettere? Gli oppositori di simili misure affermano che si finirebbe per creare automaticamente un censore e questo alla lunga diventerebbe una limitazione della libertà.


Not all the experts agree with the idea that porn is bad. Studies are often small and it is now impossible to find large numbers of young males who have never watched porn. But one 2009 study conducted by Montreal University found that porn did not change men’s perception of women.
Another, however, by Dr Tim Jones, a psychologist at Worcester University, concluded: “The internet is fuelling more extreme fantasies and the danger is that they could be played out in real life.”



Non tutti gli esperti concordano che la pornografia è dannosa. Uno studio del 2009 dell’università di Montreal, per esempio, ha riscontrato che l’esposizione al porno non cambia la percezione delle donne da parte degli uomini. Altri, come il professor Tim Jones della Worcester University, osservano che il porno su Internet diffonde “fantasie estreme” e c’è il pericolo che spinga i consumatori a ricrearle nella vita reale.


(Altro colpo di scena: frase del corrispondete non presente nel pezzo originale utile a supportare la tesi del porno cattivo)


Ci sono rapporti che parlano di una crescente dipendenza dal porno, da quando dilaga sul web. E non c’è dubbio che sia uno dei temi più popolari fra gli internauti: il 25 per cento di tutte le ricerche fatte su Google hanno a che fare con la pornografia, “sesso” è la parola più cliccata online, il 20 per cento dei siti sono pornografici.


We are not saying you see porn and go out and rape, but we are saying it shifts the way people think about sexual relationships, about intimacy, about women. A lot of people really don’t realise what porn looks like online. If a 12-year-old searches for porn in Google, he doesn’t get some Playboy pictures he gets graphic brutal hardcore images of women being choked with tears running down their faces and of the kind of anal sex that has female porn stars in America suffering from anal prolapses.



“Non è che chi guarda il porno su Internet poi esce e commette uno stupro”, commenta Gail Dines, docente di sociologia al Wheelock College e autrice di “Pornland: how porn has hijacked our sexuality” (Pornoland: come il porno ha dirottato la nostra sessualità). “Ma cambia il modo in cui la gente pensa all’intimità, al sesso, alle donne. E un sacco di gente non ha idea di che cosa sia veramente il porno sul web. Se un ragazzino 12nne clicca porno su Google, non trova immagini di donne nude dalla rivista Playboy, bensì filmati estremamente hard in grado di traumatizzarlo nell’età della pubertà”.

(Franceschini a questo punto decide che il prolasso anale delle porno star americane è troppo per i lettori di Repubblica e giustamente lo cassa)


Many of those opposing the idea of the web porn ban in Iceland are freedom activists concerned at the idea of any internet censorship. (). Another WikiLeaks volunteer, Smári McCarthy, the executive director of the International Modern Media Initiative, has called the bill “fascist” and the interior minister “insane”. But the Icelandic government is serious in tackling the issue and could bring a ban to its statute books within the year.


I critici dell’iniziativa sostengono che un bando è comunque irrealizzabile. Alcuni, come Smari McCharthy, presidente dell’International Modern Media Initiative, dicono che è un’idea “fascista e folle”. Ma il governo della piccola Islanda, in questo Paese di appena mezzo milione di abitanti, non desiste: “Siamo progressisti, siamo democratici, crediamo nell’eguaglianza tra i sessi e siamo pronti a essere più radicali di altri”.


La seconda e ultima frase interamente originale della corrispondenza da Londra per chiudere il pezzo, quella in cui, con discreta vaghezza, nomina il giornale che ha scritto un pezzo identico al suo, solo due giorni prima:


Se comincerà Reykjavik, altri paesi potrebbero seguire il suo esempio, a cominciare, predice l’Observer di Londra, dalla Gran Bretagna. I vichinghi, come sempre nella loro storia, non hanno paura a cercare nuove rotte.


20 commenti a “L’utilità del corrispondente”

  1. sav. dice:

    Quando lo fa uno studente è costretto, giustamente, a cambiare aria…
    Repubblica che fa? Manda Franceschini in Islanda?? Ha anche messo in coda la scritta “Riproduzione Riservata”…..

  2. paolp dice:

    sei ammirevole Mante, quanta energia. Saranno vent’anni che repubblica ci tiene aggiornati sugli articoli che Franceschini ha letto il giorno prima a colazione. con addirittura testimonianze di prima mano! Chissà cosa Franceschini fa il resto della giornata. Golf? bridge? judo?

  3. GIANLUIGI dice:

    E le conseguenze per Repubblica di una cosa del genere il corrispondente le ha valutate o aspetta l’uscita di un altro articolo sull’Observer?
    sav anche le traduzioni sono coperte dal diritto d’autore.

  4. teslainterrotto dice:

    Franceschini leggerà questo post e questi commenti, ma non scriverà le sue scuse qua sotto. Mi piace vincere facile.

  5. ArgiaSbolenfi dice:

    Mante, poteva essere una bella discussione sul prola.. ehm sulla violenza nella pornografia online e come affrontare il fenomeno, invece la fai diventare la solita punzecchiatura al giornalismo..

  6. .mau. dice:

    @teslainterrotto: perché dovrebbe scusarsi? Franceschini fa quello per cui è pagato, mi pare ovvio.

  7. Alex dice:

    Franceschini è senza vergogna ma anche Aquaro (NY) non scherza. E come loro tanti altri (compreso il famoso Visetti dalla Cina). Quello che mi chiedo è per quale motivo non possano rimanere a casa e lavorare da Roma. Oppure potrebbero pensionarli e assumere al loro posto dei giovani che i giornali se li leggono online (vedi il Post) e ci fanno dei begli articoli. Me lo chiedo anche per gli inviati Rai tipo Giovanna Botteri et al.

  8. Luigi dice:

    Ci sono altri suoi articoli così palesemente copiati o è la prima volta?

  9. .mau. dice:

    @luigi: è il suo marchio di fabbrica (come quello di Elmar Burchia per il Corriere, con la differenza che Elmar è più per le notizie “scientifiche”)

  10. stefano nicoletti dice:

    Beh, corrisponde.

  11. Luigi dice:

    Be’, se è così allora il corrispondente posso farlo anch’io.

  12. Padre Giacobbo da Voyager dice:

    no è utilissimo google translate nel paragrafo del prolasso anale avrebbe tradotto così

    Non stiamo dicendo che vedere porno e uscire e lo stupro, ma stiamo dicendo che sposta il modo di pensare i rapporti sessuali, circa intimità, sulle donne. Un sacco di gente in realtà non si rendono conto di quello che appare come porno online. Se un 12-year-old cerca porno in Google, non ottiene un po ‘di foto Playboy ottiene grafiche immagini hard brutali di donne che sono soffocati con le lacrime che le loro facce e del tipo di sesso anale che ha stelle porno di sesso femminile in l’America soffre di prolasso anale.

  13. mario dice:

    Ecco perché volevo fare un post anch’io su ‘sta storia del porno islandese e invece ho fatto meglio a tacere

  14. Nino dice:

    Finchè gli editori italiani si renderanno conto che -avendo tagliato tutti i costi tagliabili- Franceschini-Aquaro-Visetti & Co costano un botto da mantenere a Londra/Berlino/NY/Parigi e decideranno che il semplice gesto del tradurre potranno affidarlo a stagisti neolaureati wannabes e forse con risultati meno approssimativi e migliori camuffamenti rispetto all’originale.

  15. mORA dice:

    “Riproduzione Riservata” sarebbe stato un titolo bellissimo.

  16. Prolasso anale « Scialocco dice:

    […] anale italcorrispondente pudico […]

  17. Marco dice:

    Ma qualcuno ha segnalato all’Observer quest’articolo?

  18. Pier Luigi Tolardo dice:

    Dicono che l’Observer abbia fatto lo stesso con certi articoli di Repubblica: forse c’è un accordo, tipo quello che hanno da anni con Le Monde.

  19. Stanlio Kubrick dice:

    A parte il fatto che leggo Guardian e Observer da 15 anni e non mi ricordo articoli “italiani” (ma può essere) vorrei farti notare che una cosa è tradurre articoli da altre testate lasciando il nome dei giornalisti che li hanno scritti e la testata di provenienza (e magari mettendoci il nome del traduttore) un’altra è copiare un articolo altrui cambiando qualche riga e mettendoci la tua firma. Questo si chiama plagio e all’estero per una cosa del genere ti licenziano. È anche peggio dei falsi titoli di Giannino. Molto peggio.

  20. Antonio dice:

    O forse sono semplicemente delle pippe micidiali senza voglia di lavorare, protette dalla direzione.