Contrappunti su Punto Informatico di domani.

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La sentenza del processo di appello del processo milanese contro Google ci aiuta a comprendere un ritardo. Non si tratta di un evento singolo ma di una specie di peccato originale che questo paese sconta ogni volta quando prova a misurarsi con l’innovazione.
È come se in una gara dei 100 metri il nostro concorrente, che certo non è il più veloce della compagnia, scegliesse di non partire dai blocchi come tutti gli altri ma una decina di metri più indietro. Per tara costituzionale, trombonismo, svagatezza o semplice scelta insensata.

La sentenza di assoluzione perché “il fatto non sussiste” nei confronti dei 3 dirigenti di Google che in primo grado erano stati condannati applicando in maniera borbonica una normativa sulla privacy (una normativa che se fatta valere in maniera ampia di fatto bloccherebbe in Italia buona parte dei servizi di condivisione a colpi di liberatorie pezzi di carta e firme autografe) è una sentenza che infastidisce l’anima retrograda del Paese, ben rappresentata nelle redazioni dei giornali, nelle aule del Parlamento e nei bar sotto casa. Ne è prova il sostanziale silenzio che sui giornali è seguito alla notizia, sparata in prima pagina da tutti i quotidiani italiani quando si trattò di annunciare la lieta novella della condanna del gigante cattivo e commentata con un trafiletto a pagina 15 oggi che il tribunale ha deciso diversamente.

Il massimalismo nei confronti di Google del resto vive in questo periodo sulla stampa italiana un momento di grande spolvero. I temi di questa discussione, importantissimi e centrali, che riguardano la società di Mountain View, le triangolazioni fiscali, le questioni antitrust, i rapporti con l’infrastruttura di rete e quelli con i contenuti aggregabili on line, vengono quasi sempre affrontati attraverso la lente deformante del conflitto di interessi. Una volta è quello del proprio editore spaventato, una volta è quello del grande inserzionista ostacolato, una volta quello della propria professione minacciata; quasi mai, praticamente mai, è quello delle questioni sul tavolo che ovviamente esistono, sono assai importanti ma che, semplicemente, non riescono a trovare sui quotidiani quel minimo di orgoglio professionale e neutralità necessari per descriverli correttamente ai lettori. I quali escono di casa, scendono al bar, leggono il giornale e commentano l’ultima puntata della Internet cattiva che ci sta rubando l’anima.

Partire dieci metri dietro gli altri è la nostra specialità olimpica, è il tratto distintivo di un Paese intero che al momento del pronti-via non solo si sta occupando d’altro ma che è orgoglioso di raccontare al pubblico sugli spalti che questa differente occupazione è buona e giusta, necessaria e intelligente. Gli altri corrono e noi ci crogioliamo nei distinguo.
Certo sarebbe bastato che nel processo di primo grado il giudice Oscar Magi ammettesse che tutto il caso ViviDown era fuffa mediatica, che le accuse nei confronti di Google Video erano il portato del nostro essere vecchi dentro e che non servivano raffinate prolusione da patria del diritto ma un po’ di sano buonsenso legato alle nuove tecnologia per risolverlo ma così ovviamente non è stato.

Partire dieci metri indietro è la nostra specialità olimpica, così sono stati necessari altri due anni, gli inutili rimbrotti del Procuratore Generale che non si è lasciata sfuggire, nella sua nuova requisitoria, una ampia sequenza di giudizi personali sulla cattiva società americana che guadagna denaro sul nostro dolore (giudizi inopportuni, puntualmente virgolettati su tutti i quotidiani) per ritrovarci finalmente sui blocchi di partenza di una gara che nel frattempo è già finita.

Ci guardiamo intorno e non c’è più nessuno. Laggiù, in fondo al rettilineo, c’è gente che corre e che sta tagliando il traguardo fra gli applausi. Se fossimo persone serie ci chiederemmo come mai siamo così inadatti alla competizione. Visto che non lo siamo proveremo a contattare il TAR del Lazio per vedere se la gara appena conclusa potrà essere in qualche maniera invalidata.

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