Ho letto le cronache giornalistiche dal tribunale di Milano dove si sta svolgendo l’appello per la sentenza Vividown, un caso anomalo e complicato in cui in primo grado tre dirigenti di Google sono stati condannati a 6 mesi per violazione della privacy. Se capisco bene il sostituto procuratore generale di Milano, Laura Bertolè Viale, ha chiesto la conferma della condanna (una condanna sbagliata, frutto di un impossibile incrocio fra vecchie norme di tutela della riservatezza e nuovi strumenti di comunciazione) ma nel farlo, durante la requisitoria, ha rilasciato alcune dichiarazioni che vanno assai oltre. Ricopio dall’Ansa:


”Non solo e’ stata violata la privacy del minore, ma sono anche state date lezioni di crudelta’ ai 5.500 visitatori che hanno visto il video”

Secondo il pg, i tre responsabili di Google imputati dovevano ”effettuare un controllo sui dati caricati in rete, un controllo preventivo che avevano la possibilita’ di fare e che non e’ stato fatto per ragioni di costo, un controllo che infatti avrebbe rallentato l’azione di Google sul mercato dei video che era in forte espansione”.

Il pg, invece, va oltre e spiega che gli imputati sarebbero responsabili ”non per la mancata informazione, ma per una mancanza di controllo preventivo, che non e’ stato fatto a fini di lucro perche’ il video era una fonte di guadagno”.



Come è evidente si tratta di giudizi molto gravi nei confronti di Google che però non si concretizzano in una nuova richiesta di condanna. Ma se il giudice si abbandona a frasi del genere e poi sceglie di non trarne le conseguenze, noi cosa dovremmo pensare? Le sue parole dove dovranno essere archiviate?

5 commenti a “Parole in libertà”

  1. Andrea Dolci dice:

    E’ il solito andazzo di alcuni procuratori che conoscendo l’estrema debolezza delle loro ipotesi accusatorie, cercano comunque di sputtanare gli imputati a dimostrazione che sono nel giusto.
    Tra l’altro, se ben ricordo i vertici di Google avevano comunque tenuto un comportamento censurabile ritardando la rimozione del video. Una persona accorta e matura, avrebbe probabilmente evidenziato i problemi e i buchi normativi su una materia estremamente complessa.
    Il PG in questione ha scelto un’altra via: meglio accusare gli imputati di avidità, non richiede ragionamenti complessi e fa più presa sull’immaginario della gente.

  2. Gianmarco dice:

    Non capisco: scrivi che non si concretizzano in una richiesta di condanna ma poi sopra affermi che la PG ha chiesto la conferma della condanna.Non comprendo, a meno che non intendi che non ha richiesto la modifica del capo d’imputazione.
    Saluti.

  3. Lele dice:

    D’accordo con Gianmarco: non si capisce.

  4. davide dice:

    quoto Gianmarco

  5. massimo mantellini dice:

    Ehi, a questo punto è pacifico che mi sono spiegato male, vi chiedo scusa. Intendevo dire: la requisitoria dell’accusa chiede la conferma della pena di primo grado che riguarda un reato minore (violazione della privacy), nella requisitoria il giudice aggiunge oerò valutazioni su più ampie responsabilitá di Google nella vicenda ma a queste non fa seguire la richiesta di ulteriori condanne, in particolare riafferma una responsabilitá editoriale di Google che é stata esclusa nella sentenza di primo grado. È più chiaro così?