Contrappunti su Punto Informatico di domani.

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Dentro quell’enorme camera di eco che è Internet, dopo mesi e mesi di discussioni accalorate, strepiti, chiacchiericci e fiere prese di posizione, il silenzio oggi è assordante. Nel giorno in cui Mario Monti annuncia le sue dimissioni diventa improvvisamente chiaro a chiunque, perfino ai più intrepidi sognatori, che in un anno di governo tecnico il bilancio complessivo per lo sviluppo tecnologico del Paese, se si eccettua il decreto sulle startup, è rimasto sostanzialmente a zero.
Le priorità erano altre e questo era in fondo già chiaro fin dall’inizio: poteva il governo tecnico salvare il paese sull’orlo del baratro utilizzando Internet e la tecnologia come una delle leve fondamentali per rimettere in sesto conti, priorità e prospettive? No, non poteva, per una banale questione ideologica: Mario Monti non era uomo in grado di ragionare in questi termini. Le sue idee erano e restano le solite idee vecchie e solide degli economisti fatti e finiti. I mercati, il debito, lo spread, la tassazione, ecc. Niente di sbagliato, tutto molto vecchio.

Ciò che in molti ci saremmo aspettati è che i giganteschi problemi dell’Italia potessero per la prima volta essere osservati anche con il filtro curioso e inedito dell’innovazione tecnologica: esistevano molte condizioni di scenario che lo rendevano possibile. Così non è stato.

I metodi del fallimento invece sono gli stessi per qualsiasi governo del Paese, il governo tecnico non ha fatto eccezione. Se una questione è complicata e fastidiosa, se riguarda temi inediti e oscuri, allora è argomento ideale per essere sottoposto ad un po’ di comitatologia. Se l’agenda digitale fosse stata percepita come un tema fondamentale il giorno dopo la nomina del Premier avremmo avuto una figura istituzionale (un ministro, un sottosegretario, chiamatelo come volete, in ogni caso una figura con grandi poteri) con chiaro mandato per occuparsene. Da noi Mario Monti ha fin da subito fatto capire che una simile figura non era necessaria ed ha buttato l’osso digitale dentro l’arena delle varie competenze ministeriali. Il risultato comitatologico è stato “la cabina di regia” per l’agenda digitale, idra con troppe teste la cui semplice composizione traggo direttamente dal sito del Ministero:

La Cabina di Regia per l’Agenda Digitale Italiana (ADI) è stata istituita il primo marzo con decreto del Ministro dello sviluppo economico di concerto con il Ministro per la pubblica amministrazione e la semplificazione, il Ministro per la coesione territoriale, il Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca e il Ministro dell’economia e delle finanze e il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Coesione è una parola grossa, diciamo che la cabina di regia ha fallito quasi del tutto la propria funzione non tanto e non solo per il fatto che l’osso digitale aveva fin da subito troppi padroni ma proprio perché l’arena del combattimento era molto distante dal più vicino centro abitato.
Perché è vero che l’agenda digitale attraversa come un coltello i temi della ricerca, della didattica dell’amministrazione, dell’economia e della cultura e richiede la sensibilità e la presa di coscienza dei responsabili di tanti dicasteri, ma è altrettanto vero che o la si accetta come filtro ideologico ad ogni scelta politica o semplicemente la si ignora, abbandonandola alle usuali beghe di potere (che non mancano mai nemmeno nei governi tecnici).

Quindi dopo mesi di discussioni, dopo sovrapposizioni fra i progetti di legge dei partiti e quello del governo (progetti sostanzialmente simili) dopo i ritardi inevitabili della cabina di regia il cui lavoro comitatologico è stato ovviamente molto ampio ed accurato, la sostanza è che Mario Monti due giorni fa ha detto che rassegnerà le dimissioni dopo l’approvazione della legge di stabilità. Ne consegue che il decreto Digitalia che contiene molti provvedimenti essenziali per lo sviluppo del Paese (uno su tutti l’annullamento del digital divide geografico entro il 2013) e che a parole era urgentissimo già un anno fa, verrà abbandonato al suo triste destino. Fine analoga potrebbe fare a questo punto il disegno di legge Gentiloni-Rao-Bergamini che, per una volta, metteva assieme le anime lontanissime di buona parte dell’ arco parlamentare sui temi del digitale e che rischia di uscire polverizzato dalla rinnovata contrapposizione elettorale.

5 commenti a “Anteprima Punto Informatico”

  1. Luciano Lucci dice:

    Lucida e chiara considerazione sull’attuale situazione.

  2. Mauro dice:

    Non sono d’accordo.
    Si poteva fare di più probabilmente, ma avere messo un uomo come Passera in uno dei ministeri chiave che voleva dire se non capire che l’innovazione digitale è una delle chiavi dello sviluppo? E Barca a capo del ministero dal nome esoterico ha fatto cose pregevolissime (Opencoesione), così come il vituperato Profumo che per una volta ha cercato di selezionare giovani competenti, ma non concordo soprattutto perchè non si dice che il fallimento probabile sará dovuto alla scellerata, criminale, indifferenza alle sorti del Paese di una destra ancora succube di un ridicolo satrapo.

  3. Cristoforo Morandini dice:

    Come dissentire. Vedremo tra pochi giorni dove finirà il lavoro fatto e chi lo dovrà diseppellire.
    Pensare che eravamo preoccupati per i decreti attuattivi…

  4. Maury dice:

    Quando mantellini è così crudo e spietato nelle sue analisi io perdo sempre la speranza nel futuro. Massimo (scusa il tu) ma credi che questo povero paese, prima o poi, riesca a mettersi al passo con le altre nazioni? O siamo destinati a un lento declino?

  5. stefano nicoletti dice:

    Sono temi sopravvalutati.
    L’80% del paese ha tecnologicamente tutto quello che serve, tranne… le idee, i capitali e la voglia di rischiare. E questo è un problema di mentalità di una popolazione che per cinquant’anni è stata abituata a chiedere un posto di lavoro, non ad inventarselo (e non si cambia mentalità in sei mesi…).