Contrappunti su Punto Informatico di domani.

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Qualche giorno fa a Capri ho ascoltato Giovanni Biondi, capo dipartimento del Ministero dell’Istruzione, ammonire con enfasi la vasta platea di imprenditori, capi azienda e amministratori che popola ogni anno il convegno sulle TLC organizzato da Between, con parole inequivocabili. State attenti – affermava dal palco il maggior responsabile del Ministero dell’Istruzione e della Ricerca Scientifica dopo il Ministro stesso – a non confondere scuola e business, a non considerare quello della didattica e dell’educazione come un mercato come un altro, un luogo insomma dove business e privata opportunità aziendale soverchiano temi di interesse generale utili alla crescita dei nostri figli.

Biondi è un toscano passionale e competente: ascoltare simili parole fa bene al cuore. Purtroppo però occorre ogni volta applicarsi ad un bilancio minimo di realtà per rendersi conto che la distanza fra sacro e profano, fra il futuro dei nostri figli e il valore azionario di Microsoft, Apple o Google (per citare solo alcune aziende coinvolte nel passaggio di testimone fra la scuola dei calamai e quella dei tablet) non è così netta.

Solo qualche settimana fa citavo sul mio blog l’esperienza allucinante ed esemplare di Fabrizio Venerandi, editore elettronico e padre, alla ostinata ricerca di un punto di equilibrio fra vecchia editoria cartacea e nuovi formati digitali da aggiungere alla cartella di suo figlio. Una esperienza- si badi bene – già prevista dalla legge e come al solito tanto vagamente argomentata quanto altrettanto superficialmente controllata. Il pessimista che è in me, ascoltando le parole di Biondi a Capri, pensava che alla dittatura dell’editoria scolastica su carta (un fenomeno di sopraffazione e lucro nei confronti dei libri di testo mai sufficientemente sottolineato), rischiamo oggi di sostituirne una uguale, magari affidata a soggetti differenti (o magari no) nel luccicante formato binario.

Anticipando i contenuti del decreto legge sulla Crescita che il Governo stava approvando in quelle ore, Biondi ci informava del fatto che il risparmio di denari legato all’adozione dei libri elettronici, consentirà l’acquisto di tablet ad alleggerire gli zaini dei nostri figli ed il passo, uno di quei passi che si compiono una volta ogni secolo, veniva archiviato con la semplicità di una operazione contabile a costo zero. Cosa che purtroppo davvero non sembra essere.

Scacciare i mercanti dal tempio è da sempre una affermazione rassicurante, capace di suscitare grandi immediati consensi; solo che, nel caso in questione, davvero si fatica a comprendere dove finisca il tempio ed inizi il suk, fino a dove la scuola possa fare a meno dell’ingombrante ala protettiva degli editori e fino a che punto invece l’ammodernamento tecnologico possa essere motore a se stesso, magari attraverso percorsi inattesi come quello del giovane studente che incuriosisce il genitore sulle meraviglie connettive del suo nuovo tablet scolastico.

Esistono alcuni punti fermi indiscutibili: i tablet hanno ormai costi molto simili a quelli che le famiglie sopportano per una parte dei libri scolastici per un solo anno, una parte non indifferente dei contenuti necessari alla didattica possono e dovrebbero essere sottratti al controllo editoriale e gestiti dagli insegnanti in modalità wikipedia-like. Nello stesso tempo molte aziende tecnologiche iniziano a comprendere che il proprio ritorno economico per gli investimenti scolastici non dipenderà necessariamente dalla vendita di licenze o applicativi.

Così mentre Giovanni Biondi vigila sugli appetiti delle grandi aziende tecnologiche verso la scuola (e fa benissimo, lo stesso andava fatto negli anni verso l’editoria cartacea) il problema principale non sembra riguardare tanto i contenuti, né le piattaforme di fruizione, ma, come al solito, la testa ed il cuore delle persone di fronte a piccole o grandi rivoluzioni elettroniche. La parola è brutta ed è alfabetizzare. Ed è il punto di svolta che precede qualsiasi discussione che abbia la pretesa di smarcarsi dalla semplificazione solita dei nativi digitali che bastano a se stessi ed impollinano il mondo intorno. Magari fosse vero. Ecco su questo, sulla necessità di avvicinare la tecnologia alla vita quotidiana degli italiani prima ancora che degli studenti e degli insegnanti, nel decreto Crescita approvato venerdì dal governo, mi spiace dirlo, ma non c’è nemmeno una riga.

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