Contrappunti su Punto Informatico di domani.

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Diciamo la verità. Se questo Paese aveva una speranza residua di risalire la china della nostra cronica inadeguatezza tecnologica questa era legata a Mario Monti. Lo sapevamo tutti fin dall’inizio e, francamente, un po’ ci speravamo. Dopo quindici anni di alternanza parlamentare caratterizzata da una assoluta noncuranza bipartisan della politica verso lo sviluppo tecnologico e delle reti, non è che ci restassero molte altre alternative. Il governo Monti poteva essere un punto di svolta in tal senso. In un momento in cui la Commissione Europea spinge come non mai verso l’adozione di una normativa comune per il digitale, l’Italia era, solo un anno fa, uno dei pochissimi paesi al mondo che non si fosse curato di pensare, nemmeno nelle intenzioni e nei voli pindarici su carta, specialità olimpica nella quale siamo ferratissimi, ad una agenda digitale. Non l’aveva preparata Romano Prodi e nemmeno Silvio Berlusconi.

Occorreva insomma una sorta di ideazione d’emergenza che i più ottimisti di noi affidavano al governo tecnico: tempi brevi, obiettivi semplici e lineari per risalire la china nelle classifiche che ogni 6 mesi Eurostat invia alle nostre caselle. Perfino i temi da affrontare erano chiari e condivisi: amministrazione digitale, alfabetizzazione, copertura in banda larga e reti di nuova generazione.

Che il digitale non fosse, dentro la grande emergenza finanziaria che Mario Monti si è trovato ad affrontare, una delle sue priorità è stato invece chiaro fin da subito. Mentre molti paesi europei meno malandati del nostro prevedono nell’organigramma governativo una figura di coordinamento per l’Agenda Digitale (l’ultima in ordine di tempo la Francia con Fleur Pellerin ) il governo tecnico non le ha dedicato nemmeno un sottosegretario. I sospetti si sono poi fatti realtà quando il tema della Agenda Digitale invece che venir affrontato subito energicamente è stato affidato da Monti ad una “cabina di regia” composta da un numero considerevole di Ministri che i dietro le quinte ci hanno spesso raccontato in fiera contrapposizione uno con l’altro. La cabina di regia è del resto un tipico esempio di comitatologia, arte nella quale il nostro paese eccelle da sempre. Esiste un tema complesso, spinoso, urgentissimo? Si crea una commissione, si consultano esperti, si attivano consulenze, si chiede l’aiuto dei cittadini sul web e poi, dentro le inevitabili complessità che un simile sparpagliamento crea, si rimanda tutto a tempi migliori.

Così i fatti del Governo Monti sul digitale sono che, forse, a settembre, a quasi un anno dall’insediamento del governo, la cabina di regia produrrà i risultati del proprio lavoro ed a quel punto saremo tutto sommato punto e capo. Avremo molte belle parole, una serie di priorità, pochi soldi da spendere per metterle in pratica.

Sulle parole c’è ben poco da dire: in Italia servono a pochissimo. Abbiamo un luminoso ed innovativo Codice della Amministrazione Digitale che risale al 2005. Fu firmato in pompa magna dall’allora Ministro Lucio Stanca e sarebbe (condizionale d’obbligo) attualmente vigente. È un codice bellissimo, pieno di idee formidabili che in molti ci invidiano. Giace lì sostanzialmente inattuato da 7 anni.

Sempre a proposito di parole si è molto discusso nelle ultime settimane del disegno di legge Gentiloni-Rao che riunisce, in una inedita comunanza transpartitica, le proposte per il digitale del PD, dell’UDC e del PDL. Dovremmo esultare? Non esattamente. Il progetto di legge è una sostanziale fotocopia dei temi dei quali è investita la cabina di regia governativa: contiene il solito lungo elenco di istanze ragionevoli ed alcune risibili sciocchezze, ma non è questo il punto. Possiamo permetterci l’iter parlamentare di un simile progetto ed i suoi tempi? Possiamo fidarci di una classe politica non ha fatto nulla da anni e che oggi inserisce in un disegno di legge per il salvataggio del paese le proprie paterne preoccupazioni affinché le transazioni commerciali elettroniche vengano incentivate a patto che non riguardino materiale pornografico o alcool? Possiamo accettare che si proponga di incentivare l’acquisto di chiavette per la connessione mobile? Che anno è questo, il 2001?

Sono piccoli risvolti del genere che chiariscono lo scenario. E lo scenario, visto da qui, è che solo il Governo tecnico del Prof. Mario Monti ci poteva salvare da un parlamento di illetterati digitali che è uguale a sé stesso da decenni. Ma il Professore ha scelto diversamente, in maniera non molto dissimile da come avveniva in passato. Nella sostanza si è iscritto anche lui al club. Se prima era il Ponte sullo Stretto ora è la Salerno Reggio-Calabria. C’era bisogno di un colpo di mano sui temi del digitale e non c’è stato. Amen. Rimarrà tutto come prima.

7 commenti a “Anteprima Punto Informatico”

  1. Gabriele dice:

    Finchè ai ragazzini si dirà di non giocare troppo coi telefoni, o di non stare troppe ore davanti al pc, non credo avremo mai una cultura digitale. L’ agenda digitale aspettiamola e speriamola. Io sto facendo fatica a trovare un servizio di web hosting gestibile dal tablet. Per dire.

  2. Alessandro Longo dice:

    Più brontolone del solito. Aspettiamo la fine di quest’anno almeno per dichiarare inattuato il decreto che verrà

  3. Alessandro Longo dice:

    :)

  4. massimo mantellini dice:

    @longo, Alessandro rispedisco a minuti una bella carta di identità elettronica, vuoi? ;)

  5. alessandro longo dice:

    “Amen. Rimarrà tutto come prima” è un pessimismo devastante, rassegnato, arreso pancia a terra. Dai, coraggio, non è ancora detta l’ultima, ci sono anche persone buone che lavorano all’agenda

  6. mORA dice:

    Basterebbe cassare la Torino – Ventimiglia (ex Torino – Lyon, visto che i francesi praticamente non la vogliono più) mai servita a nulla, per informatizzare anche Civita di Bagnoregio.

    L’Europa che tu invochi, tuttavia, è il freno maggiore allo sviluppo dell’infrastruttura informatica; prova ne sia che il progetto trentino è stato marcato come aiuto di stato e quindi illegale. Quindi uno dei nostri problemi è proprio l’Europa, che continua a fingere di credere al libero mercato e poi, in un momento di recessione e fallimenti, pretende che i privati si facciano carico delle infrastrutture. Monti, cui l’Europa non interessa poi molto (te lo dice il comportamento sulle radiofrequenze), ma che ci tiene molto alla sua immagine colà, sa che qualunque cosa fatta per dotare il paese di una infrastruttura di rete, finirebbe col creargli problemi interni ed esteri.

    Mentre è chiaro a tutti l’infrastruttura sarebbe proprio una di quelle cose che dovrebbe esclusivamente competere ad uno stato. Invece la si è privatizzata per darla in mano ai famosi capitani coraggiosi.

    Per finire, sarà strano ma molto di quello che oggi vediamo avere successo nel mondo è nato qui; a partire dal microprocessore di Faggin, passando per il riconoscimento vocale e la compressione audio (entrambi TI Lab, entrambi giudicati esercizi di stile e svenduti). Sarà strano ma tutta l’informatica teorica dopo Turing è italiana (Jacopini e Böhm, per esempio), la fisica italiana è un eccellenza mondiale (e indovina?). Non dimentichiamo l’Olivetti 101, la CEP pisana.

    Ora, non mi sembriamo così scarsi, no?

    Secondo te come mai inventiamo tutto e poi finiamo sempre per dare oro in cambio di bottoni? Non sarà che i nostri politici sono lì proprio per questo, ovvero per mantenerci a questo livello passando il taglia erba sulla penisola? Insomma, guardando Monti e chi l’ha preceduto, indichiamo la Luna o ci fissiamo sul dito?

  7. arbaman dice:

    Rimarrà tutto come prima ?
    Già sarebbe un passo avanti in questo paese.