Visto che è un argomento che mi sta molto a cuore, vi segnalo questo bell’articolo sul Corriere di Tullio Gregory. La cultura umanistica non può essere sempre valutata con i parametri utilizzati per quella scientifica e tecnica. Spero che anche il nuovo Ministro, nonostante la sua formazione e provenienza, se ne renda conto. Le premesse, però, non sembrano incoraggianti.

[Alessandra]

13 commenti a “Le mele con le pere”

  1. Michele dice:

    «cultura come sapere disinteressato capace di formare l’uomo libero, collocandolo fuori dall’angoscia del successo economico e del profitto immediato»

    Perché la scienza quale altro tipo di cultura è? Non mi pare sbagliato dare dignità (e potenzialità) alla Cultura scientifica e tecnica che è da sempre bistrattata in questo paese, pazienza dagli ignoranti, ma anche dagli “intellettuali” umanistici . C’è la solita aria di supponenza umanistica in quell’articolo. Come anche in questo post («nonostante la sua formazione e provenienza»). Ma per piacere…

  2. deid dice:

    Non saprei se e` un bel all’articolo: pur essendo fermamente convinto dell’importanza degli studi e della diffusione della cultura umanistica, l’articolo non mi da nessuno spunto per difendere quese posizioni. Ha proprio l’effetto contrario. Parte dall’inglese, arriva ai cinesi ed al diritto romano, per poi tornare alle medie. Tutti punti validi, ma, buttati in un calderone del genere, sembrano solo dire che gli studi umanistici vanno difesi “per questo questo e quest’altro motivo” (Livore-Guzzanti).

    Che sia questo una parte del problema? I difensori dell’insegnamento umanistico sono pessimi difensori? Nella scienza c’e` uno sforzo notevole della comunita` dedicato alla comunicazione, che forse manca -per assurdo- negli studi umanistici. Non saprei.

  3. deid dice:

    Ecco, il Livore di Michele e` proprio quello che intendevo/temevo.

  4. Pietro dice:

    In effetti l’eccellenza italia nelle discipline umanistiche ha la non trascurabile conseguenza di coesistere con un arretratezza catartrofica dal punto di vista della preparazione tecnico scientifica, e non capire che se si continua così questo con le conseguenze che provoca dal punto di vista dello sviluppo economico e della produttività dell’industria comporterà che di soldi per mantenere gli intellettuali umanistici ce ne saranno sempre meno è abbastanza ingenuo.
    La cultura umanistica può essere misurata con i suoi parametri, ma i soldi necessari per sovvenzionarla ci sono solo se prima sta in piedi la volgare industria manifatturiera, a meno di voler tornare ai mecenati e alla servitù della gleba dei bei tempi andati…..

  5. [Alessandra] dice:

    Nessuno vuole togliere dignità e potenzialità alla cultura scientifica, ci mancherebbe.
    Si sta solo chiedendo di non applicare un unico parametro di valutazione, soprattutto in ambito accademico. Il problema è piuttosto complesso.

  6. mORA dice:

    Quando sento Gregory non posso non ricordarlo nel terzetto con Adorno e Verra dei miei libri di filosofia al liceo, così come non posso dimenticare la nostra insegnante di filosofia, che lo invitò a cena, pagando lei, per spiegargli alcuni punti sbagliati del loro testo :)

    Ora come informatico e come aspirante pensionato ingegnere informatico (nel senso che forse per allora come studente lavoratore…), devo riconoscere che la filosofia ed il latino al liceo scientifico sono importanti e lo sono stati per la mia formazione (tanto quanto per la disperazione dei miei docenti di allora, stronzi compresi), perché non aiutano certo con le accelerazioni di Coriolis, ma.

    Ma sono l’una la base strumentale per la logica e per la logica matematica e quindi in ultima istanza per gli automi a stati finiti e per il teorema di Jacopini – Bohem (entrambi italiani, guarda caso) come base per i linguaggi di programmazione ed i loro compilatori.

    L’altra insegna il metodo analitico attraverso le traduzioni, così come lo studio del greco antico.

    Il problema è che io uscii dallo scientifico con nessuna idea di fisica e poche idee ma davvero sbagliate sulla matematica.

    * * *

    Per questo col tempo mi sono fatto portatore del messaggio che non è necessario sopprimere gli umanisti, ma insegnare loro matematica e fisica.

    Dei cittadini con una forte cultura umanistica (che non siamo noi italiani, sia chiaro) e gli strumenti matematici e fisici giusti sarebbero persone di valore, libere e libere, poi, di monetizzarlo o meno.

    E credo che, giustamente, lo farebbero.

  7. sdkdf dice:

    gli studenti scappano da una scuola che ti obbliga a imparare il latino e le poesie a memoria e la storia in chiave politica al fine di far lavorare gente con una laurea utilizzabile per lavorare nel settore scolastico, e quelli che non scappano per guadagnare in nero o diventare veline e calciatori finiscono precari a fare gli intellettuali romantici con che guevara appesa in cameretta

  8. giorgio dice:

    Non condivido l’impostazione dell’articolo linkato, forse anche perché faccio il ricercatore in statistica e per lavorare uso da anni solo l’inglese.

    Vedo con favore che i corsi universitari degli ultimi anni vengano tenuti in inglese, come già si fa; questo prepara i ragazzi a interagire con i colleghi stranieri che avranno e permette di fare venire nelle nostre università studenti e professori stranieri (i professori stranieri non vengono perché non ci sono soldi, ma questo é un problema separato). Vogliamo forse chiuderci nella nostra italianità, in un momento in cui con meno di 100E si raggiunge qualsiasi capitale europea?
    Peraltro non é compito dell’Università insegnare l’italiano: quello dopo 13 anni di elementari/medie/superiori dovrebbe essere stato già imparato.

    Inoltre secondo l’articolo tutta la ricerca scientifica é finalizzata alla aziende e ai prodotti. C’é una parte della ricerca di collaborazione con la aziende (fortunatamente, altrimenti con cosa ci manterremmo? con i fondi statali?), e poi c’é una parte ENORME di ricerca di base, in cui si producono teoremi difficilissimi, la cui applicazione pratica (if any) sarà trovata magari fra 10 anni. Apparentemente l’articolo linkato non conosce la ricerca scientifica di base: se una fa ricerca scientifica, é al soldo di aziende e impegnato a fare prodotti. Interpretazione molto semplicistica.

    Detto che per un ricercatore l’inglese é come la chiave inglese per un idraulico, non riesco a vedere svantaggi nell’introduzione massiccia di inglese nei corsi universitari.

    Certo, questo non basta a risolvere i problemi dell’università, ma non penso che il ministro ritenga questo. Mi sembra semplicemente un passo di buon senso verso la modernizzazione.

  9. giovanni dice:

    Ma figuriamoci! Nel nostro paese quella scientifica e tecnica fatica adddirittura ad essere considerata come “cultura” vera e propria! Ma ricordate di quando a Castelli veniva rinfacciato di essere ingegnere?! L'”ingegnerecastelli” si diceva, tutto d’un fiato, per sfotterlo (e io non ho nessuna simpatia per Castelli). Il poverino una volta si difese (perchè devi difenderti, in certi ambienti, se sei “ingegnere”) ricordando che quella di ingegneria è una delle facoltà più impegnative. Ma vai a spiegarlo a certi intellettuali tecnofobi e conservatori stile Eco che pensavano di salvare l’università italiana col DAMS. Cosa dire poi della riluttanza all’introduzione dei corsi e degli esami in inglese… siamo ridicoli! Sono reduce da uno stage all’estero, avevo dei colleghi ventenni dell’est che parlavano tre lingue, il mio coinquilino quando diceva di essere polacco lasciava tutti meravigliati tanto erano convinti i suoi interlocutori che fosse un madrelingua inglese. Ovviamente nella sua università, in POLONIA, tutti i corsi si tenevano inglese, addirittura aveva un esame in tedesco in una facoltà di informatica! Da noi un esame in tedesco non lo fai nemmeno in una facoltà di lingue, probabilmente! Noi italiani invece sembravamo dei ritardati: MAI NEIM IS GIOVANNI! Siamo famosi in Europa e nel mondo per non riuscire a mettere in fila tre parole in inglese! Però magari scriveremo del gran belle tesi in italiano che non leggeremo mai nemmeno noi stessi…

  10. diamonds dice:

    “Dio o chi per lui sta cercando di dividerci”

    Lucio Dalla(com’è profondo il mare)

    http://www.youtube.com/watch?v=lgAbyUwsE4E

  11. Massimiliano dice:

    Io trovo l’articolo molto condivisibile e tutto sommato ne comprendo anche il tono un po’ seccato. Scaturisce da un fastidio per quello che si potrebbe definire il tempo economico, il tempo dell’azienda, che nella retorica di gran parte della stampa e della comunicazione deve informare tutti gli ambiti. (Per inciso, di editori puri non se ne vedono, dunque conviene sempre chiedersi quanto sia limpida l’acqua della fonte.) L’orizzonte cioè bisogna che rimanga vicino e lo sguardo non deve spingersi oltre un beneficio che sia il più possibile prossimo e concreto. L’attesa è insopportabile. La parola magica è “produttività” e verso di essa chiunque è cortesemente invitato ad inchinarsi (“quello che, significativamente, è definito «prodotto»”). Il quadro tracciato in definitiva ha un soggetto culturale che comprende la società nel suo insieme e non suoi settori. Comunque niente vieta che ci si applichi ad imparare l’inglese nel miglior modo possibile perchè è la lingua che azzera le distanze. L’italiano però ha la precedenza (l’analfabetismo di ritorno è un problema vero): ai beni immateriali come una poesia o un quadro citati dal professore io aggiungerei anche un articolo particolarmente complesso o un libro (a proposito di tempi lunghi) che approfondisca in maniera esauriente questo o quell’aspetto, o anche una legge. Perchè poi la lingua madre è quella del pensiero e i ragionamenti che accompagnano le scelte di noi tutti sono scanditi dalle parole.

  12. Fausto dice:

    Strano dibattito questo. Pensavo che fosse ormai assodato, almeno in questo angolo di web, che il problema non fosse tanto contrapporre la cultura umanistica a quella scientifica o viceversa, ma favorire l’unità della cultura. Questa divisione che non ha ragione di essere, introdotta solo un paio di secoli fa, mi pare che abbia ancora meno senso nell’era digitale che, se non altro, ha il merito di avvicinare le discipline correlandole strettamente. L’intervento di mORA lo dice esemplarmente, partendo da esperienza personale. D’altra parte, ad esempio, la nascita dei computer ha un percorso lungo e mescolato che prima di approdare
    all’ Intel e alla legge di Moore è partito da Kant prima di passare da Touring. Anche il concetto di “disinteresse” è sospetto. La cultura arricchisce, in senso lato, se serve anche per produrre non potrà che produrre buoni prodotti. E’ il lavoro dell’uomo, la cultura dell’uomo artigiano, non legato solo al guadagno facile. Il concetto soldi = sporco è purtroppo una conseguenza di brutta economia, brutti valori sociali. Contrapporgli il disinteresse = poesia non serve. Certo, se guardiamo il capitalismo selvaggio, la povertà formativa della scuola, l’attaccamento agli interessi particolari e di breve termine della politica, viene la tentazione di chiudersi in isole di conservazione. Ma io vedo una vitalità del dibattito su noi stessi, sulle prospettive e sui rischi di questo tempo, in tutto il mondo, che prima non vedevo, forse perché non era così accessibile, così democratico. Forse vale la pena attaccarsi a questo.
    Sull’inadeguatezza dei sistemi educativi c’è un interessante video di Ken Robinson, postato da Luca De Biase
    http://blog.debiase.com/2012/03/ken-robinson—rivoluzionare-l.html
    e con sottotitoli in italiano
    http://www.ted.com/talks/lang/it/ken_robinson_says_schools_kill_creativity.html

  13. mORA dice:

    @Fausto

    Bel pezzo quello di TED.
    Ora, chiaramente il tutto è una provocazione doppia, perché viene da un inglese e perché:

    There is a cult of ignorance in the United States, and there has always been. The strain of anti-intellectualism has been a constant thread winding its way through our political and cultural life, nurtured by the false notion that democracy means that “my ignorance is just as good as your knowledge” (Isaac Asimov)

    La verità è che NON puoi fare nessuna cosa nella vita se non studi per impararla e se non conosci i principi che ci stanno dietro; e più studi e più sai e più ti si uniscono i puntini e più spontaneo ti viene unire i puntini.

    La cosa realmente scandalosa è che per un motivo che conosco bene, quando inizi a lavorare smetti di studiare, ovvero resti con la testa al primo giorno di lavoro. Per quello poi si lavora male e malvolentieri, perché quel lavoro soddisfa tutti eccetto noi.

    In pratica il giorno dell’assunzione sai già come sarai da pensionato: uguale.

    E come si fa ad uscire dalla monotonia?

    Imparando.

    http://edue.wordpress.com/2011/01/30/semplicemente-fisica/