Contrappunti su Punto Informatico di domani.

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Sono andato a rileggermi cosa scrivevo in un Contrappunti di alcuni anni fa a proposito della nascita di Twitter, chiedo perdono per l’autocitazione ma mi è utile per ciò che vorrei dirvi oggi:


Le voci in ascolto, se ci pensate, sono quelle delle nostre case: il rumore di fondo, naturale e conosciuto, della nostra vita di relazione. Twitter estende un simile ambiente, ma lo fa senza costringerci troppo lontano. Le voci casuali delle persone che conosciamo ci seguono flebilmente, lampeggiano sullo schermo se siamo on line oppure vibrano nel telefono cellulare se siamo in viaggio, ma proprio per la scarsa rilevanza dei contenuti non partecipano, se non marginalmente, al carico informativo della nostra giornata. Non si aggiungono ai siti web, alle telefonate, ai quotidiani da leggere, ai libri ed a tutto il resto. Ne fanno semplicemente da contorno.


Da allora più e più volte ho sponsorizzato con entusiasmo la “comunicazione irrilevante” che per primi i creatori di Twitter avevano immaginato come spazio elettronico di relazione; curiosamente, in questi anni Twitter è poi diventata tutt’altro, abbandonando in fretta la propria deriva social, intima e crepuscolare per concentrarsi su differenti obiettivi. Che questo sia accaduto, come raccontano i suoi fondatori, perché la piattaforma ha seguito nel suo sviluppo la direzione prevalente imposta dai suoi utilizzatori o che invece tutto ciò sia stato, semplicemente, perché i modelli di business che afferiscono all’intimità degli utenti presto o tardi sbattono il muso su quella stessa intimità, non ha oggi molta importanza. Questo lungo preambolo serve solo per dirvi che quello che faceva Twitter agli esordi ora mi pare lo faccia egregiamente un piccolo social network mobile che prende il nome di Path.

Come spesso accade in questi casi ho iniziato ad utilizzare Path, benché la piattaforma esista da un po’, solo da pochi giorni, sull’onda di un piccolo movimento di adozione agitato da parte di alcuni amici: da subito questa piccola app per iPhone o Android mi è sembrata lo stesso piccolo genio che era il Twitter degli esordi. Il “What are you doing?” di allora oggi è sostituito dalla metafora di un percorso, costruito in buona parte di piccoli origami irrilevanti: per esempio Path dice ai tuoi amici – se ti va – che musica stai ascoltando, a che ora vai a letto, o a che ora ti sei svegliato. Piccole informazioni che – evidentemente – potranno essere interessanti per un piccolo numero di persone a noi molto vicine.

La ristrettezza del percorso è ben evidente nell’interfaccia, che è limitata agli strumenti in mobilità e che soprattutto è quantitativamente piegata al numero di Dunbar. Quanti “veri amici” ciascuno di noi può avere in tutto? Non più di 150 dice il celebre studio del professore di Oxford e così Path riduce a 150 il numero delle persone con le quale possiamo collegarci sulla piattaforma. La comunicazione intima ha regole e caratteristiche proprie, molto differenti da quelle di altri ambiti di rete, Path cerca di trovare un proprio spazio interpretandole.

L’interfaccia per iPhone che ho utilizzato in questi giorni è brillante, semplicissima ed intuitiva: come avviene spesso in piattaforme nuove alla ricerca di attenzione le assicurazioni sulla gestione del proprio profilo sono molto ampie e piene di certezze, per esempio a Path escludono di voler utilizzare i dati dei sottoscrittori verso terze parti, ma, al di là di tutto questo, Path oggi si candida a diventare uno strumento di relazione interessante proprio in virtù della propria volontaria insistenza verso le cerchie di relazione più intime.

I suoi creatori insistono molto sul fatto che Path sia “the modern journal for the modern era”. Mi affascina la possibilità che Path sia un luogo di intimità elettronica con un numero molto limitato di persone (e per me, per esempio, 150 sono davvero troppe) che conosciamo e che stimiamo, un ambito nel quale il valore dei contenuti è residuale rispetto al sentimento di vicinanza che li precede. Un posto in cui scegliere di dire “Sto andando a dormire” alle poche persone al mondo per le quali una simile informazione ha un valore. E fossero anche solo cinque o sei, andrebbe bene lo stesso.

14 commenti a “Anteprima Punto Informatico”

  1. Paolo dice:

    A quando una recensione entusiasta del braccialetto elettronico ?

  2. ArgiaSbolenfi dice:

    Ma in questi moderni diari capita di leggere anche “in uno scatto d’ira ho picchiato mia moglie” oppure “ho fatto una figura di merda in ufficio”? Comunque Paolo mi hai risollevato la giornata :-))

  3. Santiago dice:

    io ancora cerco di capire a chi potrebbe interessare se sto andando a dormire o no. Probabilmente ad un mio stalker.

    sono contento che Twitter sia cambiato in quel senso. Ora sta cambiando ancora (in peggio, penso). Però sto seriamente valutando di iniziare a defolloware tutte le persone che continuano a twittare buongiorno, ora mi pappo una bella merenda, ora vado al cinema, insomma…

  4. Marco Fabbri dice:

    A mio avviso, “journal” è usato dal team di Path proprio nell’accezione [più intima] di diario, piuttosto che di giornale.

  5. massimo mantellini dice:

    @Marco Fabbri, lo spero pure io, anche se come l’hanno messa non mi suonava benissimo (per esempio che diavolo è la modern age ;)

  6. alessandro longo dice:

    D’accordo con Fabbri. Journal ha accezioni più intimistiche in inglese rispetto al nostro giornale

  7. mORA dice:

    Io resto sinceramente affascinato dal fatto che uno possa scaricare un’applicazione che serve a dire a qualcuno che sta andando a dormire.

    Lo sono per i seguenti motivi:

    1) se la comunicazione è 1:1, non basta mandargli una e-Mail? Siamo davvero antiquati noi che ancora usiamo la e-Mail come alternativa gratuita (ovvero a forfait) all’SMS dal costo davvero scandaloso (*)?

    2) se la comunicazione è 1:n, chi sono questi n (1 < n <= 150) a cui frega qualcosa che tu stia andando a dormire che non sia quello/a di cui al punto 1)? Oppure, volendola vedere al contrario, chi so' 'sti 150 massimo cui interessa il fatto che stai andando a dormire? Chi frequenti?

    3) Perché invece di viverli certi momenti uno li perde per scriverli? Forse perché si sente più vivo? E non parlo della buona notte, parlo di un panorama in treno (mentre scrivi lo perdi), di un'espressione del gatto, cose così.

    4) Perché, sopratutto, uno dovrebbe aspirare a raccontare i cazzi propri su una piattaforma mediata e quindi controllata? Controllata per forza, perché se non vende pubblicità (che rompe le palle e allontana utenti) vende dati a chi fa pubblicità.
    E non c'è nulla di male, badate, visto che il tutto è offerto gratuitamente. Ma per questo non si capisce.

    5) Perché, infine, dobbiamo convincerci che gratis in rete è bello se in tutto il resto del mondo "c'è qualcosa che non va"?

    * * *

    (*) http://edue.wordpress.com/2009/08/21/vendo-panda/
    http://edue.wordpress.com/2010/03/16/so-du-minuti/

  8. Al dice:

    È come dice Marco Fabbri.

  9. massimo mantellini dice:

    @mORA, il bello della comunicazione è che ognuno la vive un po’ come gli pare, a me uno strumento col quale sono debolmente in contatto con le cose dei miei amici di rete piace, capisco che possa essere diverso per altri

  10. valentinaa dice:

    mante, con tutto l’affetto e un filo di amorevole sarcasmo: si chiama(va) riflusso

  11. massimo mantellini dice:

    @vale rEflusso dici? ;)

  12. valentinaa dice:

    @mante, dannato medico :)

  13. massimo mantellini dice:

    Ho corretto il paragrafo di “journal”, grazie

  14. LivePaola dice:

    E pensare che all’inizio il limite era 50. In agosto l’hanno alzato a 150. http://www.launch.is/blog/pathcom-increases-sharing-limit-from-50-friends-to-150.html