Nell’Occidente medievale le parole avevano un valore performativo. Indubbiamente questo pensavano i vescovi quando fulminavano le scomuniche caricate del loro bagaglio di maledizioni (se ne è già parlato) o i monaci quando, in coda ad un atto di donazione di cui beneficiava il loro monastero, auguravano a chiunque avesse osato tentare di appropriarsi indebitamente del bene ricevuto, una serie di malattie tra le peggiori e di bruciare immediatamente all’inferno assieme ai peggiori peccatori della storia (Giuda, Pilato, Dathan, Abiron ecc.). In genere in questo tipo di operazione i monaci tendevano a saccheggiare le Sacre Scritture prelevando dal repertorio di maledizioni sparse nel Deuteronomio e nei Salmi. Naturalmente occorreva dimostrare che le parole non cadessero nel vuoto per cui si redigevano racconti utili allo scopo. Per esempio quello contenuto nei miracula di san Bavone di Gand in cui si narra di un tal Sigero, signorotto del luogo, il quale, oltre a farsi predatore dei beni del monastero del santo, offese quest’ultimo indirizzandogli tutto il suo sarcasmo nel gridare, mentre si percuoteva una gamba, che san Bavone altro non era se non l’equivalente di una pustula nella tibia. Egli venne allora maledetto e scomunicato e poco tempo dopo gli si aprì una ferita infetta gravissima proprio, guarda caso, nella tibia che si era toccato mentre offendeva il santo.





Ma le parole potevano anche guarire. Esse erano pronunciate, scritte, ma anche mangiate e bevute. Alla malattia si poteva comandare di uscire dal corpo con gli stessi imperativi usati negli esorcismi; molte erbe medicinali avevano efficacia se raccolte mentre si pronunciava il Pater Noster; alcune formule dovevano essere scritte in piccoli fogli di pergamena ripiegati che il malato doveva indossare senza leggerne il contenuto; in qualche caso si doveva sciogliere l’inchiostro della formula scritta nella pergamena in un bicchiere d’acqua da porgere come salutare bevanda al malato. Gli incantamenta terapeutici potevano prevedere parole dal suono oscuro, spesso di origine ebraica o greca di provenienza biblica, ma nella maggior parte dei casi erano preghiere, brani estrapolati dalle Scritture (Vangelo, Salmi), invocazioni a santi che, per qualche ragione, avevano un rapporto con la malattia: Santa Veronica, l’emorroissa dei Vangeli (così almeno in Occidente venne identificata), contro i sanguinamenti; Longino, il centurione che con la lancia ferì il costato di Cristo, contro le suppurazioni da ferita (la ragione era da vedersi nel fatto che la ferita di Cristo non si infettò); Apollonia contro il mal di denti (alla santa, durante il martirio, strapparono tutti i denti); Lazzaro, colui che era resuscitato, divenne un personaggio da invocare durante il parto.

[Alessandra]

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