Contrappunti su Punto Informatico di domani.

***

L’altra sera sera avevo mal di gola e un po’ di febbre. Così ho preso una tachipirina e mi sono messo con la mia coperta a seguire la conferenza di Mark Zuckerberg che presentava i nuovi grandi cambiamenti di Facebook.
F8, la riunione degli sviluppatori organizzata da Facebook ogni anno, ospita una sorta di keynote alla Steve Jobs: un po più giovanile e supercafone, senza l’aura di messa laica delle riunioni di Apple, ma in ogni caso un evento che silenziosamente strizza l’occhio a quelli della Mela.

Zuck però non è esattamente un ammaliatore di folle: sul palco assomiglia di più ad un giovane uomo sparato lì dal pianeta Saturno. Per questo forse cammina e ride molto, anche quando non serve, e molto spesso il pubblico resta freddino alle sue battute.

Mentre Apple vende prodotti, e questi di tanto in tanto cambiano, Facebook vende una idea: sempre la stessa idea che l’ha resa vincente. Attaccato ad essa c’è un pezzo di software che negli anni è cambiato innumerevoli volte, rimanendo ugualmente gradito ai propri utenti. Ma se l’interfaccia e le funzioni di Facebook cambiano con una frequenza preoccupante (l’ultima rivoluzione annunciata con la presentazione di Timeline è piuttosto basilare e rivoluzionaria) il mantra di Facebook nei confronti della sua clientela, ripetuto anche l’altra sera, resta sempre il medesimo:

Condividete, condividete, condividete.

Mentre spiega le nuove caratteristiche di Timeline, Zuckerberg sta molto attento a non accennare mai nemmeno lontanamente al tema della proprietà e della riservatezza dei contenuti caricati su Facebook. L’idea sociologica raccontata è nota e discretamente tranchante: la gente vuole condividere contenuti ed esperienze e non è interessata a proteggerli. Ed ogni anno, in una sorta di tossicosi, vuole condividerne più dell’anno prima (al riguardo The Joy of Tech ha pubblicato una vignetta divertente)

Per conto mio questo tentativo di creare un inedito “campo di distorsione della realtà” è una delle grandi debolezze di una azienda come Facebook diventata ormai adulta: l’omino in t-shirt grigia e i suoi soci descrivono un mondo che vorrebbero venderci, piuttosto differente da quello che esiste intorno. C’è qualcosa di paternalistico nel voler spiegare ai propri utenti quello che loro stessi pensano per poi scrivere software di conseguenza. L’idea stessa di Timeline, che prossimamente trasformerà radicalmente i profili facebook di milioni di persone in tutto il pianeta, è quella, piuttosto pretenziosa, di una cronologia dell’esistenza dove i nostri dati, i pensieri, le foto, i luoghi che abbiamo visitato, i cibi che abbiamo mangiato, sono ordinati secondo un criterio temporale rigoroso.

Nel frattempo nessuno si chiede seriamente a beneficio di chi dovrei fotografare i cappelletti mangiati oggi a pranzo. Così eccoci a ritroso nel tempo ad osservare le foto di Zuckerberg bambino con una di quelle cravatte fucsia che solo gli americani sanno sfoggiare, a chiederci se oggi, in tempi di così ampia esposizione in rete, abbiamo davvero bisogno che una simile tendenza alla condivisione della nostra sfera privata sia ulteriormente ampliata e maggiormente organizzata. E lo stridore che io provo nel frugare nella Timeline di Zuck così orgogliosamente esposta a tutti sul grande schermo di F8 dovrebbe essere sufficiente a spiegare molte cose.

Ovvio che, come dice Jeff Jarvis, chi vuole condividere condivide e chi non vuole non lo fa, ma se questo da un lato è evidentemente vero, dall’altro scelte di indirizzo così nette da una azienda che oggi accende mezzo miliardo di profili ogni giorno sono cariche di una valenza sociale che non è più possibile ignorare.

Mentre le nuove app annunciate ad F8 non fanno nulla di così straordinario ed innovativo, perché tutto viaggia e si propaga dentro il doppio tubo chiuso degli utenti di servizi a pagamento come Spotify e Netflix, a loro volta chiusi dentro lo spazio recintato di Facebook (mentre ovviamente le nuove possibili frontiere della condivisione dei contenuti dentro le reti sociali prescindono da simili cancelli), è discretamente commovente il tentativo di ricondurre dentro Facebook perfino i link ad articoli e pagine web indicate dai nostri amici.

Qualche anno fa la stessa graziosa megalomania faceva sì che Facebook annunciasse ai suoi utenti che avevano cliccato un link che li stava portando fuori dal social network (non sia mai), oggi mi pare di capire che le innovative App di Mark Zuckerberg ci consentiranno di importare un articolo del Wall Street Journal dal web per leggerlo confortevolmente insieme ai nostri amici dentro le mura accoglienti del nostro social preferito.

La battaglia fra il piccolo Facebook geniale e un po’ sbruffone ed il grande web aperto ha un finale scontato che nemmeno sarebbe necessario ricordare. È in fondo la riedizione in salsa sociale della stessa aspirazione che abbiamo osservato molte volte negli ultimi 15 anni: il grande servizio di successo che detta regole, orari e pratiche in funzione della propria partigiana visione del mondo. Regole orari e pratiche che poi, alla fine, nessuno fortunatamente rispetterà.

3 commenti a “Anteprima Punto Informatico”

  1. Ermenegildo dice:

    “po’” cmq si scrive con l’apostrofo

  2. iltommi dice:

    Il pensiero che c’è dietro questo post è lo stesso che ho avuto io a caldo. Dopo la t-shirt “Tom is not my friend” sarà la volta della t-shirt “Mark, fatti i caxxi tuoi” con gli stessi fasti negativi della prima compagnia che si propagano alla seconda.

    La realtà, caro Mantellini è molto diversa e non piace neanche a me.
    Tutti i miei amici nerds che ho su facebook, ossia tutti quelli che sanno e capiscono benissimo cosa stanno postando su facebook e le loro conseguenze in termini di privacy, hanno attivato il nuovo profilo timeline con relativa corsa a chi mette la cover (foto principale della timeline) più bella.

    Ho paura che questa che a tutti sembra una mossa azzardata di Facebook e molto pretenziosa, sia una scelta al contrario molto ragionata, ponderata e basata su uno studio condotto su un campione di utenza molto vasto.

    Una ragione me la sono pure data.
    Credo che solo in Italia esista il proverbio “chi si fa i caxxi suoi campa 100 anni” e di conseguenza forse solo a noi italiani possono venire tutte queste paure.

    Voglio sperare che ci sbagliamo, ma ho il forte sospetto che la timeline diventerà un mantra negli anni futuri.

    Speriamo di no.

  3. Liuchi dice:

    @ Ermenegildo:
    “comunque” (comunque) si scrive per intero.