Ero stato l’ultima volta alla Cappella Sistina nel 1996, poco dopo l’ultimo restauro. Di quella visita ricordo solo una calca di gente sudata, il brusio in aumento fino a quando un altoparlante low-fi non intimava in più lingue di mantenere il silenzio. Oggi al posto del messaggio registrato ci sono addetti in carne e ossa dalle voci tonanti che ogni tanto, ben piantati sotto il Giudizio Universale, urlano alla folla “NO FOTOOO” o “SSHHHHHH”.

Così l’altro giorno, fra un urlo e l’altro, sono stato parecchio tempo a guardare Il Giudizio Universale. Mentre Alessandra mi diceva cosa è accaduto a quell’affresco negli ultimi 500 anni io osservato le pudiche mutande aggiunte ai corpi nudi di Michelangelo come una metafora della nostra attitudine censoria. Ho cominciato perfino a pensare (oscenamente) che molte di quelle immagini che avevo davanti agli occhi assomigliassero a quanto osserviamo in rete ogni giorno.

Le censure sul Giudizio sono sostanzialmente di due tipi: quella assoluta e senza ritorno che Daniele da Volterra compie poco dopo la morte di Buonarroti sulle figure di San Biagio e Santa Caterina, e quelle, avvenute poi a più riprese anche in tempi successivi (almeno fino al 1700), di copertura delle oscene nudità. Molte di queste braghe posticce furono poi rimosse nei restauri successivi (i tempi cambiano) mentre quelle ancora oggi visibili sono in gran parte le stesse che sono valse all’allievo di Michelangelo il soprannome di Braghettone.

Per i santi Biagio e Caterina nulla da fare. Daniele da Volterra segue le imposizioni di Papa Paolo IV e scalpella via le figure per ridipingerle in atteggiamenti meno sospetti. La malizia – si sa – spesso è negli occhi di chi guarda. Il nuovo Biagio non guarda più la schiena nuda di Caterina dominandola da dietro ma volta il viso rispettosamente verso il Cristo, la nuova Caterina è rivestita di un abito verde che allontana ogni ulteriore possibile dubbio.

Dicevo: vedo grandi somiglianze fra il pudore minimo dei correttori del capolavoro michelangiolesco ed i censori piccoli delle informazioni in rete. Si tratta di una idea probabilmente scema. Intorno al Cristo, su in alto nel primo anello di figure, un telo marrone di discrete dimensioni avvolge il pube di San Pietro (forse perchè la figura assomiglia molto a quella di Papa Paolo III) mentre un minuscolo perizona di foglie di fico cela le miserie di San Giovanni. Accanto a lui il sedere di Sant’Andrea (che per un certo periodo fu coperto) è lasciato oggi completamente nudo. E questa è una piccola buona notizia, una tenue idea di resistenza. Lo stesso accade un po’ ovunque nell’enorme affresco, tanti piccoli inserti per un totale di circa 40 copriture posticce.

Stavo li seduto e pensavo che simili velature erano contemporaneamente odiose ed ininfluenti. Il censore racconta se stesso, la cache del mondo invece restituisce spesso il senso del tutto. Pensavo che un’opera del genere mostra in una sintesi la grandezza del talento e la miopia del burocrate, lo spirito rivoluzionario dell’artista e la normalizzazione placida del borghese. I nudi del resto -mi spiegava Alessandra sottovoce – non sono tutti uguali. Nell’iconografia medievale, anche dentro le grandi cattedrali, la nudità non era scandalosa di per sé e veniva usualmente rappresentata. Il corpo nudo, ostentato e grottesco, era la norma per i dannati, diventa invece inconcepibile per gli eletti alla destra del padre. Di tutto questo Michelangelo ormai ultrasessantenne se ne sbatté altamente.

Così molte delle fonti disponibili oggi in rete sono inadatte alla nostra mentalità di uomini e donne educati ad una morale comune “alla destra del padre”, tanto sedimentata quanto minoritaria. “La verità al di qua dei Pirenei” la definiva Pascal in una frase che mi è sempre piaciuta molto. Molte delle braghe che facciamo indossare alla rete Internet sono figlie di questa presunzione di superiorità. Ma nonostante questo intorno a noi danzano i glutei dei santi, la caricatura di Caronte e tutto il talento dell’artista. La novità e lo sconcerto delle cose che non ci appartengono e che ancora non conosciamo è ad un link di distanza. Possiamo scegliere di navigare dentro un simile Giudizio universale oppure metterci un paio di mutande. In testa. E starcene sereni nel nostro divano di polvere.

11 commenti a “Internet è nuda”

  1. Carlo M dice:

    questo è un bel post. complimenti.

  2. enrico dice:

    a volte il sollevare il fiero sguardo da qualche aggeggio elettronico preferibilente con la mela e puntare il naso verso l’alto apre semplicemente la mente (e il cuore). Bel post.

  3. fra dice:

    Penso che fare di internet (della macchina, dell’organismo, di quel che si vuole) il paradigma di tutto non renda un buon servizio alla complessità e diversità delle cose.

  4. MacRaiser dice:

    Quoto Enrico.

  5. Franco Lanfredi dice:

    Buona la similitudine. L’immaginazione ti contraddistingue.
    Tante opere di Dalì sono attualissime e si prestano a questo giuoco. L’iconauta ha visto molto lontano…

  6. Gigi Tagliapietra dice:

    Magnifico!
    Quando un post di Caterina?

  7. Nome(obbligatorio) dice:

    Capra! Capra! Capra! (cit.)

  8. Doctor Jonx dice:

    Un gran bel post, Maestro! :)
    Mi sono permesso di commentarlo – absit iniuria verbis – nel mio blog:
    http://jonkyblog.blogspot.com/2011/02/metafore.html
    Grazie.

  9. mai successo dice:

    Anch’io una volta sono andato a visitare la cappella sistina, mi ricordo di tutta la gente che si accalcava davanti al metal detector, che volevano entrare, certi per forza, senza riguardo, nemmeno per i poveretti con visibili difficoltà. Mi ricordo di essermi documentato alla grande, a casa, su quanto andavo a vedere.
    Io delle guide, quelle elettroniche, ma soprattutto di quelle in carne e ossa mica mi fido tanto.

  10. Francesco Madiai dice:

    Oggi strillano più spesso di una volta, e al “NO FOTO!” si sono aggiunti “NO VIDEO!” e “NO FLASH!”.
    Bel post, ancora più grande Michelangelo, che peraltro convisse fino ai 90 anni con gli acciacchi procuratigli dal Giudizio.

  11. Internet è nuda. Inna rubadub style. « Voglio vivere come se… dice:

    […] leggo questo post di Manteblog. Molto, molto bene. Andiamo a Roma, dai. Anche se nemmeno stavolta aveanzerò tempo per rivedermi […]