Contrappunti su Punto Informatico di domani.

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Perché il mese prossimo Blockbuster dichiarerà fallimento? Per diverse ragioni, molte delle quali abbastanza lontane dalla semplificazione di certa stampa italiana che, nel darne notizia, ha scritto che il più grande noleggiatore di video al mondo chiuderà per colpa della pirateria su Internet.

Blockbuster chiude invece per una ragione sopra le altre: perché il formato dei suoi prodotti sta scomparendo. Mentre questa scomparsa prendeva forma loro, che erano grandi e pesanti, non sono riusciti ad organizzarsi per tempo. La colpa è dei bit che hanno abbandonato la schiavitù del supporto, esattamente come le parole si sono ormai separate dalla carta da lettera o i biglietti del treno dal cartoncino rigido consegnato allo sportello della stazione. Certo esistono ancora i DVD, l’industria multimediale ha sparato una delle ultime cartucce sui supporti con i blu-ray disk e le stazioni ferroviarie sono ancora popolate di gialle obliteratrici, ma stiamo parlando di oggetti complessivamente morti, già consegnati al ricordo di un periodo ormai passato, anche se tutt’ora percepito come attuale.

Nel prossimo ottobre saranno trascorsi due anni dalla presentazione del Macbook Air, uno dei primi computer portatili pensato senza lettore CD/DVD. Nei due anni appena trascorsi moltissimi fra i computer venduti sono stati dei netbook, piccole macchine anch’esse fisicamente incapaci di leggere i supporti a disco. Nella riduzione di volume degli oggetti sono le cose meno importanti a farne le spese per prime.

Nello stesso periodo abbiamo assistito anche ad una lenta migrazione dei contenuti audio e cinematografici dai device dedicati verso i computer: eppure oggi molte di queste macchine non hanno nemmeno più un pertugio nel quale inserire i DVD noleggiati da Blockbuster o i CD acquistati in uno di quei luoghi strani chiamati negozi di dischi.

La scomparsa dei supporti crea un effetto domino prevedibile che riguarda molti attori differenti e comprensibilmente viaggia più veloce nei paesi dove l’utilizzo della tecnologia ha maggiore diffusione. In USA i concorrenti di Blockbuster, che in questi ultimi due anni hanno guadagnato buona parte del mercato, si chiamano Hulu o Netflix, società che gestiscono lo stesso tipo di bit, ordinati in forma di film, documentario o serie televisiva, ma che non sanno cosa sia un CD o un DVD. Che possono ignorare le meraviglie del blu-ray esattamente come un acquirente di musica digitale ignora la magia del vinile o degli amplificatori valvolari.

A differenza del libro che è un oggetto affascinante e complesso, carico di storia e sensazioni tattili, una videocassetta in plastica nera o un CD sono da sempre supporti casuali e senza anima, totalmente slegati da qualsiasi carico affettivo dei suoi utilizzatori. Nessuno ha pianto quando le videocassette sono silenziosamente scomparse dagli scaffali degli ipermercati, nessuno piangerà quando i DVD smetteranno di frequentare le nostre case.

Uno dei limiti sentimentali, nel passaggio dei contenuti della nostra libreria multimediale alla dimensione immateriale, è invece la sensazione di mancato possesso. Le nostre case hanno ampie librerie dove custodire i “nostri” libri. Oggetti che una volta acquistati nessuna Amazon potrà cancellare da remoto (come invece accade per le nostre librerie su Kindle) e che riempiono la nostra vita occupandone uno spazio fisico. Lo stesso accadeva, pur se in misura minore, con i CD musicali o con videocassette, con i videogames o i film in DVD. Partecipavano come potevano all’arredamento di casa. Ma a differenza dei libri nessuno di questi oggetti era veramente nostro e forse anche questo ne ha accelerato la fine. Le licenze d’uso hanno esteso dal software all’intrattenimento la fine della nostra rassicurante sensazione di possesso. Internet è diventata la nostra libreria, non solo nel senso dei prodotti multimediali variamente raggiungibili ma anche in quella più concreta e materiale del nostro scaffale.

E lo spostamento dei bit verso la nuvola ha ovviamente aggiunto anche consistenti e nuove controindicazioni. Sulla manutenzione e sulla sicurezza degli archivi intanto, uno degli interrogativi più seri che il passaggio al digitale impone alla nostra società, ma anche sulla più immediata fruibilità di un bene che risiede attualmente ad una certa distanza fisica da noi stessi. Termina con la fine dei supporti il minimo residuo fraintendimento sul possesso materiale delle opere dell’ingegno ma nasce anche una nuova complicazione legata al nostro diritto di accesso a contenuti che abbiamo regolarmente pagato. Un universo nuovo di rapporti complessi, fortemente mediati dalla tecnologia, dentro il quale Blockbuster non ha saputo trovare una propria posizione.

32 commenti a “Anteprima Punto Informatico”

  1. avvelentani dice:

    Guarda che netflix noleggia DVD, fisici.

  2. frap1964 dice:

    “A differenza del libro che è un oggetto affascinante e complesso, carico di storia e sensazioni tattili, una videocassetta in plastica nera o un CD sono da sempre supporti casuali e senza anima, totalmente slegati da qualsiasi carico affettivo dei suoi utilizzatori.”

    Sulle videocassette potrei anche essere d’accordo, sui CD invece mica tanto. Da sempre, quelli musicali, sono stati accompagnati da un libretto di testo e immagini che conferivano/scono all’opera dell’artista un valore aggiunto. Il vero problema invece, io credo, sia nato sull’aspetto della duplicazione tecnica dell’opera in analogo supporto.
    Mentre nel caso del libro (a parte quelli di un certo tipo, es. i costosi testi universitari, e/o libri rari ecc.) la duplicazione di fatto è stata +/- da sempre antieconomica rispetto al costo unitario dell’opera, non così è avvenuto per CD e DVD (e prima ancora per musicassette e videocassette). Anche perché l’industria, bene o male, ha reso la tecnologia di duplicazione dell’opera possibile più o meno in ogni casa a prezzi del tutto abbordabili. Non così per la carta.
    Basta prendere un libro, stracciarne la copertina, scollarne il dorso, eliminare ogni traccia visuale di identificazione dell’opera e ridurlo ad un insieme di pagine svolazzanti e disordinate perché quell’universo di fascino e sensazioni tattili sparisca come d’incanto.
    Le fotocopie di un libro sono altro, nella nostra percezione, da un esemplare originale. Ma non è appunto il supporto principale a fare la differenza, ma ciò che è invece fornito a corredo (copertina e immagini, rilegatura, dorso, ecc. ecc.). E’ il tutto a fare la differenza.
    C’è poi da dire che mentre della carta abbiamo ampia testimonianza di durabilità del supporto per centinaia e centinaia d’anni (in ragionevoli condizioni di conservazione delle opere), non così avviene per i supporti di tipo magnetico, polivinilico e/o ottico.
    Anche se, appunto, la semplicità tecnica di duplicazione supplisce a questi “difetti strutturali” di supporto.
    L’industria, sino ad oggi, non è stata in grado di trovare una tecnologia digitale di protezione dei diritti sulle opere d’ingegno che non sia vissuta dalle persone come una complicazione e/o un minus; che consenta, ad esempio, di fruire dell’opera su dispositivi multipli e diversi, di “prestare temporaneamente” l’opera, così come si fa con un libro, rinunciando temporaneamente a farne uso, per poi rientrarne legittimamente in possesso. Di condividerla, all’occorrenza, senza eccessive complicazioni. Tutta l’industria del software soffre da anni ed anni del medesimo, identico, problema.
    Il pay per view, o pay per use, o pay per hear sino ad oggi non mi pare abbia mai riscosso grande successo e vengono generalmente vissuti come un “costo eccessivo” rispetto al costo unitario equivalente di possesso dell’opera originale.
    Chi sarà in grado di progettare un valido, semplicissimo ma inattaccabile sistema di protezione digitale dei contenuti che sia davvero in grado di funzionare su una molteplicità di dispositivi senza alcuna reale complicazione per gli utenti finali e lo brevetterà, io credo, diventerà miliardario.
    A patto poi che tutta l’industria delle opere d’ingegno riconosca nel prezzo delle sue opere un minor costo da assenza di supporto e costi di distribuzione che sia percepito come equo dai consumatori finali.
    Tutto il bla bla sulla libera condivisione dei contenuti finanziati dalla pubblicità è un modello di business che, prima o poi, mostrerà inevitabilmente i suoi limiti, io credo.

  3. massimo mantellini dice:

    @avvelenami,netflix noleggia anche dvd

  4. frap1964 dice:

    Per convincersi che la libera condivisione dei contenuti finanziati dalla pubblicità è un modello di business che non funziona, basta osservare ciò che è avvenuto nel campo televisivo con l’avvento della TV commerciale. Quando si è smesso di guardare e puntare sull’aspetto artistico per far divenire la TV un “sistema” per vendere pubblicità, allineando quindi il tutto verso il basso e verso il “minimo necessario” a garantire ascolti tali da giustificare la vendita degli spazi pubblicitari, il sistema è andato inevitabilmente in crisi.
    Non funziona. Se vuoi un’opera artistica e/o d’ingegno di qualità, devi riconoscerle un valore che solo la preponderanza del pagamento diretto da parte degli utilizzatori finali (unito ad una minoranza di finanziamento alternativo) è in grado di garantirti.
    Soprattutto se vuoi operare libero da condizionamenti dei tuoi inserzionisti.

  5. Paolo Bertolo dice:

    Non ricordo molto bene l’ultima volta che ho acquistato un CD, ma sono sicuro di una cosa: è stato poco prima che Apple introducesse il formato DRM free per i suoi brani acquistabili su iTunes.

    Il possesso del supporto fisico non ha mai davvero rappresentato un ostacolo, al contrario della possibilità di disporre a tutto tondo di ciò per cui ho pagato per entrarne in possesso.

    Lo stesso per i DVD: li compero ancora, ma solo perché non c’è alternativa, almeno non dove sto io. Ma datemi una Apple TV (o meglio, possibilmente) e la possibilità di acquistare dei film DRM free e dei miei DVD di plastica faccio volentieri a meno.

    Un futuro senza compact disc e senza DVD è facile da immaginare, specie per chi ha abbastanza anni per ricordarsi di un passato in cui semplicemente questi supporti non esistevano.

    Sono supporti “contingenti”, frutto di tecnologie che hanno partorito il miglior frutto possibile in una determinata stagione. Cambia la stagione, cambia il frutto: da vinile si passa a CD, da CD si passa a DVD, da DVD a Blue Ray, da Blue Ray a chissà che cosa (un server remoto, sono convinto).

    Con il software che anima i nostri computer, in definitiva è successo lo stesso. Prima dell’avvento della banda larga per acquistare un software si andava di persona presso un rivenditore e si tornava a casa con una bella confezione di cartone con dentro i dischetti e i manuali di carta. Oggidì suona invece del tutto naturale fare acquisti “immateriali” con la carta di credito, scaricare la propria copia di un software remotamente e consultare il manuale in formato PDF.

    Ma un futuro senza libri non saprei, il libro è come la ruota, è una delle più straordinarie invenzioni dell’Uomo.

    Proprio ieri pomeriggio, tuttavia, per la prima volta ho rinunciato all’acquisto di un libro di carta in libreria dicendomi che sarebbe stato invece un buon testo per provare le qualità di quest’oggetto alieno chiamato Kindle (quando Amazon si deciderà a spedirmelo).

    Conoscendomi, tuttavia, so già che Kindle diventerà un supporto parallelo per accedere a dei testi di cui, probabilmente, non acquisterei mai una copia cartacea, o per impossibilità materiale (esempio: dove vivo io i quotidiani italiani arrivano col contagocce e comunque sempre un giorno per l’altro), ovvero semplicemente perché il supporto di carta nulla aggiunge al contenuto, tutt’altro (esempio: un manuale tecnico di quelli che esauriscono la propria vita nel volgere di un anno, un anno e mezzo).

    Forse sarà davvero un modo per leggere ancora un po’ di più, o magari solo per accedere a contenuti paralleli e collaterali, ma sono tuttavia convinto che sarà solo un oggetto in più nella libreria di tutti noi, in cui libri carta continueranno a riempire nuovi spazi liberati da inutili dischetti di plastica.

  6. trentasei dice:

    io penso che il problema cd/dvd nasca a monte: la commercializzazione della musica, spesso usa e getta, ha creato un prodotto di consumo, dimenticabile volentieri in un mese.

    Perchè dunque comprarsi un supporto di qualcosa che dopo due mesi è già dimenticata, estinta e senza corpo e sostanza ?

    Lontano anni luce da pezzi divenuti milestones come quelli di miles davis o dei pink floyd. E con due pubblici molto differenti. Se gli amanti di britney spears comprano un refrain musicale semplicistico e commerciale, da tenere in sottofondo, chi ama la musica difficilmente la compra slegata dal suo supporto. Non a caso i cd di jazz sono curati, cartonati, begli oggetti da custodire: coccolano un pubblico che ama il prodotto, e che ha coltivato attraverso una cultura musicale differente.

    Trovo quindi che i mcdonald della musica, propinando junk music, siano infine vittime delle loro stesse scelte : hanno abituato e coltivato un pubblico che mai spenderà dei soldi per quella roba là, ben differente da chi magari tempo fa si comprava il suo bellissimo LP dei pink floyd o anche solo la remasterizzazione di un pezzo jazz..

    Idem penso si possa dire per junk film e film un po’ più di nicchia, ricercati : custodisco gelosamente la mia copia di “Io e Annie”, che rivedo spesso, per dire, visto che è un film che adoro, ma “American Pie”, magari, che è un film che vedere una sola volta è già abbastaza, me lo scarico.

    Un bel libro è bello da avere in casa, come un bel cd da ascoltare mille volte, tenendo il libretto fra le mani e avendo il gusto stesso del supporto, la sua copertina, l’ oggetto in sè, curato e prezioso, come una buona bottiglia di vino..

    Ma vi terreste a casa una bottiglia di Tavernello ? E se siete abituati a bere Tavernello, senza nulla togliere, ma sarete un’ utenza disposta a pagare, per del vino ? Io penso di no. E penso che la cultura instillata dalle major di questa musica senza sostanza sia fra le principali cause di un pubblico disaffezionata alla musica vissuta spesso come un piacevole sottofondo o poco più.

    Chi è causa del suo mal pianga se stesso, dicevano.
    E quindi che non si lamentino.

  7. Sascha dice:

    Il passaggio dal vinile al CD mi ha sempre ossessionato: una industria impone ad un pubblico ben poco entusiasta (a parte i tecnofili per cui ogni cambiamento è celebrato acriticamente) il passaggio da un supporto ad un altro più conveniente e, inavvertitamente, si autodistrugge.
    Vedrete che bello quando il libro cartaceo verrù definitivamente sostituito dal digitale: da notare che la possibilità di manipolare testi è di gran lunga superiore di quella di manipolare la musica: in fondo molta gente ammette di non saper suonare o cantare, molta meno ammette di non saper parlare o pensare.
    Per fortuna il libro cartaceo sopravviverà in una nicchia come il vinile, così che le generazioni future potranno ritrovare testi che il rapido mutamento dei gadget renderà presto illeggibili.

  8. Sascha dice:

    Quanto al fatto che le case discografiche impongano sciocchezze commerciali ad un pubblico che vorrebbe opere d’alto ingegno, impeccabile tecnica e profondo contenuto, beh, gli americani hanno un parola molto adatta ma che non mi sembra il caso di usare fra persone educate…
    Proprio il caso del cinema dovrebbe insegnarlo: potendo evitare la grande distrubuzione nei cinema il pubblico si rivolge forse a piccoli film d’arte a basso costo oppure scarica sempre e comunque i film con budget pubblicitari stratosferici tratti da fumetti di supereroi, serie tv ‘cult’ e remake di remake di remake?

  9. avvelentani dice:

    @mantellini fai come ti pare ma netflix principalmente noleggia DVD, e` il loro core business da 13 anni, l’introduzione dello streaming e` una cosa piuttosto recente che rappresenta qualcosa come il 10% degli introiti totali.

  10. frap1964 dice:

    Non va dimenticato che l’esistenza di un supporto che andava evolvendo nel tempo, ha consentito all’industria elettronica di prosperare offrendo sempre nuovi e più sofisticati mezzi adatti alla riproduzione dei contenuti.
    Via via c’è stata però una qualche convergenza verso dispositivi capaci di “fare un po’ tutto”. Smartphone e notebook ne sono un esempio lampante.
    Blockbuster paga a mio avviso anche una “politica commerciale” poco flessibile e la concorrenza di videoteche che con sistemi automatici di distribuzione e raccolta dei film 24/24 hanno da sempre offerto una valida e più economica alternativa.
    Persino grandi catene commerciali come ad es. Esselunga in molti punti vendita hanno aperto per anni dei punti di nolleggio film a prezzi assolutamente concorrenziali rispetto a Blockbuster, pur con una minore varietà d’offerta, ma certamente con maggiore flessibilità delle politiche di nolleggio.
    Nel 2010, credo, li abbiano chiusi dovunque ed oggi i film li vendono solamente. Evidentemente non rendevano più a sufficienza.

  11. trentasei dice:

    @sascha: vale il viceversa: abituando le persone ad ascoltare cose facili e evanescenti, il pubblico spesso si adegua, con un effetto livellante verso il basso. per cui poi sempre meno persone chiederanno quel “profondo contenuto o opera d’ ingegno”, per così dire e, soprattutto, che lo conservi a fare, un prodotto eanescente..?

    io son il primo che se vedo i film michioni, per dire, mi fermo a guardarlo, per farmi due risate, se ci riesco. Ma me ne dimentico dopo un’ora che l’ho visto, quel film. Un film bello, invece, resta nel cuore per anni, se non per tutta la vita. E magari di quello vuoi comprarti il supporto.

    Ma se sei abituato a bere Tavernello, per dire, o ascoltare facili motivetti, perchè sei bombardato solo da quello, e perchè le tette vendono sempre più di un buon pezzo, il tuo orecchio un po’ lo devi educare, come il gusto, altrimenti, spesso, non apprezzerai nè il buon vino nè la buona musica, nè il buon film. E cercherai solo le tette.

    E ciò che le major vendono, diseduca il pubblico che, imperterrito, continua a mangiare, abituandosi alle cose facili e-nulla di male, in questo- dimenticabili e facilmente da trattare come un usa e getta, piuttosto che come qualcosa da conservare.. Quindi le scarica, mi par ovvio, come faccio io se devo ascoltare un pezzo carino, orecchiabile, ma che so che da qui a un mese non ricorderò nemmeno più.

    quando si “propinavano” i beatles e i rolling stones, insomma, si puntava su prodotti più durevoli, musicalmente più validi e che, a distanza di 50 anni suoniamo ancora.

    Qualcuno ricorda qualche canzone delle super hit delle spice girls ? Le riascolterebbe ? Ci terrebbe ad avere il cd ?

    La gente è la stessa che una volta avrebbe comprato i rolling stones o miles davis, solo che è abituata a musica e film mordi e fuggi, da vedere/ascoltare e buttare via, nulla per cui varrebbe la pena spendere più di 2 euro, e quello cerca e quello NON compra..

  12. HGW dice:

    mantellini
    un consiglio, correggi blue-ray in blu-ray o su PI i commentatori ti fucilano.

    Netflix ha il gran vantaggio che consegna i dvd per posta, e l’utente non si deve muovere, nemmeno per riconsegnarli. BB negli USA lo faceva?

    Mi ricordo gli sfottò di quando Jobs introdusse il MBA. Ci aveva visto lungo ancora una volta, secondo me.

    Domanda: e se a ottobre Apple, per prima, togliesse il lettore DVD da tutti i suoi portatili? Poi magari mi sbaglierò ma io credo che se non lo farà quest’anno, lo farà il prossimo.

  13. mauroPPP dice:

    Condivido l’amore vetero-feticista per i libri di carta (personalmente non me ne separerai mai) ma credo che inevitabilmente faranno la fine delle videocassette. Appena giovani generazioni di studenti si abitueranno a studiare sugli ebook (e per ragioni economiche capiterà presto), i libri saranno un ricordo o, al più, un prodotto di nicchia.

  14. Sascha dice:

    Il fatto è che grazie al p2p doveva esserci una gigantesca rinascita musicale, una volta sconfitto il potere delle major, e non c’è stata. Trovare buona musica non è difficile, anzi. Solo che il telos della Rete ignora le distinzioni di lana caprina sulla qualità della musica in cui sono cresciute più di una generazione e azzera tutto: ognuno trova quel che vuole e Britney vale quanto Beethoven. Per rimediare allo strapotere delle major ci si affida a un mezzo il cui fine è rendere tutto sempre più simile a tutto il resto.
    Certo, l’ideale futuro uomo digitale, cioè una persona che non ha assolutamente null’altro da fare che informarsi e ‘crescere’, non avra’ problemi a passare la vita a valutare attentamente le migliaia e migliaia e migliaia di capolavori musicali, cinematgrafici e letterari che quotidianamente, finalmente liberi, si riverseranno sul gadget multiuso del momento. Purtroppo si confermerà una antica e poco simpatica legge economica: più ce n’è, meno vale.

  15. pietro dice:

    Il problema di Sasha secndo me è che non distingue due aspetti completamente diversi e la sua frase “Se vuoi un’opera artistica e/o d’ingegno di qualità, devi riconoscerle un valore che solo la preponderanza del pagamento diretto da parte degli utilizzatori finali (unito ad una minoranza di finanziamento alternativo) è in grado di garantirti.” .
    I due aspetti sono
    1) la qualità di un opera d’arte
    2) la sua redditivtità economica.
    E sono due aspetti che non hanno nessuna correlazione tra di loro, esite ottima e pessima musica sia in quella di successo che in quella che non fa guadagnare un euro all’autore.
    E quando le mode e gli aspetti superficiali del successo commerciale svaniscono le opere d’arte di valore rimangono ( il libri di Italo Svevo ) mentre la spazzatura commerciale di successo svanisce nel nulle ( i tremendi successi commerciali di Carolina Invernizio ).
    Voglio ricordargli che musica, letteratura, poesia, epica sono mezzi di comunicazione che esistono da almeno 4000 anni in varie forme in alcuni caso ne abbiamo documentazione diretta in altri solo indiretta, ma quello che “valeva” non è rimasto perchè faceva arrichire il suo autore, ma perchè era frutto di intelligenza fantasia e tanto tanto lavoro.
    La brevissima frazione di tempo rappresentata dal successo commerciale delle case discografiche e delle major cinematografiche non mi sembra granchè significativa.
    Facendo un altro esempio basta andare indietro di 200 anni , nessuno è così idiota da considerare Strauss figlio il più grande musicista dell ‘800 e il Danubio Blu la piu grande opera d’arte mai prodotta, anche se il suo successo commerciale è stato superiore a quello di Madonna.
    L’idea che il valore ( e non il prezzo ) di un opera d’arte dipenda da una legge economica è un osservazione che mi fa ritenere Sasha molto vicino al cinico ridicolizzato da Oscar Wilde: una persona che conosce il prezzo di ogni cosa ma il valore di nessuna.

  16. Daniele Minotti dice:

    Con frap, riconosco di essere un feticista del libretto del CD. Ma non so se quel fascino che esercita su noi ultraquarantenni colpisca anche i piu’ giovani (che, pero’, non so quanti soldi abbiano per comprare opere – domandatevi perche’ e’ tutto un *revival*).

  17. ArgiaSbolenfi dice:

    Dal mio punto di vista la scomparsa dei supporti fisici (libri, dischi, dvd) ha un effetto collaterale sgradevole che non avete menzionato: la potenziale scomparsa del mercato dell’usato. Tramite questo canale ho acquistato negli anni forse la metà della mia discoteca con un risparmio consistente (specie negli anni oscuri del caro-CD). Ma più che il risparmio, ho sempre trovato gratificante il piacere della caccia e della scoperta (come trovare, qualche giorno fa, un CD degli anni 80 mai ristampato a 1 euro in un mercatino..).
    Ora, sono stati prodotti così tanti CD e libri che ci vorranno molti anni prima che tutto l’usato scompaia dalla circolazione e venga buttato nella spazzatura o entri per sempre nelle case dei collezionisti e diventi antiquariato, ma in prospettiva questa è una (piccola?) perdita per le nuove generazioni.

  18. alex.tg dice:

    Ho sentito nominare Netflix ieri per la prima volta, pero`…

    http://it.wikipedia.org/wiki/Netflix

    da` ragione ad avvelentani. A giudicare dall’articolo sulla wiki, Netflix sembra essere ben lontana dal non sapere “cosa sia un CD o un DVD”. Quella parte andrebbe corretta. Personalmente metterei un po’ piu` in evidenza la misteriosa trasformazione dei fattori che hanno determinato la problematica situazione di Blockbuster: l’articolo originale parlava di concorrenza, quelli pubblicati in italiano parlavano di crisi economica e pirateria.

  19. Daniele Minotti dice:

    Ottimo, Sascha. Osservazione non *nostalgica*, anzi condivisibilissima.

  20. Daniele Minotti dice:

    A me la domenica stanca piu’ di un giorno lavorativo… Volevo condividere l’osservazione di Argia (e non di Sascha) sui supporti usati. Anche se, pensandoci meglio, sul P2P spesso trovi delle cose realmente scomparse anche come supporti.
    Ma il P2P sembra avere memoria, il mercato no…

  21. pietro dice:

    Per quanto riguarda i libretti dei CD penso la nostalgia dei quarantenni sia effetto della loro brevissima esposizione al 33 giri, un ultracinquantenne come me che nel 1972 si era comperato un gioiellino di musica e grafica come “Banco del mutuo soccorso” con una copertina di cartone a forma di salvadanaio vede gli smilzi opuscoli allegati ai CD come qualcosa di cui non si sente granchè la mancanza.
    Ma in questo caso è ovvio che è un aspetto molto soggettivo.

  22. ArgiaSbolenfi dice:

    @pietro: è possibile che tra 200 anni nessuno si ricordi di britney o degli artisti dei talent show, ma ci saranno stati i rispettivi equivalenti per riempre gli ipod dei ragazzini. Sasha non ha torto, svegliatemi quando il top ten degli artisti scaricati con il p2p non sarà molto diverso dal reparto CD degli autogrill.

  23. pietro dice:

    Io critcavo solo la confusione tra prodotto di successo commerciale e “opera artistica e/o d’ingegno di qualità” il resto può essere perfettamente condivisibile, ma alla luce di almeno 500 anni di storia europea ( se si vuole stare in cio che è perfettamente documentato) assolutamente irrilevante se si vuole parlare di opere d’arte.

  24. Daniele Minotti dice:

    @pietro
    A quaranasei anni (e con un fratello cinquantenne) ho anch’io delle belle robine dal lato di poco piu’ di 30 centimetri… ;-)
    Si faceva soltanto l’esempio *tangibile* piu’ recente. A maggior ragione, vale l’esempio del 33.

  25. pietro dice:

    In fondo anche Olindo Guerrini non è stato un grande successo commerciale……..

  26. ArgiaSbolenfi dice:

    ..troppo “regionale”? ;-)

  27. emilio dice:

    A quanto ho inteso sino ad oggi il vero vantaggio di netflix rispetto a blockbuster non sta nell’assenza del supporto fisico, anzi come ha già sottolineato qualcuno il loro vero punto di forza è stata la consegna a domicilio per posta dei dvd. A far capitolare blockbuster nel confronto con netflix credo che sia stata una diversa concezione del modello di business. Blockbuster, come dimostra il nome stesso, ha da sempre puntato ad offrire nei suoi punti vendita fisici un catalogo limitato, ricco di nuove uscite della grande distribuzione, più care da affittare, e povero di tutto il resto. Netflix ha scelto invece di non avere punti di vendita fisici in cui scegliere cosa mettere sullo scaffale e cosa no, ma di offrire un vastissimo catalogo on line, da cui operare la propria scelta e farsi inviare il supporto fisico a casa. Ha così anche risparmiato sia sui costi di affitto che di magazzino, non dovendoli moltiplicare per ogni singolo punto vendita. E’ uno di quei casi in cui la legge della coda lunga di anderson dimostra meglio la sua validità ed infatti, se non ricordo male, era citato nell’omonimo libro ancora prima che netflix cominciasse ad offrire il servizio di streaming. Dire “[…] Hulu o Netflix, società che gestiscono lo stesso tipo di bit, ordinati in forma di film, documentario o serie televisiva, ma che non sanno cosa sia un CD o un DVD” è, per lo meno nel caso di netflix, un errore, visto che proprio netflix ha dimostrato come si possa godere dei benefici derivanti dalla digitalizzazione e dall’avvento di internet senza abbandonare il supporto fisico.

  28. raccoss dice:

    Consideriamo anche che un libro ha una fruizione immediata (apri il libro e lo leggi), mentre CD e DVD hanno bisogno di un intermediario (un lettore digitale). Anche questo fa abbastanza la differenza.

  29. Sascha dice:

    Riassumendo: io a casa ho un certo numero di libri dell’Ottocento e persino uno del Settecento, tutti perfettamente leggibili.
    Vedremo fino a quando riuscirete a vedere i vostri dvd, per non parlare delle vostre videocassette. Ci riuscirete a prezzo di continui upgrade e riversamenti e quant’altro, mentre i miei libri antichi richiedono solo di non essere bruciati o immersi in acqua per conservarsi qualche secolo così come sono…

  30. ArgiaSbolenfi dice:

    Ok, Sascha, mi presti il tuo libro del settecento che voglio leggerlo questa sera nella vasca da bagno? :-)

  31. Sascha dice:

    Se sai il francese…

  32. Marco Pizzo dice:

    Tre anni fa scrissi che blockbuster stava fallendo dopo aver registrato perdite miliardarie per molti anni (http://www.imercati.net/2007/06/15/home-video-blockbuster/), semplicemente avevano una rete vendita che una volta era stata il punto critico del loro successo e poi è diventata un peso insostenibile. Negli ultimi anni hanno provato a migrare sull’online senza successo ma non solo per la concorrenza, semplicemente perché il mercato online non era maturo (sia offerta che domanda sono ancor oggi limitate).
    Ma come giustamente è emerso, il discorso sulla smaterializzazione dei contenuti è comunque il vero nocciolo. Si è ancora molto indietro, sia sull’usato digitale, sia sull’effettiva accessibilità ai contenuti sul lungo periodo; problemi semplici nel mondo fisico ma che nel mondo digitale hanno una complessità molto elevata.