Contrappunti su Punto Informatico di domani.

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I più antichi fra i blog italiani si avvicinano ormai alla soglia dei dieci anni di età. Alcuni fra i più longevi sono stati infatti aperti fra il 2001 ed il 2002. Ebbene io ricordo che già allora la discussione che sta attraversando in questi giorni molti siti web americani era viva ed intensa: tutti a chiedersi se fosse giusto o sbagliato consentire sulle proprie pagine i commenti dei lettori, se fosse giusto moderarli, se fosse il caso o meno di consentire contributi in forma anonima.

A quei tempi la discussione riguardava forzosamente quasi soltanto i neonati blog, visto che non erano molti i siti web editoriali (Punto Informatico era uno di questi) che consentissero ai propri lettori di partecipare alla “conversazione” intervenendo a margine degli articoli pubblicati. Le discussioni avvenivano in gran parte altrove, sui gruppi di discussione delle varie gerarchie internazionali, sui forum e all’interno delle mailing list, ambiti di rete tipicamente riservati ad una utenza avanzata, in grado di dominare simili strumenti. Frequentando quei luoghi chiunque in breve tempo imparava l’uso di termini come “lurker” o comprendeva chi fossero i “troll” e perché certe discussioni generassero così tanto rumore di fondo.

Oggi, a differenza di allora, la discussione sulla “licenza di commento” riguarda buona parte delle pagine web, visto che ormai, tecnicamente parlando, tutti i siti web sono dei blog: esattamente come accadeva fra i protoblogger di un decennio fa, solo all’editore del sito spetta la scelta di consentire gradi più o meno elevati di interazione con i propri lettori.

La tendenza generale dei grandi siti web editoriali americani, riassunta in un articolo del New York Times di qualche tempo fa è quella di un certo disincanto che ha preso il posto dei precedenti entusiasmi. I commenti continuano ad essere considerati un valore ma la loro moderazione tende ad essere sempre maggiormente invocata e con essa anche la pretesa di una certa responsabilità anagrafica che vada a sostituire nicknames ed altre forme di anonimato più o meno spinto.

Le ragioni di simili scelte sono intuitive: da un lato si riconosce il valore di completamento informativo che i punti di vista dei lettori in molti casi possono offrire (Dan Gillmor, noto giornalista tecnologico californiano, anni fa sosteneva che c’era sempre qualcuno fra i suoi lettori che ne sapesse più di lui) dall’altro esiste una ovvia necessità di cautelarsi nei confronti della ampia marea di commenti irrilevanti (ma anche offensivi, fuori tema, ecc) capace di ottenere il risultato opposto: diluire il valore informativo dentro migliaia di altre parole, ripetitive ed inutili.

A complicare ancora di più lo scenario va considerato che i commenti sono grandi moltiplicatori di “pagine viste” e le “pagine viste” sono la linfa stessa di moltissimi siti web: capita sovente che alle valutazioni sacrosante di estrazione giornalistica sull’eventuale svaporamento contenutistico si sovrappongano meno alte ma più concrete ragioni di opportunità commerciale: meglio un troll che generi centinaia di commenti fiammeggianti piuttosto che un articolo corredato da un paio di isolati commenti illuminati.

La mia personale esperienza di questi molti anni di blogging (su un blog con i commenti da sempre aperti e non moderati) e di scrittura sul web è che la qualità dei commenti sia influenzato fortemente del contesto e dal numero di visitatori. Se i lettori sono poche decine sarà complicato ricevere commenti interessanti, se i lettori sono molte migliaia esisteranno problemi opposti di rumore di fondo e rapida conflittualità. Conta poi, ovviamente, anche il tono ed i temi trattati: più gli argomenti saranno generali e popolari e maggiore sarà il numero dei commentatori capaci di superare la barriera psicologica della pubblicazione. Ma al di là di simili considerazioni resta essenziale una valutazione complessiva di architettura di rete: Internet è, da sempre, una immensa ragnatela di pensieri collegati, non possiamo dimenticarcelo quando ci fa comodo. Che questi pensieri abitino nello stesso luogo fisico o a un link di distanza non è in fondo troppo differente.

Restano invece enormi differenze di contesto che separano in maniera netta i commenti su un piccolo blog amatoriale da quelli a margine di un articolo di un grande quotidiano e non c’è dubbio che non possa esistere una formula buona per tutti. Forse la celebre frase di Gilmmor potrebbe oggi essere rivista affermando che certamente esistono quasi sempre lettori che ne sanno di più di chi scrive, ma che la scommessa è trovare il modo naturale attraverso il quale quelle parole abbiano l’opportunità di emergere ed arrivare fino a noi. Una complicata faccenda di ecologia informativa che certamente non si risolve chiedendo semplicemente ai propri commentatori di favorire nome cognome e codice fiscale.

13 commenti a “Anteprima Punto Informatico”

  1. Massimo dice:

    Qualcuno lo dica a quelli de Il Fatto Quotidiano, che hanno (avevano?) un form di registrazione con data di nascita, indirizzo, cap, numero di telefono e forse anche numero di scarpe…

  2. Dario Salvelli dice:

    Boh: Google con Sidewiki consentiva di inserire un wiki commento su ogni pagina, basta avere un google profile (ok, addio anonimato). Siamo già nell’ambito dell’uber commento, mi sembrano o per lo meno dovrebbero essere tutti discorsi superati e invece…

  3. luca dice:

    Interessante e da approfondire soprattutto il terz’ultimo paragrafo. Come diceva un Wu Ming a proposito della questione Luttazzi, anche un rapporto sbagliato si costruisce in due. Alcuni blogger si mostrano insofferenti a comportamenti (dei commentatori) che loro stessi hanno contribuito a fomentare.

  4. roberto dadda dice:

    Io trovo molto più fastidiosa l’indifferenza, ci sono blogger che non rispondono praticamente mai ai commenti.

    bob

  5. Lorenzo dice:

    @Massimo
    Credo che essendo il sito de Il Fatto, il sito, appunto, di una testata giornalistica, le cose cambino leggermente. Sia per una questione di ricerche quantitative a fine commerciali (“vediamo chi sono i nostri lettori”), sia per una forma di auto-tutela legittima nei confronti di trolleraggio o diffamazione.
    Come il sito de Il Fatto, molti (se non tutti) i siti di testate registrate chiedono almeno una registrazione per poter commentare gli articoli. Fatta quella però, poi non ci sono limitazioni del tipo “il tuo commento sarà pubblicato dopo esser stato moderato”. Poi ovviamente capita che ci debbano essere dei ban (vedi l’articolo su Saviano de Il Giornale, che è stato addirittura chiuso con scuse e riverenze imbarazzate per via di commenti degli stessi utenti de Il Giornale – e quindi registrati – rivolti allo scrittore napoletano), ma questo fa parte della normale convivenza nell’internet “istituzionale”. Le cose già cambiano su Facebook, per esempio. Ma questo è un altro discorso.

  6. jan dice:

    Nazione Indiana è nata nel 2003 coi commenti chiusi. Poco dopo qualcuno ha trovato il modulo nascosto tra le pieghe del template tutti ci si sono tuffati. Dal 2005 abbiamo iniziato a gestire attivamente i commenti (antispam, moderazione eccetera) lasciandoli comunque aperti a tutti senza registrazione. E’ una fatica e fonte di seccature, ma resta un punto centrale del nostro stare in rete.

  7. Massimo dice:

    @Lorenzo: ma se il Fatto vuole copiare gli altri quotidiani, tanta strada non ne farà, secondo me…

    Quei dati servono a poco per la pubblicità, e il sito stesso secondo me dovrebbe servire ad altro e non a vendere pubblicità online con cui non faranno mai molti soldi, e secondo me a nulla per problemi legati a commenti da perseguire legalmente – per quello c’è l’indirizzo IP, mentre chi controlla se mi registro chiamandomi Pippo Rossi?

  8. Bricke dice:

    I lettori stessi dovrebbero avere la facoltà di sotterrare i commenti poco utili e far emergere i commenti validi

  9. Massimo dice:

    forse ci arriveranno nel 2015.

  10. massimo mantellini dice:

    Il fatto e’ che il ranking dei commenti si presta a formidabili sofisticazioni…

  11. Massimo dice:

    beh, ma chi lo gestisce in teoria dovrebbe essere in grado di sofisticare più degli altri. I tuoi vati valgono 10x gli altri, ad esempio. E/o, i voti dei rompicoglioni valgono 1/10. Oppure zero…

  12. Simone Pierazzini dice:

    Sulla questione del ranking vorrei citare Slashdot. Non che sia esente da sofisticazioni, ma intanto un paio di fatti fondamentali: non ci sono gerarchie precostituite e la filosofia ispiratrice è quella di incentrare tutto sulla discussione. Si sminuisce il ruolo del blogger (di fatto lì si riportano news praticamente) a favore dei contenuti.

    La questione non è l’identità di chi parla ma il valore di quello che dice.

  13. Arturo L dice:

    Chissà perché ogni volta che si parla di commenti mi viene in mente un tale Gigi Moncalvo e le parcelle degli avvocati penalisti…
    Effettivamente i commenti sui blog sono una ghiotta risorsa per l’economia nazionale.